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The End of the F***ing World: il momento del dopo – Recensione della seconda stagione della serie Netflix

The End of the F***ing World: recensione della seconda stagione
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Alle volte ci si può concedere un piccolo errore di vanità e citarsi da soli. “Quanto è difficile avere diciassette anni come tanti ed essere come nessuno” scrivemmo nella recensione della prima stagione di The End of the F***ing World poco meno di due anni fa. Quelle stesse parole le potremmo modificare leggermente, ma significativamente per descrivere la seconda stagione di questo piccolo gioiello. “Quanto è difficile aver avuto diciassette anni come tanti ed essere sopravvissuti a quel non essere come nessuno” potrebbe essere la sinossi del ritorno di Alyssa e James. E di Bonnie.

The End of the F***ing World: recensione della seconda stagione
The End of the F***ing World: recensione della seconda stagione – Credits: Netflix

Due anni dopo

Il finale della prima stagione era stato tanto agrodolce quanto perfetto con quello schermo nero a nascondere le conseguenze dello sparo verso un James in fuga su una spiaggia tra le urla di Alyssa. The End of the F***ing World poteva finire lì come il fumetto omonimo di Charles S. Forsman da cui liberamente è tratto. Ma ormai lo sanno tutti e su queste pagine più volte lo abbiamo ripetuto. Avere successo è la più dolce e pericolosa delle condanne. Perché ti costringe a scrivere il dopo di una storia anche quando è magistralmente conclusa. 

Poteva andare tutto male e far rimpiangere ciò che era stato e non sarebbe più stato (e il disastroso accanimento con 13 Reasons Why è lì a dimostrarlo). E, invece, Charlie Covell (che della serie è autore e showrunner) dimostra di non essere bravo solo a trasferire sullo schermo le idee altrui che vivevano sulla carta di una graphic novel. Al contrario, di idee ne ha anche lui e bastano a scrivere una seconda stagione che, seppure inferiore alla prima, resta un modo intelligente di investire quelle due ore e quaranta che servono ad un veloce binge watch di The End of the F***king World.

Perché due anni dopo molto è cambiato per i protagonisti di un tempo e per quelli che adesso impariamo a conoscere. Ma una cosa è rimasta intatta: la capacità della serie di affrontare temi importanti e scrivere personaggi indimenticabili e non storielle per far passare il tempo. Un motivo più che sufficiente per promuovere ancora The End of the F***ing World.

Aver dimostrato che, alle volte, ci può essere ancora tanto da dire in modo intelligente anche dopo che la parola fine è stata così sapientemente scritta.

LEGGI ANCHE: The End of the F***ing World: quanto è difficile avere 17 anni – Recensione prima stagione

The End of the F***ing World: recensione della seconda stagione
The End of the F***ing World 2: recensione della seconda stagione – Credits: Netflix

Alyssa e James ….

The End of the F***ing World era la storia di Alyssa e James. E lo è ancora. Con l’unica ma sostanziale differenza che sono proprio Alyssa e James a non essere più loro. A non essere più quei due diciasettenni irrequieti che cercavano in una impossibile e sgangherata fuga un modo di trovare sé stessi. Banalmente, ma inevitabilmente quello che è successo non poteva lasciarli uguali. Era piuttosto una cesura netta tra il prima e il dopo.

Tra l’adolescenza e qualcosa che ancora non conoscevano. E che devono ancora riuscire a capire. La seconda stagione di The End of the F***ing World è, allora, la storia di chi lentamente scopre che il posto in cui si trova ora non è una sosta a tempo indeterminato, ma un punto di partenza da cui muoversi verso un domani che non può più aspettare. E verso cui è arrivato il momento di iniziare ad andare.

A piccoli passi come James sopravvissuto a quello sparo sulla spiaggia solo per vedere morire il sé stesso di prima. Quel ragazzo che non provava niente e che si illudeva di poter sentire qualcosa solo attraverso una violenza immaginaria che non gli è mai appartenuta davvero. Il James di ora ha, invece, imparato che si può soffrire per una perdita così tanto da portarsi appresso il simulacro esteriore di un’assenza interiore. Ha capito di essere capace di sentire e di vivere per quel sentimento che prima riteneva impossibile. Ha scoperto che la solitudine che prima anelava è una tortura se non può condividerla con un’unica lei.

