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The Escape Artist: Recensione dell’episodio 1.02 – Part 2

La prima parte di questo trittico di episodi di The Escape Artist mi aveva stupito per la direzione presa che effettivamente non mi aspettavo, ma, anche per questo, l’esordio del racconto aveva lasciato un segno positivo. Quando si spiazza lo spettatore è sempre un bene, sia che lo si faccia in un modo piacevole o meno. D’altronde una storia è quello che è, non si può certo volerla diversa da come è stata concepita, qualsiasi cosa ci si aspettasse. Il nocciolo della questione è se la realizzazione sia fatta in modo curato e coerente.

Questa seconda parte, che avrebbe dovuto determinare l’evolversi del plot principale, invece, mi sembra zoppicare in alcuni punti. Il tutto si articola in diversi piani narrativi, ossia: la funzionalità del sistema giuridico, in questo caso inglese, ma il concetto potrebbe essere espanso a piacere ed il crollo di una famiglia di fronte ad una perdita violenta e improvvisa, concetto incarnato soprattutto dal protagonista di questa narrazione, Will Burton.

escape_artist_2bEntrambe questi piani narrativi mi sono parsi, per larghi tratti, gestiti con abbastanza sufficienza, senza andare a scavare troppo nel profondo o senza caratterizzare le situazioni e i personaggi in modo particolarmente originale, ma limitandosi alla superficie di un emotività abbastanza generalizzata e qualche volta a dei luoghi comuni decisamente semplicistici.

Se il concetto di giustizia, voleva approfondire la necessaria difesa del colpevole, anche quando il suo difensore percepisce la sua colpevolezza, questa scelta è scivolata in diversi punti nel concetto per il quale la giustizia è inefficiente, i trucchetti degli avvocati riescono a tenere fuori di galera i cattivi e tutta una gran serie di sottotesti in cui si intuivano frasi del tipo “ah, il sistema è marcio, ah, quanto è marcio”. Si scade da questo punto di vista in quella che è la sensazione di pancia della gente, sentimenti spesso condivisibili, ma più da discussione al bar che da serio esame della questione. Dovrebbe, invece, essere più evidente che un avvocato deve cercare di difendere il suo assistito, fino a che questi si professa innocente. Dovrebbe essere più chiaro che i processi e le colpevolezze si determinano con fatti ed evidenze e non con sensazioni personali, mentre è strisciante il concetto che il cattivo viene difeso dall’avvocato arrivista solo perché vuole guadagnare a livello personale (carriera) mentre l’ipotetico uomo onesto e saggio dovrebbe evitare di difendere il cattivo in quanto tale. A complicare la situazione ci si mette la grande semplificazione narrativa che nei due processi visti finora chi accusa spesso è un incapace anche se mosso da buoni sentimenti, mentre chi difende è uno scaltro individuo che sfrutta ogni ameno trucco del mestiere. Troppo semplice e troppo banale.

escape_artist_2cAnche la parte relativa al drama familiare è gestita con una certa semplicità. Assistiamo alle classiche scene viste e riviste del padre in lutto e del figlio che fatica a fare venire fuori quello che è dentro di lui, con situazioni viste mille altre volte di frustrazione, silenzi, malintesi, ricordi che riaffiorano davanti ad una foto, un video o una tomba. Sicuramente scene ben fatte ma che ad uno spettatore più disincantato non hanno sicuramente trasmesso troppo pathos.

Quello che è ben realizzato, invece, è il villain. Liam Foyle è inquietante al punto giusto, dissociato e nevrotico, freddo e calcolatore, riassume brillantemente diverse sfaccettature, pur essendo un personaggio che percepiamo cattivo a tutto tondo, senza un background giustificativo dei suoi comportamenti. escape_artist_2eRisulta inquietante in tutte le scene in cui è fisicamente presente, come nella scena dell’autobus o quando invita a casa la sua vicina e simula l’interrogatorio della polizia, ma anche tutte le scene che non lo ritraggono ma che lo riguardano si portano dietro la giusta dose di tensione e suspance, come ad esempio il rientro a casa dell’avvocatessa Maggie Gardner, in un appartamento in cui si percepisce la presenza del cattivo senza dover minimamente vedere alcuna traccia fisica del suo passaggio.

La parte meno impegnata e più thriller, alla fine, è quella che risulta più piacevole, perché ha ritmo ed è convincente e presumo (o spero) che nella terza parte prenda maggiore importanza rispetto a quella legale o alla stessa trama più teoricamente “profonda”.

Rimane sempre di ottima fattura la recitazione, ma su questo potevamo scommetterci il proverbiale penny: d’altronde se hai a guidare il cast David Tennant e un ottimo gruppo di comprimari a seguirlo, dubbi non ce ne possono essere. Alla fine, forse, basta anche questo a giustificare la visione. In attesa di scoprire come andrà a finire, naturalmente.

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