fbpx
Cinema

The Butler – Un Maggiordomo alla Casa Bianca: la recensione

The Butler

Quest’anno, più di ogni altro, è l’anno in cui gli afroamericani e la loro storia sono protagonisti di molte pellicole americane e non. Mi vengono in mente 12 Anni Schiavo di Steven Mc Queen, Fruitivale Station, vincitore dell’ultimo Sundance Festival, e The Butler. I primi due li sto attendendo con impazienza, The Butler, invece, l’ho visto proprio ieri al cinema. Distribuito in Italia con il sottotitolo esplicativo Un Maggiordomo alla Casa Bianca, il film è diretto e sceneggiato da Lee Daniels che forse ricorderete per Precious dove fece incetta di nomination e premi nel 2010.

The Butler The Butler è l’adattamento cinematografico dell’articolo di giornale A Butler Well Served by This Election di Wil Haygood che racconta la storia di Eugene Allen, maggiordomo della casa bianca per oltre trenta anni. In The Butler seguiamo la storia di Cecil che dalla piantagione di cotone del profondo sud arriva a ottenere un posto alla Casa Bianca come maggiordomo dove resterà per ben 30 anni dal 1957 al 1986. Sfilano davanti a lui ben sette presidenti americani: Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter e Reagan, protagonisti e artefici del conflitto sociale e culturale vivo nel paese. Mentre Cecil, infatti, si conforma al ruolo che la comunità bianca ha stabilito per gli uomini di colore, suo figlio maggiore vive in prima persona l’ingiustizia ed è pronto a combattere il proprio paese per ottenere i diritti civili.

Daniel racconta la storia Americana da questi due punti di vista, ripercorrendo le tappe più importanti per la conquista dei diritti civili da parte della popolazione afroamericana: dal movimento pacifista Freedom Riders al movimento violento Black Panters, fino alla conquista di qualche diritto basilare per ogni essere umano come sedersi dove si desidera in un bar o ristorante, occupare qualsiasi posto si voglia su un mezzo pubblico e scegliere la scuola che si preferisce senza divieti. The Butler racconta la contraddizione interna del paese che si è fatto grande presentandosi agli occhi del mondo come il paese della possibilità per tutti e lo fa con un cast eccezionale: il brillante Forrest Withaker e Oprah Winfrey, quest’ultima in odore di candidatura agli Oscar, Cuba Gooding Jr., Terrence Howard, Lenny Kravitz. Anche i piccoli ruoli dei presidenti americani e delle first lady erano interpretati da attori di una certa levatura come: Jane Fonda nel ruolo di Nancy Regan, John Cusack nel ruolo di Nixon, Robin Williams è Eisenhower, Liev Schreiber interpreta Johnson. TheButler-3

The Butler, però, non stupisce scegliendo una chiave fin troppo popolare per raccontare una fetta di storia Americana. L’impressione generale è che Lee Daniels non abbia voluto osare troppo, né mostrando il volto realistico e completo dei presidenti americani rappresentati dei quali ha prediletto solo gli aspetti positivi o bonari né ha voluto puntare il dito in modo troppo deciso nei confronti dell’America. C’è però un bel passaggio verso la fine del film dove va posto l’accento: la voce narrante di Cecil paragona le piantagioni di cotone ai campi di concentramento in cui furono sterminati milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale e accusa gli americani di essere tuttora dei grandi ipocriti perché giudicano il resto del mondo senza accorgersi della grande miseria fatta di violenza e morte che per 70 anni si è perpetrata nel loro stesso paese.
Questo momento, insieme alle battute conclusive del film, in cui vediamo Cecil e suo figlio festeggiare per l’elezione di Barack Obama, sono i momenti più toccanti ed emozionanti del film. Lee Daniel riesce, infatti, a farci immedesimare bene nella vita di quest’uomo che ha cercato con dignità di migliorare la propria vita: vittima della violenza nelle piantagioni di cotone, riesce a vedere un uomo di colore diventare Presidente della nazione che lo aveva segregato come “razza” inferiore. Nonostante il film sia però ben confezionato e risulti in conclusione un buon prodotto d’intrattenimento, non sorprende né per originalità stilistica né per la sceneggiatura un po’ troppo didascalica e prevedibile. Un’occasione colta solo a metà senza guizzi brillanti tali da rendere memorabile questa pellicola.

Comments
To Top