Con Alyssa. Che però non è più lei. Non è più quell’uragano impetuoso che travolgeva chiunque si avvicinasse a lei con la pretesa di insegnarle qualcosa. La tempesta di emozioni, pensieri, parole, opere si è spenta per il ricordo fisso di quel che è successo in quella casa dove lei e James hanno ucciso Clive. Un omicidio per legittima difesa, ma che è rimasto lì a strapparle la vita che aveva. Lasciandola in un’apatia emotiva tale che anche ciò che prima considerava inaccettabile diventa un modo come un altro per fingere di non essere immobile. Che si tratti di lavorare come cameriera in un ristorante nel mezzo del nulla o sposarsi con qualcuno solo perché non fa differenza.

The End of the F***ing World diventa, quindi, la storia di Alyssa e James che hanno ormai accettato che il mondo non cambierà per loro, ma che possono esserne parte pur restando sé stessi. Chiedendo aiuto se necessario. Capendo che anche gli altri hanno diritto a vivere secondo le loro opinioni per quanto possano sembrare sbagliate. Scoprendo che non bisogna vergognarsi di dire ti amo.

The End of the F***ing World: recensione della seconda stagione
The End of the F***ing World 2: recensione della seconda stagione – Credits: Netflix

… e Bonnie e tutto il mondo intorno

Anche perché chi non ama o non è mai stato amato è destinato ad essere vittima degli inganni altrui e a pagare le conseguenze di un miraggio. Come Bonnie che irrompe in The End of the F***ing World offrendo la scusa, forse troppo ad hoc, per riavviare la storia. Ma soprattutto disegna un personaggio fatto a pezzi dal dolore della perdita di qualcosa che, in realtà, non è mai esistito. Ed è proprio questa contraddizione l’aspetto più soffocante del dramma di Bonnie. Il dover soffrire per la perdita di un’illusione che era comunque l’unica ancora di salvezza per una vita che stava affondando. E che si aggrappa ad una vendetta senza senso che termina in una esplosiva catarsi grazie proprio a quelli che riteneva i suoi carnefici senza capire che erano, invece, i suoi salvatori.

Se Bonnie è la novità più appariscente di questa seconda stagione, non è comunque l’unica. The End of the F***ing World allarga, infatti, il suo mondo gettando uno sguardo a chi ruota intorno al microcosmo di Alyssa e James. Tratteggiandoli brevemente, ma incisivamente. La madre di Alyssa alla ricerca di un obiettivo per non sentirsi eternamente perdente. La zia Leigh silenziosa osservatrice che parla solo quando ha qualcosa di utile da dire. L’incolpevole Todd nel cui mondo fatto di sogni non può esistere l’odio, ma solo il perdono. E poi la quotidianità che si fa assurdo in personaggi normalmente ordinari quali il proprietario del motel o un farmacista troppo invadente. 

The End of the F***ing World perde la carica dirompente della prima stagione perché a tratti gira su sé stessa senza avere una meta apparente. Rinuncia ad avere un duo paritetico appiattendo un poco James per fare di Alyssa la vera protagonista assoluta. Ma resta una serie dove tutto è curato perfettamente, dalla regia alla fotografia fino alla colonna sonora che si adatta ad ogni momento. E dove, soprattutto, si resta meravigliosamente affascinati dall’intensità magnetica di Jessica Barden, dall’ennesima dimostrazione di bravura di Alex Lawther, dalla sorprendente rivelazione di Naomi Ackie.

Tutto poteva andare storto quando è stato annunciato che ci sarebbe stata una seconda stagione di The End of the F***ing World. Per fortuna, sono stati tutti talmente bravi che si può solo dire grazie per questa seconda stagione.

The End of the F***ing World: recensione della seconda stagione
4

Giudizio complessivo

Un ritorno leggermente inferiore alla prima stagione ma capace di dimostrare di avere ancora qualcosa da dire e di saperlo dire magnificamente

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