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The Girl from Plainville: colpevoli e sconfitti dietro un suicidio – Recensione della miniserie con Elle Fanning e Colton Ryan

Premessa indispensabile: The Girl from Plainville è ispirato ad un drammatico caso di cronaca vera conclusosi con un inevitabile passaggio nell’aula di un tribunale. Come il disclaimer iniziale di ogni episodio doverosamente ricorda, gli autori si sono presi alcune libertà nel mettere in scena la vicenda. Dove sia il confine tra realtà e fantasia è difficile dirlo. Quanto la Michelle Carter portata sullo schermo da Elle Fanning e la ragazza protagonista della vicenda reale condividano come carattere ed esperienze è arduo individuarlo. Simile e ancora più complesso discorso per la vittima, il fragile Coco a cui da voce e volto Colton Ryan.

È per questo che quel che è scritto in questa recensione non può che riferirsi ai personaggi della serie e non può né vuole e neanche deve essere preso come una opinione sui loro alter ego reali. Né tantomeno è un commento sull’esito della vicenda giudiziaria.

The Girl from Plainville: recensione
The Girl from Plainville: recensione – Credits: STARZPLAY

Una storia con due vittime

The Girl from Plainville è la storia di una relazione finita nel peggiore dei modi. Di due ragazzi che si sono incontrati per caso come avviene spesso, che hanno scoperto di poter parlare l’uno con l’altro come non riuscivano a fare con i tanti intorno a loro, che hanno continuato a farlo anche senza vedersi quasi mai dal vivo. La storia di due anime ferite che hanno provato a curarsi a vicenda. Ma che non ci sono riusciti. Perché mal comune non è mai mezzo gaudio, ma solo doppio dolore. E da un doppio dolore non può nascere null’altro che una tragedia ancora più grande. Uno tsunami di depressione che affonda e trascina giù con sé entrambi.

Ed è questo il primo aspetto importante che la serie chiarisce in maniera sempre più dolorosamente chiara col procedere degli episodi. Sarebbe facile e spontaneo distinguere tra vittima e carnefice, tra innocente e colpevole, tra debole e forte guardando solo alla conclusione e all’immediato dopo del rapporto tra Coco e Michelle. Negli ultimi tragici minuti, Coco sta per recedere dal suo proposito, ma è Michelle a spingerlo ad andare fino in fondo. A tornare nell’auto satura di letali gas di scarico per completare il progettato e annunciato suicidio. Ed è Michelle a cercare e trovare la comprensione, l’affetto, la popolarità che più o meno spontaneamente abbracciano una ragazza il cui fidanzato si è ucciso. Anche se nessuno si era mai davvero reso conto che Michelle e Coco stessero insieme.

Michelle feroce opportunista, quindi?

The Girl from Plainville parte da questo assunto con un primo episodio il cui finale è una scena tanto inquietante quanto accusatoria. Perché questa sarebbe dopotutto la soluzione più semplice. Ci sono il bene e il male. Ci sono Coco e Michelle. Ma alla serie non interessa fermarsi alla superficie di questo dramma. Si immerge in questo abisso per dimostrare perché, in realtà, questa storia abbia solo vittime.

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The Girl from Plainville: recensione
The Girl from Plainville: recensione – Credits: STARZPLAY

L’impossibilità di accettare la vita

The Girl from Plainville costruisce a ritroso la sua narrazione proprio come fanno gli investigatori che si convincono che la morte di Coco poteva essere evitata. E che a evitarla potesse e dovesse essere proprio quella Michelle che, al contrario, ha incoraggiato il ragazzo a portare a termine un gesto al quale stava per rinunciare. Mancando il reato di istigazione al suicidio nell’ordinamento giudiziario americano, l’accusa sarà quella di negligenza e la condanna, quindi, relativamente lieve. Pur seguendo con cura le indagini e lo sviluppo delle strategie di difesa e accusa, la serie preferisce però concentrarsi su una domanda sicuramente più fondamentale.

Si può parlare di istigazione al suicidio?

Se Michelle non avesse detto a Coco di rientrare in quell’auto, il ragazzo si sarebbe salvato. Ma non lo avrebbe rifatto? A questa domanda è impossibile rispondere con certezza. Perché Coco era purtroppo incapace di accettare il peso di dover scrivere un proprio futuro. Terrorizzato dal doversi confrontare con le conseguenze che ogni scelta avrebbe avuto sul suo rapporto con gli altri. Bloccato dalla paura di deludere anche solo una delle persone a cui voleva bene. Stritolato dalla convinzione che ogni sua decisione potesse frantumare il fragile equilibrio di una famiglia reduce dal divorzio dei genitori. Coco sceglie di morire perché così smetterà di soffrire. Sa che il suo gesto causerà un dolore enorme, ma è paradossalmente convinto che la sua vita potrà essere fonte solo di altri dolori persino più grandi.

