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Cinema

The Danish Girl – la recensione, Venezia 72

Ancora una volta la 72° mostra del cinema di Venezia ci dà modo grazie a The Danish Girl d’inoltrarci negli anni ’20, ma in un paese europeo un po’ diverso dal solito, la Danimarca. Non inedito è invece il tema centrale del film del regista Tom Hooper, cioè il delicato argomento della transessualità, già affrontato in rispettabili pellicole come Transamerica. Hooper tuttavia torna alla”radice” della questione, al primo caso di un individuo transgender sottopostosi ad una vera e propria operazione chirurgica: si tratta di Einar Wegener, un giovane uomo trasformatosi sempre più nella donna che era sempre stata in lui, fino a diventarlo definitivamente: Lili Elbe.

Siamo a Copenaghen. Einar (Eddie Redmayne) e sua moglie Gerda (Alicia Vikander) sono una felicissima e tenerissima coppia di artisti che conducono una vita lieta e piena d’amore. Il loro estro artistico tuttavia finisce per andare oltre: Gerda chiede infatti all’adorato marito di posare per lei con abiti da donna per un ritratto, innocentemente, per gioco, senza sapere che in quel modo verrà aperta una porta su un profondo segreto, un inconscio sentimento nel cuore e nel corpo dell’inconsapevole Einar. La prima reazione è l’imbarazzo, inevitabile, seguito però da un inedito piacere che nasce al contatto di quelle splendide vesti. Da fatto occasionale diventa uno scherzo in società, che, tuttavia, ben presto per lui non sarà più un “bel gioco che dura poco“, ma una vera e propria propensione, una necessità.

I medici del momento non possono essere di nessun aiuto davanti ad un caso così insolito, liquidato drasticamente con “pazzia” o “schizofrenia”, e tanto meno sono in grado di ascoltare o capire realmente cosa prova un uomo relegato in un corpo che non gli appartiene, nel quale non si sente a suo agio. E come potrebbero? I tempi sono ben lontani dall’essere anche vagamente maturi nel campo dei diritti umani, figuriamoci davanti argomenti di questa portata. Eppure c’è chi, anche se a fatica, riesce a cogliere il disagio e il malessere provato: proprio la moglie pian piano riesce ad assimilare il fatto ed a sopportare il graduale allontanamento di colui che è sempre stato suo marito, che la continua ad amare e che ripete di avere bisogno di lei.

000026580005_Agatha A. Nitecka.tifIl tema è forte, toccante, lo è già nel caso in cui venga ambientato ai giorni nostri e ancor più se retrodatato a quasi cent’anni fa. Hooper racconta il primo “cambio di sesso” della storia in un mondo in cui hanno preso forma e sempre più piede i gender studies, quindi in un contesto culturale (potenzialmente) in grado di capire, anche solo a livello di definizione, la tripartizione tra sesso biologico, identità e ruolo di genere. Negli ultimi vent’anni poi, lo studio, le ricerche, l’informazione e il dialogo hanno permesso quanto meno la possibilità di avvicinarsi a tematiche così intime e delicate. Pensiamo solo all’angoscia, alla paura, al fastidio, alla confusione che potesse provare un uomo come Einar nell’epoca in cui è nato e cresciuto, in cui nulla si sapeva su questo frangente. Nessuno studio, nessuna conoscenza precisa. Pensiamo a quale potesse essere lo spiazzamento di una persona davanti a questo sentimento inspiegabile e innato, alla convinzione di non trovarsi nel luogo giusto, quando quel luogo è il proprio corpo. Pensiamo a quanto un individuo del genere, uomo in questo caso, potesse sentirsi spaesato e incompreso, quale, appunto, potesse essere l’imbarazzo. Un attore umile e timido come Eddie Redmayne è stato in grado di condensare tutte queste paure e indecisioni in un’interpretazione delicatissima e straordinaria, così come ha fatto la collega Alicia Vikander, che veste i panni di un personaggio difficile e fondamentale nella vita della nuova Lili.

Certo, con film del calibro di Dallas Buyers Club, il già citato Transamerica e tanti altri, il tema della sessualità combattuta può fare facilmente breccia nella sensibilità del pubblico anche meno comprensivo e attivo in materia. Tuttavia sia il film, sia Redmayne stesso, sia l’approfondimento del rapporto tra Lili e l’amico Henrik (Ben Whishaw) ricordano come si tenda a confondere i problemi. La transessualità è una cosa, l’omosessualità è un’altra ed esse non sono necessariamente collegate, anche se troppo spesso si sente livellare senza riguardo la delicata questione, che ha pur sempre bisogno delle sue precisazioni. Il tema è in grado di smuovere gli animi, in una direzione o in un’altra: meno male che ciò, ora è possibile, forse anche grazie a Lili. Hooper ne dà una lettura raffinatissima, fedele ai costumi dell’epoca, al setting, ma anche alla sincerità delle emozioni di entrambi i protagonisti, così nuove e inaspettate.

Insomma, dell’argomento si potrebbe parlare all’infinito, ma in un paio d’ore Hooper con il suo The Danish Girl ci riesce con una cura davvero notevole, tanto quanto la bellissima interpretazione di entrambi gli attori protagonisti… Se non al Lido di Venezia, al film o a qualcuno di voi un premio arriverà, ve lo meritate tutti!

The Danish Girl
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