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The 100: Recensione dell’episodio 3.03 – Ye who enter here

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The 100 - 3.03 – Ye who enter hereAlle volte le promesse si mantengono. Anche se a farle è lo showrunner di una serie tv e tutto può sembrare l’ennesima trovata pubblicitaria per stuzzicare l’appetito già ingordo dei fan più fedeli o suscitare l’attenzione incuriosita di chi sta pensando di diventarlo. Jason Rothenberg lo aveva detto: la terza stagione di The 100 avrà molti più intrighi politici e fazioni in lotta. E, incredibile dictu, le parole dell’uomo più odiato dalle shippers non sono da inaffidabile marinaio.
Perché le promettenti premesse della premiere spezzata in due parti avevano lasciato intuire che i tre mesi trascorsi sulla Terra tra lo sterminio degli abitanti di Mount Weather e la caccia ad una Clarke sempre più indomita non erano stati un buco temporale fine a sé stesso, ma piuttosto un distacco necessario a rendere credibili le premesse delle intricate trame che caratterizzeranno la terza stagione. Trame che esplodono in tutta la loro elettrizzante frenesia e avvincente complessità in questo episodio. Un episodio che lascia in panchina sia l’indecifrabile (al momento) storyline di Jaha e la City of Light che le ripetute crisi autodistruttive di un Jasper afflitto dal dolore per la perdita di Maya. Scelta più che saggia, perché sarebbero risultate sicuramente fastidiose, spezzando il ritmo ossessivo che rappresenta uno dei punti di forza di una puntata in cui succede tanto senza che si abbia mai la sensazione che ci sia qualcosa di troppo. Con il valore aggiunto di costumi e scenografie degne di serie dal budget ben più elevato ed una recitazione che sa rendere credibili ogni dialogo e ogni momento.

The 100 - 3.03 – Ye who enter hereA rendere ancora più degno di lode questo episodio è anche la coerenza delle scelte dei diversi personaggi, i quali non si lasciano sopraffare dalla girandola di rivelazioni con cui devono confrontarsi, ma al contrario le vivono cercando di indirizzarle secondo ciò in cui hanno sempre creduto. Così Lexa orgogliosamente rivendica il suo ruolo di comandante, avocando a sé sola ogni decisione e imponendo, con la diplomazia di accordi imposti o la violenza di omicidi rivelatori, la sua idea di pace e convivenza tra Grounders e Skikru (come sono ora chiamati gli ex abitanti dell’arca spaziale). Nè tanto meno lascia che l’amore per Clarke ostacoli il suo piano di mostrare la sua potenza, costringendo la temutissima Wanheda ad inchinarsi davanti a lei. Lexa sa di essere colpevole nei confronti di Clarke e può piegarsi a chiedere il suo perdono, dichiarandole amore mascherato dalla promessa di difendere gli ultimi arrivati. Ma neanche quello che a tutti gli effetti è quasi un rito nuziale (e l’intimità della scena e la reazione addolcita di Clarke lo confermano) può farle dimenticare che l’ago della sua bussola morale punta sicuro verso la stessa direzione di sempre: proteggere la sua gente. Facile sarebbe stato cedere ad un romantico abbandonarsi, liberando l’amata Clarke, ma questo avrebbe significato cambiare il personaggio di Lexa, commettendo un peccato che sarebbe stato probabilmente perdonato dai fan ma che sarebbe rimasto comunque un errore che è stato ottima idea evitare.

Coerenza sembra essere il principio primo di questi personaggi. E coerente lo è anche Clarke che spegne la sua bruciante sete di vendetta nella rassegnata accettazione di ciò che è Lexa e di quanto loro due siano sempre state e siano adesso ancora più simili, tanto che anche il più odioso contrasto diventa una giustificabile necessità. Perché Lexa ha tradito Clarke per lo stesso motivo per cui lei ha compiuto una strage degli innocenti a Mount Weather. Perché Lexa accetterebbe la punizione ultima di Clarke con la stessa serenità con cui la Wanheda accetta il suo volontario esilio. Perché Lexa sa mettere il proprio dovere al di sopra del suo io personale con la medesima sicurezza con cui Clarke rinuncia al suo orgoglio e ad un facile ritorno ai suoi affetti a lungo lontani (che si tratti della madre ritrovata o di un Bellamy sempre più intimamente legato a lei). Merito della serie è di aver creato dei personaggi femminili che rifuggono lo stereotipo della principessa indifesa in attesa dell’eroico cavaliere e non si accontentano nemmeno di restare al fianco del protagonista in un ruolo da comprimarie. Sovvertendo la tradizionale divisione dei compiti, Clarke e Lexa, ma anche Octavia e Indra o Abby e la inquietante Nia, regina della Nazione del Ghiaccio, sono leader naturali che non hanno bisogno di farsi spazio a fatica in un mondo patriarcale, ma piuttosto si ergono con naturalezza alla guida di genti che ne riconoscono gli indiscutibili meriti.

The 100 - 3.03 – Ye who enter hereSe fanno un passo indietro, è perché lo hanno scelto autonomamente, come fa Abby in questo episodio quando restituisce a Kane il difficile compito di cancelliere. Un incarico questo che il Marcus stupefatto dalla vivacità della capitale dei Grounders ha guadagnato rinunciando al suo ego per farsi ponte tra culture diverse, nella convinzione che la pace sia un obiettivo troppo importante per sacrificarlo sull’altare di sciocchi personalismi. Conclusione alla quale non è invece ancora arrivato del tutto Bellamy, il quale ha tuttavia la valida scusante dell’amore mai confessato neanche a sé stesso verso Clarke e che neanche l’effimera relazione con la sfortunata Gina è riuscita a tacitare. Una pace che è al momento cancellata dalla guerra che Nia ha ormai dichiarato, grazie all’ingegnoso piano di sfidare pubblicamente la leadership di Lexa uccidendo quegli Skikru che l’attuale Heda si vantava di avere sottomesso al suo potere, costringendoli ad accettare l’inatteso ingresso nella confederazione da lei guidata. Menzione di lode alla sapiente messa in scena con l’attentatore suicida, che solo alla fine si scopre essere nascosto a Mount Weather nonostante la confessione fasulla della rediviva Echo. Un personaggio minore che sembrava avere esaurito la sua funzione e che invece ritorna a ricordarci che in The 100 tutto può sempre essere diverso da quel che sembra. E che anche l’ultimo dei dispersi può diventare fondamentale come Emerson (ex capo delle guardie di Mount Weather) che svela i codici di autodistruzione della montagna.

Il recap che precede ogni puntata di The 100 è, a suo modo, illuminante perché mostra come erano Clarke, Bellamy, Octavia solo due stagioni fa, rendendo quasi scioccante il paragone con il come sono ora. Chi lo avrebbe detto due anni fa che quello che sembrava un ennesimo teen drama si sarebbe rivelato una delle migliori (se non la migliore) e delle più innovative serie sci-fi degli ultimi anni?

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