Soprattutto, Coco non sceglie la morte perché è Michelle a convincerlo. L’errore di Michelle è l’aver voluto essere vicina a Coco appoggiando ogni sua decisione. Dandogli quel consenso che nessuno gli aveva mai dato. Sostenendolo nella sua ricerca della felicità perché anche per lei la felicità non è l’inizio di una gioia, ma la fine di un dolore. Come Coco, Michelle è incapace di accettare la vita. Non per la paura del futuro, ma per il terrore del presente. Un oggi fatto di disperate richieste di amicizia sempre freddamente ignorate, di calorosi slanci di un amore inatteso ma sincero sdegnosamente vilipesi, di una costante ricerca di una perfezione esteriore imposta dalle pretese di una società dove apparire conta quanto essere se non di più. Michelle trova in Coco quella mano da stringere per non sentirsi sola. Un legame fatto di comprendersi e sostenersi a vicenda.

Senza se e senza ma. Fino alla fine. Dovesse anche essere la peggiore possibile. La più sbagliata. Michelle non istiga Coco a uccidersi. Gli dice di rientrare in macchina perché è convinta che amarlo significhi anche dargli la forza di trovare quella morte che è l’unica felicità possibile quando, come per entrambi, è impossibile accettare la vita.

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The Girl from Plainville: recensione
The Girl from Plainville: recensione – Credits: STARZPLAY

L’incapacità di vedere

The Girl from Plainville fa molta attenzione anche a costruire il tessuto sociale in cui è maturata la vicenda di Michelle e Coco. Senza voler dare colpe, ma lasciando allo spettatore il gravoso compito di giudicare quanto possa aver contribuito a scriverne il drammatico epilogo. Invitandolo a farsi domande non solo sul comportamento dei due ragazzi, ma anche su come a loro si sono relazionati tutti quelli che dopo hanno pianto la morte di Coco e accusato di malvagità e cinismo la condotta scioccante di Michelle. A guardarsi allo specchio per andare oltre una ricerca del colpevole che è inconfessabilmente il modo più semplice e sbrigativo di assolvere sé stessi. Esporre un mostro al pubblico ludibrio per evitare che nessuno si chieda se avrebbe potuto fare qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Michelle sfrutta inizialmente la morte di Coco e la sua relazione con lui per guadagnare quella popolarità che le permette di uscire dalla zona di esclusione in cui era stata esiliata. Oltre all’ovvia condanna che la ragazza merita, la serie vuole però anche suggerire una domanda molto meno scontata. Perché solo un evento così estremo può salvare Michelle? Perché la ragazza deve arrivare a questa follia per essere ascoltata da chi senza motivo l’ha sempre rifiutata?

Michelle diventa, quindi, non una causa, ma una conseguenza. Avrebbe probabilmente agito in maniera diversa se non fosse stata costretta a vivere in un angolo buio. Non è un caso che The Girl from Plainville adotti l’artificio scenico di mostrare Michelle e Coco dialogare dal vivo quando, invece, si stanno solo scambiando messaggi sul cellulare. Conviene alla serie per evitare di inquadrare sempre e solo dei telefoni. Ma soprattutto rende esplicito ciò che quella relazione era per entrambi. L’unico modo per non essere soli.

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The Girl from Plainville, recensione

Perché solo, in realtà, è anche Coco nonostante sia costantemente circondato dalle attenzioni della madre, dai litigi tranquilli con le sorelle, dall’affetto intriso di machismo del nonno, dagli scherzi con i colleghi di un padre in attesa di lui. Una nube di persone che non riescono però a conoscerlo. E che impareranno ad ascoltare il vero Coco solo dopo la sua morte attraverso quei videolog in cui confessava la sua quotidianità fatta di problemi e paure. The Girl from Plainville dimostra così che ciò che è accaduto non è un piano astutamente geniale di una mente incredibilmente malvagia, ma la somma di mille cause. E tra queste c’è anche l’incapacità di vedere cosa c’è dietro lo schermo di un silenzio o il muro di un sorriso.

The Girl from Plainville non è una serie pro o contro Michelle Carter. È piuttosto un grido di allarme per ricordare che il dolore non è mai colpa di una persona sola, ma sempre la somma di tante assenze non viste, silenzi non ascoltati, parole non dette, azioni non fatte, aiuti non dati. Un modo per ripetere in un contesto diverso ma non meno drammatico il memento di Primo Levi: considerate che questo è stato e non dimenticate.

The Girl from Plainville - la recensione

Giudizio complessivo

Una storia vera messa in scena non per accusare una colpevole, ma per far riflettere su chi ha permesso e permette che accadesse e ancora possa accadere

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Winny Enodrac

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