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The 100: Recensione dell’episodio 3.11 – Nevermore

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Un episodio di The 100 che finalmente ci ricorda perchè amiamo così tanto questo telefilm. Lindsey Morgan magistrale.

Ci sono tante cose in cui Rothenberg eccelle. Non è bravo, per esempio, a rapportarsi con i fan della serie e, da quel che abbiamo recentemente sentito, non è nemmeno eccezionale nei rapporti umani sul set ma, bisogna ammetterlo, eccelle nel suo lavoro, quello dello showrunner. Ne è la dimostrazione questo episodio che, sotto tantissimi punti di vista, è perfetto. E’ l’episodio che ci riporta ai ‘bei vecchi tempi’, quelli in cui non c’erano ancora le diverse politiche in gioco, né i clan né strani esseri onniscienti provenienti da chip, ma solo un gruppo di adolescenti in preda ai loro ormoni che tentavano di sopravvivere ai pochi e relativamente innocui Grounders (come poi avremmo scoperto). Ripeto, bei vecchi tempi. Ecco perché questo episodio funziona perché, benchè fosse interessante (all’inizio) e perfino necessario dare spazio ai singoli personaggi, lasciarli crescere singolarmente e dare a ciascuno lo spazio per i propri errori, nulla funziona più di una scena con i membri dell’originario team mandato sulla terra tutti nella stessa stanza.

the 100Accantonata la situazione ‘Pike’, il nuovo nemico risulta essere Alie e il suo esercito di piccole formiche, intenzionate a tutti i costi a riprendersi quel piccolo chip che contiene, tra le altre cose, ciò che resta dell’anima di Lexa e degli altri Commander prima di lei. L’unico modo per trovare il chip è raggiungere Clarke e per farlo Alie cerca di sfruttare Raven, ancora sotto il suo controllo. Inutile girarci intorno: Lindsey Morgan è stata magnifica in questo episodio. La ragazza, sotto il totale potere di Alie, ha continuato a tentare di fuggire e nel frattempo non ha mancato di riversare tutto l’odio possibile sui propri compagni, nella speranza che almeno uno di loro commettesse un passo falso, la liberasse o le si avventasse contro, probabilmente abbastanza vicino per permetterle di sottrarre loro un’arma. Uno dopo l’altro i suoi amici sono crollati sotto la forza e la malvagità delle parole che si riversavano dalla mente di Raven sotto l’influenza del veleno di Alie. Contro Jasper ha usato il ricordo di Maia, contro Clarke quello di Lexa e contro Bellamy, ultimo a mantenere la linea di difesa, ha usato la sorte di Gina, che il ragazzo non avrebbe mai amato, secondo lei, quanto ama Clarke. Il buon piccolo soldato al fianco della sua Regina. Una frase che non racchiude uno ma migliaia di significati – che non sono neanche certa essere più autentici ormai.

the 100Quello che le singole esperienze hanno insegnato a quegli inesperti ragazzi che tanto tempo prima erano arrivati sulla terra è che, proprio come dice Clarke, non si tratta più di scoprire se si è dalla parte dei buoni o dei cattivi ma di arrendersi all’evidenza, ovvero che forse non ci sono più nemmeno i ‘buoni’. Non ci sono quei cavalieri dalla bianca armatura, con la propria morale e il proprio spirito puro, ma soltanto esseri umani, con le loro debolezze e le loro paure, esseri umani pronti a tutto pur di sopravvivere e di proteggere quelli che amano. Come Bellamy ha sempre fatto con Octavia, anche se lei gli dice chiaro e tondo che per lei è come se lui fosse morto, caput. La scena in cui lo picchia a sangue è in realtà un discorso fatto di centinaia, di migliaia di piccole parole che riempiono quel silenzio straziante. Octavia è ferita, ha perso l’uomo che amava e, in parte, è colpa di suo fratello. Se c’è una relazione che non pensavo veder frantumata fino a questo punto è proprio quella tra Bellamy e Octavia. I Blake erano un punto di riferimento che, a questo punto, ormai non è più tale. Da una parte è troppo doloroso pensare a loro come a due estranei ma, dall’altra, è giusto così, è giusto riconoscere che entrambi hanno percorso cammini differenti e ne sono stati differentemente influenzati, emergendo come due figure più estranee di quanto non lo siano un membro della Skycrew e uno dei Grounders.

the 100Altra faida, anche se dall’esito leggermente diverso, è quella tra Jasper e Clarke, che alla fine riescono ad appianare parzialmente le proprie divergenze quando riescono a salvare Raven. Anche qui mi rendo conto che è impossibile prescindere dal percorso fatto dai due personaggi, dalle scelte che hanno fatto e da come quelle scelte si siano rivoltate contro di loro e contro il loro rapporto. Clarke, qui bisogna ammetterlo, per molto tempo ha pensato a se stessa, ai suoi sentimenti per Lexa; ha messo da parte il suo popolo continuando a raccontare a se stessa la storiella del ‘sono più utile a Polis che ad Arkadia’ quando in realtà la sua permanenza lì era unicamente dettata dalla presenza di Lexa. Morta Lexa morta la necessità di rimanere, coerente no?

Raven torna in se, Bellamy sopravvive all’ennesimo grounder che vuole farlo fuori per il massacro di cui è responsabile, Lincoln è più morto di Jon Snow e già ci manca da impazzire. Anche se Alie è a conoscenza della posizione di Clarke e degli altri non ci resta che sperare che Raven possa effettivamente salvare tutti e sconfiggere l’intelligenza artificiale che si è rivelata tanto sfuggente fino ad ora. Un episodio che è stato davvero meraviglioso, dall’inizio alla fine, con la giusta dose di tutto e tanto spazio dedicato a personaggi che ne avevano davvero bisogno, senza dimenticare quelle frasi filosofiche che a Rothenberg piace tanto lanciare come sassolini di qua e di la. Si inizia a parlare del fatto che manchino solo 5 episodi alla fine della terza stagione. Cosa rispondo io? Tanto può succedere in 5 episodi (e tanti possono ancora lasciarci le penne).

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3.11 - Nevermore
  • Come ai vecchi tempi
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