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The Escape Artist: Recensione dell’episodio 1.03 – Part 3

Se vi aspettavate un finale di sola azione thriller, vi siete sbagliati!

Accidenti a questi inglesi. Sì lo so che ho iniziato così anche la recensione di Ripper Street della settimana scorsa, ma non posso farne a meno. Per un momento ho pensato che The Escape Artist fosse davvero un thriller mini-drama, dove l’azione sarebbe stata la parte finale del trittico in cui Tennant si sarebbe ritrovato a correre, inseguire, magari prendere cazzotti e via dicendo. E invece…

theescapeartist-103-05E invece il terzo e ultimo episodio di questa miniserie targata BBC One è il condensato della brillantezza, dell’acume e della genialità di Will Burton, il nostro protagonista, che ancora devastato dalla morte della moglie Kate (la spassosissima Ashley Jensen, perfetta in Extras al fianco di Ricky Gervais), si trova a fare i conti con l’elaborazione del lutto e trova il suo modo per avere giustizia. Will Burton era il rappresentante più perfetto e cristallino del “sistema”. Pur con qualche scrupolo, ma che non intaccava il suo cinismo lavorativo, portando alla liberazione di Foyle, pur avendo capito benissimo che fosse colpevole. Ma al secondo processo di Foyle, difeso da Ashley Jensen (interpretata da Sophie Okonedo, Doctor Who), l’avversaria storica di Will, l’assassino viene liberato per insufficienza di prove e il processo chiuso. Ashley ha saputo rigirare le normative a favore del proprio assistito, in un quadruplo carpiato capace di far impallidire Parry Mason o Ace Attorney. Esattamente come faceva lui. Ecco quindi che il “sistema” ha fallito anche per lui, anche per Will, che stavolta si trova dalla parte delle vittime e capisce che qualcosa non torna.

theescapeartist-103-03Potrebbe sembrare l’incipit di un film che parla di battaglie sociali, fatte di picchetti e manifestazioni al fine di rivoluzionare il sistema legale britannico smuovendo l’opinione pubblica e cavalcando un’ondata di schock nella popolazione per l’esito del fatto di cronaca. Ovviamente non è così. Al contrario, è l’inizio dello sviluppo di una trama perfetta, il cui merito, per una volta, non va dato alla recitazione di Tennant (che è sempre bravissimo, s’intenda), bensì proprio alla scrittura e alla regia della messa in scena. Will sembra avviarsi sulla strada dell’elaborazione del lutto, andando in spiaggia a raccogliere molluschi col figlio, fino a cercare lavoro in una lontana cittadina  scozzese. Sarà così che incontra Foyle e inizia a pedinarlo.

Sembrerebbe un altro incipit, di un film d’azione, come immaginavo sarebbe stato e come ho scritto in apertura. E invece, ancora una volta, la scrittura mi prende in contropiede. Sì, c’è del fattore thriller, ma si risolve molto presto, quando il coltello di Will ferisce appena Foyle ma gli scatena una violenta reazione allergica. Non passa molto che si ritrovano in ambulanza. Ma Foyle non ce la fa e così Will va in tribunale. Ma trovandosi in Scozia viene perseguito lì e giudicato in un tribunale scozzese. Che ha norme e consuetudini diverse da quelle inglesi.  Ciononostante Will decide di difendersi da solo.

theescapeartist-103-02Ecco l’artista della fuga del titolo, in azione. Un’escapologia legale perfetta, magnifica, che viene snocciolata solo dopo che è avvenuta, anche sotto gli occhi dello spettatore che fino a quel momento non ha ben capito cosa si è trovato a guardare. Sembrava una semplice storia, sembrava la verità, sembrava una serie di accadimenti naturali. Invece era stato tutto perfettamente pensato dal nostro Escape Artist, fino all’ultimo dettaglio da un unico punto di vista: quello legale. Quando infatti, poco prima della sentenza, Will è fuori dal tribunale, gli si avvicina proprio Maggie, che ha capito il gioco del collega antagonista e lo minaccia quasi. Come in una partita a scacchi univoca, gli tira contro tutti i pezzi, facendo crollare nello spettatore l’idea che l’abbia fatta franca. Lo sguardo di soddisfazione di Maggie è gigantesco e arriva come uno schiaffo. Ma poi… che botta! Will la spiazza e la lascia letteralmente senza parole. Per concludere il processo si chiude con la formula “non provato”. Che suona un po’ strano, ma che viene immediatamente spiegato attraverso la voce di un reporter fuori dal tribunale. Si tratta della terza formula possibile alla fine di un processo in Scozia (Colpevole, Non Colpevole, Non Provato). E capiamo che anche questo dettaglio era stato pensato da Will.

Con quest’ultimo passaggio lo spettatore si appoggia allo schienale della poltrona completamente soddisfatto e pronto alla veloce scena finale di chiusura, dove Will, il figlio e la madre (che scopriamo essere stata complice della macchinazione) lanciano una lanterna volante in memoria della moglie. Niente piagnistei, niente lungaggini, niente scene pietose. Giustizia è fatta, adesso la famiglia può pensare davvero a sé stessa e rimettersi in piedi.

The Escape Artist è un’ottima miniserie, che ha mescolato legal drama e thriller in un mix ben dosato, spiazzando il pubblico, che non sapeva esattamente cosa aspettarsi. Rischioso. Ma se fatto con sapienza è invece un’arma efficacissima per mantenere alta l’attenzione e la curiosità nello spettatore. Credo fermamente che l’obiettivo sia stato centrato completamente. Ancora una volta, un ottimo esempio di come sia possibile fare le cose per bene con una produzione di una tv pubblica. Peccato che la RAI non sappia proprio imparare dai colleghi britannici. Accidenti a questi inglesi.

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