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The 100: i cinque motivi per recuperare la serie tv

Nato nel 2006 dalla fusione di UPN e The WB, The CW si è spesso caratterizzato come un network indirizzato ad un pubblico decisamente giovane con serie tv la cui caratteristica comune è un cast fatto di attori tutti giovani e belli. Uno sguardo ai protagonisti di “The Originals” e “The Vampire diaries” è più efficace di mille parole per chiarire questo punto. Ma non è solo per questa ventata di freschezza che il network si è affermato come la vera rivelazione di questo 2014 televisivo forte delle positive esperienze di “Arrow” e del debuttante “The Flash”. In risalita come ascolti sulla stessa rete è anche “The 100”, un prodotto senza grosse pretese ma comunque mai noioso e sempre interessante che vale la pena recuperare approfittando della pausa natalizia. Cinque motivi per farlo ve li diamo noi.

5. Perché non ci sono solo giovani e belli

Earth SkillsMa anche adulti e … belli (si, a questo secondo aggettivo non si può sfuggire su The CW). Sebbene i protagonisti principali siano i ragazzi mandati sulla Terra, la prima stagione non si limita a seguire le loro peripezie, ma si concentra anche su una seconda storyline parallela che si svolge sull’Arca (nel cielo) e che ha come protagonisti gli adulti alle prese con una immancabile lotta per il potere giocata senza esclusione di colpi. Una trama apparentemente semplice che è però ravvivata dalle motivazioni personali dei personaggi coinvolti. Sia Abigail e Jaha da un lato che Kane dall’altro aspirano al comando della stazione spaziale, ma entrambi non cercano il potere per soddisfare il proprio egoistico io, ma per imporre piuttosto il loro modo di concepire la salvezza del genere umano. È per questo che entrambi i contendenti possono anche sacrificarsi l’uno per l’altro (Jaha che resta sull’Arca nel finale della prima stagione e Kane che rimane prigioniero dei Grounders nella seconda) o consolidate alleanze (Abigail – Jaha di recente) possono rompersi da un momento all’altro quando i modi di pensare iniziano a differire. Un modo alternativo di presentare un conflitto altrimenti banale.

4. Perché Octavia e Lincoln sono la bella e la bestia ma anche no

The100LincolnOctaviaIl tema dell’amore impossibile eppure sincero tra la Bella e la Bestia si può far risalire alla favola di “Amore e Psiche” contenuta ne “L’Asino d’oro” di Apuleio anche se le versione più note sono quella pubblicata nel 1756 da Jeanne – Marie Leprince de Beaumont e il suo (pesante) riadattamento nell’omonimo cartoon Disney del 1991. Se una storia sopravvive tanto a lungo nei secoli, è sintomo che il suo fascino sia ineludibile e diventa, perciò, quasi inevitabile che anche una serie tv ceda alla tentazione di inscenare un rapporto d’amore tra due personaggi schierati dalle parti opposte di un altrimenti insanabile conflitto. Siamo su “The CW” e quindi il cast femminile non manca di candidate al ruolo di Bella, ma anche tra le cosiddette bestie abbondano fisici scolpiti che di bestiale hanno ben poco. La scelta cade su Octavia, la ribelle ragazza colpevole solo di essere nata, e Lincoln, il prestante uomo della medicina sopravvissuto sulla Terra post apocalisse nucleare. Sebbene bastassero poco meno di due incontri fugaci a far capire che tra i due sarebbe nato un fiabesco amore, pure la storia riesce ad evolvere in modo meno banale del solito. Perché Octavia ha di Belle la stessa bellezza ed ostinazione, ma non prova a cambiare la Bestia ed è piuttosto lei ad imparare da lui fino a diventare una guerriera che in poco si distingue dai Grounders. E perché Lincoln è vittima del pregiudizio proprio come la Bestia, ma non ha bisogno di convertirsi al modo di vivere e di pensare della sua Belle per conquistare Octavia. Ed, infine, non è detto che sia per forza lui a salvare lei e non il contrario.

