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The Following: Recensione dell’episodio 2.13 – The Reaping

Positivo e negativo. Polo Nord e Polo Sud. Anodo e catodo. Yin e Yang. Sebbene con significati radicalmente diversi, tutte queste coppie di termini condividono la stessa innegabile caratteristica: i due membri non potrebbero esistere separati, ma hanno senso solo in quanto opposti l’uno dell’altro. Allo stesso modo, in molte serie tv, il protagonista è definito dal suo essere altro dall’antagonista in un legame fatto di ovvi contrasti e inattese similitudini. È così anche in The Following. È così anche e soprattutto per Ryan Hardy e Joe Carroll.

TheFollowing_2x13-joeryan“The Reaping” lascia al tanto atteso incontro tra protagonista e antagonista il compito di catalizzare l’attenzione dello spettatore. Tutto ciò che avviene prima è solo un preludio (a volte troppo sbrigativo nel suo mostrare un Ryan dai modi tanto risoluti quanto incredibilmente efficaci), mentre anche le scene con Preston Tanner, figlio della nemesi televisiva di Joe, sono piegate alla necessità di fornire nuovi argomenti di discussione per il confronto tra l’ex agente FBI e il serial killer ex professore. Non essendo ancora arrivati al finale di stagione, era facile prevedere che entrambi i contendenti sarebbero usciti indenni dallo scontro. Ma, come in un dibattito televisivo tra candidati, anche in questo caso è interessante analizzare le performance dei due duellanti. Da un lato, abbiamo un Ryan che continua a mostrarsi sprezzante e ironico, ma con una sostanziale differenza rispetto al passato. Stavolta Ryan non indossa una maschera da duro per coprire le proprie debolezze. Le sue parole e il suo atteggiamento sono il riflesso delle sue azioni e delle sue certezze: lo abbiamo visto ancora una volta uccidere senza indugio chiunque gli si parasse davanti; sparare a Joe durante il rito pubblico; minacciare il suo avversario non in nome della legge da far rispettare, ma della vendetta da compiere. Un Ryan, quindi, più sicuro al punto da non risultare troppo turbato dalla dimostrazione di potere di Joe quando costringe Preston a uccidere per rinnegare il credo del padre. Diverso è invece il comportamento di Joe. In maniera inattesa, più volte il profeta della redenzione nel sangue e della morte come dono liberatorio ricorda che il suo tempo è ormai prossimo alla fine. Un Joe, quindi, che quasi sembra accettare una sconfitta che può essere rimandata con abili mosse, ma non ad libitum. In Joe c’è quasi la certezza che la partita può essere giocata con destrezza e intelligenza, che ci si può guadagnare l’onore delle armi, ma l’assedio alla fine terminerà con la fortezza invasa dai propri nemici. Uccidere Ryan non avrebbe, quindi, senso. È un’opzione non considerata perché Joe sa che non ci sarebbe l’uno senza l’altro. Cosa che non capiscono né Emma né Robert, ma soprattutto Ryan.

TheFollowing_2x13joesonL’accettazione quasi epicurea del proprio destino non impedisce, tuttavia, a Joe di elaborare un piano che vorrebbe essere un’ennesima perla di astuzia e imprevedibilità pur essendo chiaro il bersaglio, quel Kingston Tanner più attento al richiamo della popolarità televisiva che al messaggio divino. Ma il progetto di Joe è ancora troppo nebuloso non solo per lo spettatore (a cui piace questo non sapere per la speranza di essere poi piacevolmente sorpreso), ma soprattutto per i membri della sua setta. La fedelissima Tilda non sembra convinta del ruolo assegnatole di guida di membri che non hanno mai fatto nulla più che passeggiare nel bosco e indossare maschera e mantello durante i riti notturni. Il braccio destro di Joe, quel Robert che pure è stato fondamentale nel garantire l’ascesa del suo maestro in Korban, è sempre più insofferente delle azioni di un leader che vede prendere decisioni non condivisibili. Ma, soprattutto, è Emma a dubitare delle intenzioni di Joe, a non condividere le sue scelte (lasciare libero Ryan, ma anche e soprattutto volersi concentrare su quello che è solo un imbonitore televisivo in salsa biblica come ce ne sono tanti). Questa mancanza di acritica fiducia in Joe è un tratto distintivo della nuova setta e una piacevole innovazione rispetto alla passata stagione.

TheFollowing2x13claireCiò che, invece, purtroppo non cambia rispetto alla prima serie è l’illogicità di tutto quel che ruota intorno a Claire. Il programma protezione testimoni dell’FBI è ormai stato completamente dimenticato con la rediviva ex moglie di Joe che può liberamente contattare chi vuole e prendere iniziative senza concordarle con nessuno dei suoi vigilanti. Altrettanto poco credibile è il rapporto privo di imbarazzi e quasi naturale con Carrie che pure dovrebbe invece essere macchiato da una certa diffidenza tra due donne entrambe sentimentalmente legate allo stesso uomo. Invece, le due sembrano quasi amiche da sempre con Carrie che cede rapidamente alla richiesta di Claire di mandare un messaggio in codice a Joe. Senza che nessuno faccia nulla per evitarlo.

TheFollowing2x13mikelilyA Claire non sono capaci di opporsi neanche Max e Mike, ma la loro distrazione è stavolta pienamente giustificata. Una insolitamente efficiente FBI riesce in pochissimo tempo a ritrovare quella Lily Gray che aveva inutilmente cercato per mesi. E, come bonus, ritrova anche Joe. Che l’incontro tra Mike e Lily dovesse esserci prima della fine della stagione era quasi ovvio ed anche giusto. Che Mike decidesse, infine, di oltrepassare il confine tra giustizia e vendetta era meno preventivabile, ma coerente con l’evoluzione del personaggio. Si è detto in passato che questa stagione aveva visto Ryan e Mike ispirarsi alla figura del giustiziere solitario sempre in bilico tra il rispetto della legge e il desiderio di infliggere all’altro lo stesso dolore subito. Mike sceglie, infine, di passare la linea che separa il bene dal male mostrandosi convinto dell’inutilità di questa scelta, ma consapevole di essere un esempio per Ryan. Se il protagonista deve restare il “buono”, c’è bisogno di una vittima da offrire in sacrificio alle Erinni. Un agnello sacrificale che in questo episodio ha il volto contratto di un disperato Mike.

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