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The End of the Tour – la recensione, Roma FF10

Sempre più numerosi e difficili da giudicare sono i film che raccontano la vita di personaggi famosi, importanti, storici, letterari, ai quali si aggiunge anche The End of the Tour di James Ponsoldt, che ripercorre l’incontro e l’intervista del giornalista reporter di Rolling Stones, David Lipsky (Jesse Eisenberg), a David Foster Wallace (Jason Segel), morto suicida nel 2008.

Il film, tratto dal libro di Lipsky Come diventare se stessi, ruota attorno al loro incontro e alla loro convivenza per cinque giorni che, come succede anche per gli amici di lunga data, conosce alti e bassi, momenti di risate e di attriti, specialmente nella parte terminale del viaggio. Parlo di viaggio sia nella misura in cui si tratta della fine del tour promozionale dell’ultimo libro di Wallace, Infinite Jest, sia perché si tratta di un’esplorazione reciproca all’interno di due personalità colte ma diverse. Riaffiorano vecchi ricordi, pensieri, vecchie fiamme e amicizie, si confessano l’un l’altro, un po’ spinti dalle contingenze del caso (si tratta pur sempre di un’intervista), un po’ spinti dalla sincera curiosità che caratterizza gli scrittori in generale.

Certo, è difficile per noi porre una netta linea di demarcazione tra il vero e la fiction, perché solo ai due diretti interessati è dato di sapere cosa è realmente successo, cosa si sono detti esattamente. Pensiamo soltanto a quanti gradini ci separano da quella che viene chiamata “verità”. Si tratta pur sempre di un’intervista raccontata da parte di uno scrittore nel suo libro, e quindi per definizione modificata secondo la sua sensibilità, nulla di più frequente. E poi viene il film, che ha filtrato nuovamente il libro del giornalista e concesso a due attori molto bravi di recitare la parte dei due protagonisti. La tradizione (nel senso più filologico possibile) non è dunque limpida e diretta e questo in qualche modo offusca il nostro metro di giudizio. Riflessioni sui massimi sistemi della ricerca della verità? Non esageriamo, non è una critica negativa al film, ma sono problematiche che vanno ricordate, ogni tanto…

Cos’ha di speciale un film del genere? Non ha pretese virtuosistiche, non succede nulla di eclatante, ma riusciamo ad osservare e a conoscere più da vicino un personaggio importante della letteratura americana contemporanea. C’è chi scopre e chi riscopre, chi ha occasione di approfondire un argomento che altrimenti potrebbe rischiare l’oblio. Inoltre emerge un’immagine inconsueta di un personaggio celeberrimo oltreoceano, un mostro sacro alla stenua ricerca della normalità. Siamo un po’ abituati a immaginare i “grandi” della letteratura o del cinema quasi come dei supereroi dotati di un’intelligenza fuori dal comune, che si trasforma in qualche modo nel loro personale superpotere, quando invece nella maggior parte dei casi sono persone semplici, nella misura in cui sono problematiche tanto quanto chi li conosce da lontano, attraverso i libri o i film. Nel caso di Wallace, scrittore di spicco e professore all’università manca una vita comune, tranquilla, dopo aver inseguito e raggiunto dopo anni il sogno americano che tanto incensa il successo. Vuole paradossalmente quello che Lipsky vorrebbe lasciarsi alle spalle, mentre già ha quello cui il giornalista tanto aspira. Si tratta della “normalità”, forse troppo sofisticata per un autore che il pubblico legge ed apprezza invece per la sua genialità, un concettotroppo contrastante, secondo Lipsky, con il talento che dimostra e con il successo che ne consegue. Tale convinzione sarà argomento di un attrito già acceso per altri motivi ma che sarà sanato dal buonsenso e dall’intelligenza di entrambi.

Come ho notato prima, non succede nulla di particolare, ma è soltanto attraverso i loro dialoghi che abbiamo modo di conoscere la sensibilità e purtroppo anche le debolezze e i problemi di un uomo che ha conosciuto molto da vicino la depressione e che ha già in passato tentato il suicidio. Il bisogno di fatti e azioni viene compensato da un continuo e intelligente scambio di battute e su questo si concentra e gioca l’intero film.

Perché parlare di un personaggio del genere? Per indagarne il carattere, la natura, per raccontarlo al pubblico che lo conosce e non, forse anche per far rivivere e per ricordare la sua opera. Cinema e letteratura, come si può vedere in molte altre pellicole recenti, si uniscono per fortificarsi a vicenda e non trovo che vi sia nullo di male in questo, nella possibilità che le arti si possano sostenere ed aiutare a vicenda. Questo succede, sempre più spesso in un mondo dalla galoppante tecnologia e non trovo che vi sia nulla di male.

The End of the Tour
  • istruttivo
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