fbpx
Bridge (The)

The Bridge: Recensione della prima stagione.

Con The Bridge, FX aggiunge un altro ottimo prodotto alla sua lista di show in onda e si conferma come canale, ormai non più emergente, ma affermato nella produzione di Drama adulti, di spessore, coinvolgenti e con ottima fattura tecnica. Ormai è sempre più uno dei migliri canali del panorama americano, da seguire e a cui concedere sempre una possibilità ad ogni nuovo show che lancia.

The Bridge è la trasposizione americana, come sempre più spesso accade, di una serie straniera, in questo caso una coproduzione danese e svedese (pure la Danimarca si aggiunge alle nazioni che producono roba interessante, dopo Forbrydelsen, che ha originato The Killing, ora questo prodotto, di cui avevo sentito già parlare benissimo da alcuni miei colleghi del nord Europa; stiamo rimanendo solo noi a produrre Don Matteo).

the bridge 2Rispetto alla serie originale, che prendeva l’avvio sul ponte che collega Danimarca e Svezia, questa ha un indubbio vantaggio. Il ponte oggetto del titolo collega non più due nazioni europee e moderne, ma due mondi distanti come il sole e la luna: i ricchi e moderni Stati Uniti e l’arretrato, violento e corrotto Messico. Si potrebbe sintetizzare come un Racconto delle Due Città, ma a differenza dalla famosissima novella di Dickens, qui assistiamo alla contrapposizione tra El Paso e Ciudad Juàrez, tra un mondo di cowboy affaristi e la più corrotta e malfamata provincia del Messico.

Partiamo però dai protagonisti di questo Drama: le due figure principali sono una detective americana, Sonya Cross, interpretata dalla tedesca Diane Kruger, e un poliziotto messicano, Marco Rùiz, interpretato da Demian Bichir. Oltre all’ottima prova recitativa dei due attori, davvero calati in parti non facili, perché dei due personaggi si fa un grande approfondimento, e quindi l’interprete deve anche essere in grado di far trasparire un registro emotivo molto ampio, la chimica della coppia di poliziotti è davvero notevole ed il rapporto che si crea tra i due, per l’appunto, si crea passo dopo passo, lo si vede nascere e trasformarsi in qualcosa di profondo anche se per nulla vicino ad una scontata unresolved sexual tension. Le indagini e le loro vicende personali, a cui si intersecano, forgiano un duo con cui ci si sente di condividere emozioni e dolori, vittorie e sconfitte; si riesce a creare tra loro e lo spettatore un rapporto quasi simbiotico, gran merito, come si diceva, di Kruger e Bichir, ma, indubbiamente, anche dell’ottima scrittura della serie.

the bridge 6Se le vicende personali di Sonya sono per lo più relegate al passato e l’influenza che hanno sul presente è relativa alla condizione psicologica del detective Cross che ne aggrava le condizioni dovute alla sindrome di Asperger, quelle di Marco sono intrecciate strettamente alla trama orizzontale della stagione e ne provocheranno la discesa agli inferi della morale e la sua relativa trasformazione.

Tra i comprimari, almeno quelli legati alla trama principale (del resto parlerò dopo) trovo giusto segnalare sia il villain della stagione, Hastings, sia il padre putativo di Sonya, Hank. Due figure completamente diverse, ma entrambe pacate, almeno all’apparenza, con però una forza interiore immensa e capaci di trascinare la storia dove vogliono loro. Sono dei fuochi d’attrazione o emotivi, due poli magnetici per i nostri protagonisti, che portano rispettivamente squilibrio ed equilibrio nelle vicende in una lotta continua tra bene e male.

the bridge 5Ma proprio qui si apre una prospettiva interessante e che eleva il contenuto e lo spessore della serie. Se nel confronto tra singoli si identificano molto facilmente il bene e il male, la storia aggiunge una sovrastruttura che sviluppa il concetto di cui parlavamo in avvio di recensione, ossia l’analisi sociale di questo microcosmo di due città, che però si può espandere in un concetto Nord-Sud molto più ampio. Lo stesso omicidio che apre lo show, unisce simbolicamente due tronconi di corpo di due donne diverse, una delle tantissime ragazze sparite di Juarez e un giudice di El Paso. Una delle cose su cui lo show punta da subito è il mettere in evidenza come per un singolo omicidio nel mondo ricco si accendano subito le luci della ribalta, mentre delle centinaia se non migliaia di vittime nel mondo povero non si accorga nessuno.

Un tema intensamente trattato è anche la condizione della donna nella società messicana, dove è poco meno di merce, viene usata, abusata, viene fatta sparire e vive una vita misera e senza sbocco se non quello di sposare un uomo e mettere al mondo nidiate di figli. Non fatico a comprendere come molte vogliano fuggire da un posto in cui il destino è di sottomissione o morte.

the bridge 7Quello che invece vediamo nella società texana sono la falsità, l’egoismo e l’avidità tipica di ogni società del mondo ricco, che fanno da contraltare e specchio, in questa vicinanza forzata a livello geografico e distanza siderale a livello economico di queste due città che sono lati opposti della stessa moneta. Una moneta falsa naturalmente.

Ma tutti questi temi, non vengono imposti con pedantezza, ma fluiscono naturali come contorno e sfondo all’intreccio della storia, che rimane un brillante thriller. Il tutto è assolutamente fluido e naturale e il ritmo della narrazione, per quanto sia a tratti compassato, non ne risente minimamente.

Dicevamo prima, ci sono anche storie collaterali al main plot. Una è strettamente connessa ed è quella dei giornalisti Daniel Frye e Adriana Mendez, che a loro volta costruiscono con il passare degli episodi un’amalgama decisamente notevole, anche loro cambiando, evolvendo e crescendo e andando a toccare, da prospettive diverse, tutti i temi principali del racconto. Ho trovato oltretutto molto bravo Matthew Lillard, che interpreta Frye, a tratti divertente e a volte intenso. L’altra storia è spesso molto distante dalle altre, quella della bella ereditiera Charlotte e del tunnel. Si tocca con le altre storie, ma è quasi un semplice sfiorarsi. Anche qui vediamo una notevole evoluzione del personaggio, dalla ex subrette del primo episodio a donna risoluta del finale, ma forse la sento meno questa parte perché l’ho spesso trovata un’interruzione della trama principale, ben fatta, gradita, interessante ma pur sempre un’interruzione.

the bridge 4La struttura del racconto è molto particolare. L’evoluzione della storia arriva a toccare il suo apice a partire dal nono episodio per poi concludersi, nella sua main story, all’undicesimo, lasciando così spazio a ben due episodi anticlimatici, dove viviamo prima in modo devastante il lutto e il dolore e poi vediamo strutturarsi le trame di base della stagione successiva, ancora abbastanza connesse con quanto visto finora. Soluzione particolare, che forse poteva essere maggiormente condensata perché due episodi anticlimatici sono tanti, ma ammetto che quello che c’era da dire era tanto.

In conclusione, un prodotto sicuramente valido, che non ha deluso chi l’ha già visto e tornerà a seguirlo nella prossima stagione, e sicuramente da consigliare in momenti di recupero a chi se l’è perso.

Comments
To Top