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The Crown: Recensione della prima stagione della serie Netflix

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Netflix

“Uneasy lies the head that wears the Crown. “

Così recitava l’atto terzo dell’Enrico IV di Shakespeare, che sottolineava una verità ormai nota dai secoli dei secoli in qualsiasi parte del mondo conosciuto. La corona di un regnante, il gioiello che definisce ma marca irrimediabilmente un sovrano, è tanto un dono quanto una maledizione. Come in ogni situazione, anche la monarchia ha i suoi pro e contro, luci e ombre di storie che non potremo mai conoscere a pieno.

The Crown, il capolavoro di Netflix costato la spropositata cifra di 100 milioni di dollari, scava a fondo nelle verità e nelle menzogne di questa affermazione. Nel farlo si ispira, tendando di restare il più fedele e realista possibile, alla vita di Elisabetta II, regnante ancora in vita del regno d’Inghilterra e ad oggi regina più longeva della storia del suo paese. Una responsabilità non da poco, la sua e quella degli autori, soprattutto, nell’avvicinare una storia così recente ma così meravigliosa. Complessa, quanto la stessa regina e la sua vita, infinita quanto i dettagli che la rendono straordinaria.

Libri di storia vs legende metropolitane, ovvero chi era Elisabetta

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I primi dieci episodi di The Crown – che si divorano in un sol boccone con un binge-watching the scivola giù che è un piacere – analizzano la vita di una giovane donna destinata ad essere regina. Una grande regina.

Elisabetta (Claire Foy) è una giovane donna, una moglie, una madre e una figlia, che si appresta a diventare regina in seguito agli eventi non facili che hanno segnato la linea ereditaria della sua famiglia. Mentre il padre, re Giorgio VI (Jared Harris), è ormai vicino allo scadere dei suoi giorni, Elisabetta sale su un trono pieno di spine e responsabilità che una giovane sovrana, proprio in quanto donna, viene presto considerata incapace di affrontare. Mentre il governo e Winston Churchill (John Lithgow) minano da un lato le sue certezze, dall’altro a peggiorare la situazione ci pensano il marito Filippo (Matt Smith) e la sorella Margaret (Vanessa Kirby), la principessa triste a cui non viene concesso di sposare l’amato Peter Townsend (Greg Wise).

Mentre tanto ci regalano questi primi episodi, la sensazione è quella di desiderare ancora, di non aver avuto abbastanza. In parte si tratta di una responsabilità dettata da un progetto ampio, che come già confermato vorrebbe estendersi per ben sei stagioni complessive. In parte, invece, la responsabilità è del carisma di storia e personaggi, che interpretano figure storicamente reali ma le fanno proprie tanto da regalarci un drama quasi più reale della realtà stessa.

La storia scorre sotto l’inquisitorio sguardo di inquadrature ampie e luci dosate. La chiarezza del freddo palazzo di Buckingam è opposta all’assenza di illuminazione e alle tenebre di Westmister. A seconda del tono della scena cambia tanto la luce quanto l’inquadratura della cinepresa, che diligentemente spazia tra primi piani e ampi scenari, dalla bellezza urbana di Londra alle vedute delle Highlands scozzesi ai paesaggi esotici dell’Africa e degli altri paesi del Commonwealth.

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The Crown non parla con i sottintesi, ma con quanta più realtà riesca a sottrarre al mondo da cui prende spunto. Parla con abiti realistici – alcuni perfino realmente indossati dai reali nelle loro foto ufficiali – e meravigliosi gioielli, interni ed esterni degni di un re (appunto!) ma anche musiche scattanti e adatte, senza considerare la meravigliosa sigla di Hans Zimmer, composta appositamente per la serie tv. Sono tanti i dettagli che contribuiscono a rendere l’illusione reale e tanti ancora che ci provano, anche se di reale magari rischiano di non avere nulla (come la scena del litigio tra Elisabetta e Filippo e l’annesso ricatto ai giornalisti per il nastro).

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Mentre tantissimi sono i personaggi che ci entrano nel cuore, che appaiano per un minuto o per due ore, resta indubbia l’attrazione che si prova per la coppia dei reali, forse ancor più protagonisti della stessa regina. Filippo pù di un volta ruba la scena alla moglie, merito di un abilissimo Matt Smith e di una movenza talmente simile al Duca di Edimburgo da far sospettare una meticolosa ricerca e una bravura sopra la media. La riverenza con cui il rapporto di Filippo e Elisabetta viene trattato (mentre Filippo ci mostra anche il suo fondoschiena, non vediamo mai i due scambiarsi effusione più spinta di un bacio) non intacca il realismo di una coppia con evidenti problemi coniugali. Autentico il loro litigio in macchina, autentiche le festicciole a cui Filippo non dice mai di no e autentica la forza con cui Elisabetta, alla fine, gli ricorda chi sia lui e chi sia anche lei.

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Tra i personaggi secondari – anche se definirli tali sembra quasi un affronto – spiccano Jared Harris e John Lithgow, rispettivamente il re e il suo fidato primo ministro. Un ruolo quasi da villain è invece affidato al deposto sovrano infatuato della divorceé per cui ha lasciato la corona al fratello, Edoardo duca di Windsor (Alex Jennings). Un ruolo evidentemente dettato dall’esigenza quasi puerile di fornire un oggetto su cui riversare l’antipatia in una produzione, altrimenti, ricca di personaggi per cui non si può fare altro che provare grande empatia e trasporto.

The Crown si presenta al pubblico più come una serie storicheggiante che storica fino al midollo. Stupisce, conquista e incanta con una cura dei dettagli che sembra quasi maniacale, che trascina la mente agli anni poco successivi alla guerra e apre il cuore di un freddo palazzo reale britannico, infondendogli una nuova vita e evidentemente necessaria visibilità. Inevitabile il paragone con la regina di The Queen, sceneggiata anch’essa dalla penna di Peter Morgan (noto anche per film come Frost/Nixon, Rush, State of Play). La stessa regina che ha guadagnato l’oscar a Helen Mirren è qui solo agli inizi di una lunga vita di successi e errori. Errori che ancora non vediamo, che ancora non hanno turbato così profondamente la monarchia come accadrà in quel lontano futuro 1997.

Nella sua interezza, The Crown è una serie che non solo va vista, non solo va apprezzata ma, più di ogni altra cosa, va compresa nella sua interezza. Perché, e questo è inevitabile, una volta che la si comprende non si può non amarla, dal più piccolo particolare di una spilla al più grande scenario di una donna con nelle mani il destino di un intero impero.

Bravo, Netflix, bravo!

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