3. Perché Bellamy e Clarke devono stare insieme

Twilight’s Last GleamingShipping è il termine inglese, derivato dalla parola relationship (relazione), con cui s’intende il coinvolgimento emotivo dei fan nel crescente sviluppo della relazione tra una coppia di personaggi di un’opera fittizia (solitamente una saga letteraria o una serie televisiva). Inutile provare a negarlo, ma ogni serie tv ha la sua ship e “The 100” non fa eccezione. Solo che il produttore esecutivo Jason Rothenberg qui si diverte a giocare con i fan negando loro ostinatamente un esito felice delle loro richieste. Come in ogni ship che si rispetti, i protagonisti sono inizialmente presentati come personalità dal carattere completamente diverso. Bellamy è, infatti, il despota manesco che impone con la forza il suo comando sul gruppo dei 100 mandati sulla Terra, mentre Clarke è la voce del grillo parlante che riesce ad imporsi con l’intelligenza delle sue proposte ed il coraggio delle sue azioni.  Vox populi vuole che gli opposti finiscano inevitabilmente per attrarsi ed innegabilmente questo avviene trasformando quella che era una rissosa diarchia in una armoniosa collaborazione. Ma la ship è ostacolata nella prima stagione dall’amore di Clarke per il monocorde Finn con sommo dispiacere dei fan che avrebbero preferito una migliore scelta per la loro eroina. L’inatteso cambiamento di personalità di Finn e gli sguardi ben oltre un’amichevole intesa tra Bellamy e Clarke lasciavano sperare che la ship andasse in porto nella seconda stagione, ma siamo ancora ad un blando triangolo. “No, il triangolo no” cantano i fan della ship. Resta da vedere le loro voci riusciranno a convincere Rothenberg.

2. Perché il girl power non è quello delle Spice Girls

The100LexaCorreva l’anno 1996 quando le radio inondarono il mondo con le note di “Wannabe”, singolo di esordio di una girl band del tutto sconosciuta. Non era facile intuirlo da quelle poche note, ma quelle cinque ragazze unite sotto il nome di Spice Girls avrebbero dominato la scena musicale degli anni novanta con un successo mediatico come non si vedeva dai tempi dei Beatles. Slogan del gruppo, il motto “Girl power” divenne una sorta di parola d’ordine per rivendicare un distorto femminismo dove le ragazze non si vergognavano più di essere sé stesse anche se questo doveva significare abbandonarsi ad un eccessivo culto dell’apparire piuttosto che dell’essere. “The 100” potrebbe vedersi quasi come una versione 2.0 di quella filosofia perché sono proprio delle ragazze (e l’età dichiarata intorno ai venti anni giustifica questo termine) ad avere tutti i ruoli di comando. Leader dei 100 mandati sulla Terra è infatti Clarke aiutata in modo sostanziale da Raven, mentre Octavia ha molto poco della bella da salvare. Anche i Grounders sembrano essere una società matriarcale dove il potere è delle ragazze, prima Anya, ora Lexa. Ma anche tra gli adulti le donne sono al comando con  Abigail nuovo cancelliere, il maggiore Byrne spietato capo delle guardie e la feroce Indra luogotenente di Lexa. Ragazze che non hanno bisogno di fare affidamento sulle propria bellezza per primeggiare, ma che dimostrano che quello che può fare un uomo (comandare eserciti, combattere battaglie, costruire strumenti tecnologici) una donna può farlo anche meglio. Girl power vero, non quello da merchandising delle Spice Girls.

1. Perché la storia non si stanca di correre

“The 100” non ha la pretesa di essere quello che non è. Tranne qualche rimarchevole eccezione (Isaiah Washington da Grey’s Anatomy e Henry Ian Cusick da Lost), il cast è formato da attori giovani il cui curriculum è più corto della lista della spesa di una persona a dieta e nessuno di loro mostra particolari doti recitative. Nè tantomeno gli autori sanno affrontare temi etici profondi come potrebbero essere quelli suggeriti da una società dispotica che condanna a morte i ragazzi alla prima infrazione. Servirebbero altri attori ed altri autori per scrivere una storia tanto ambiziosa. Ma questo lo sanno bene Rothenberg e soci che decidono saggiamente di non provare a essere quello che non sono. Al contrario, optano per una scelta conservativa ma di grande efficacia. Se “The 100” non può essere una serie piena di significati, sarà una serie piena di azione. E lo è come poche altre. Poche sono le storyline affrontate e spesso molto intrecciate tra loro il che permette di evitare dispersioni inutili che rallenterebbero il ritmo di una narrazione che scorre impetuosa. Se è vero che alle volte i ragazzi sembrano essere anche troppo furbi e tutto finisce sempre per andare nel migliore dei modi possibili, è altrettanto vero che non ci sono mai momenti di pausa e mancano del tutto quei fastidiosi episodi filler dove nulla accade e si vuole solo allungare il brodo. Una sola cosa sembra essere vietata in “The 100”: la noia. E scusate se è poco.

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