Cinema

Tangerines: La recensione del film di Zaza Urushadze

tangerines

Titolo: Tangerines (Mandariinid)
Genere: Drammatico
Anno: 2013
Durata: 87 minuti
Regia: Zaza Urushadze
Sceneggiatura: Zaza Urushadze
Cast principale: Lembit Ulfsak, Giorgi Nakasjidze, Elmo Nüganen, Misha Meskhi

Nel 1992, in pieno conflitto georgiano-abcaso, in un paesino della Georgia ha inizio la storia di Tangerines.
Un uomo anziano interrompe il suo lavoro di falegnameria quando due uomini armati entrano nel suo capanno. Sono mercenari ceceni e hanno fame. Ivo, l’uomo anziano, dà loro ciò che vogliono e li guarda andare via sulla soglia della porta. “Stai attento, nonno. Non sono tutti gentili come noi” sono le ultime parole del mercenario. Ivo però non è solamente un vecchio buono e gentile, al contrario è un uomo molto forte e ancora certo di quello in cui crede, nonostante tutto il suo mondo gli sia crollato attorno. La sua famiglia è andata in Estonia appena il conflitto è esploso, ma lui non ha voluto lasciare la sua casa sulle montagne.

tangerines smallNel suo capanno costruisce cassette di legno per i mandarini del suo amico Margus. I mandarini dovrebbero essere i protagonisti del film, ma sono solamente un pretesto per mantenere un contatto con la realtà, con quella natura che non dovrebbe temere nulla (neanche la guerra) ma che in realtà viene travolta con tutto il resto. Gli alberi sono colmi di mandarini, se nessuno li raccoglie andranno sprecati. Per Margus quella è la ragione per cui affrontare tutto, e dopo quell’ultimo raccolto andare a casa in Estonia. Ivo è felice di aiutarlo, ma per lui è diverso: il vecchio uomo si è rassegnato al non sense della guerra, e casa sua è proprio lì, in quel piccolo villaggio in cui sa che rimarrà da solo con i mandarini.

Ma quando il conflitto sembra non poter essere più vicino, ecco che Ivo si ritrova a soccorrere due uomini, il mercenario ceceno di poco prima e un combattente georgiano. Nella casa di Ivo, dunque, si trovano uno di fronte all’altro due nemici, ancora doloranti per le ferite. Ma avviene qualcosa, quasi una magia o la sua versione spirituale: il gesto generoso ed incondizionato di Ivo di salvarli entrambi diventa un sacro vincolo che impedisce ai due uomini di uccidersi all’interno di quelle quattro mura. Mentre recuperano le forze dovranno convivere ed imparare a guardarsi senza il filtro della guerra che li contrappone, ma attraverso gli occhi del buon Ivo che li ha uniti. Il conflitto internazionale dall’universale passa all’individuale, viene racchiuso in una stanza, tra due persone. Questo semplice passaggio però restituisce al tema della guerra tutta l’universalità che le spetta, perché quei due uomini potrebbero essere chiunque e quella potrebbe essere qualunque altra guerra.

Zaza Urushadze racconta una storia semplice in modo semplice. Molte volte l’obiettivo della telecamera viene puntato sulle spalle di Ivo, per farci vedere ciò che accade dalla sua prospettiva, come se lo spettatore fosse nascosto dietro di lui. Quando Ivo corre verso gli uomini feriti, vediamo tutto in soggettiva, ci sembra di correre insieme a lui. Ma per tutto il resto del film le inquadrature sono molto larghe, a volte l’azione si svolge persino in secondo piano, e abbiamo la sensazione di vedere tutto da lontano, da dietro un albero o un cespuglio tra i boschi georgiani.

I dialoghi sono molto semplici, ma è proprio questa la forza del film. Ogni frase viene detta con un’intenzione precisa, quella di rendere evidente quanto assurda sia la guerra: “Lo uccido!” “Uccideresti un uomo che dorme?”

zaza tangerinesLembit Ulfsak nei panni di Ivo fa un ottimo lavoro, trasmettendo un senso di protezione tipico dei padri dei padri. Quando è presente nella scena tutti si sentono al sicuro e diventano infantili, ubbidiscono a ciò che dice e hanno paura di farsi rimproverare. Il film sta sulle sue spalle e sugli sguardi di Giorgi Nakasjidze e Misha Meskhi, il ceceno e il georgiano, acerrimi nemici per volere delle circostanze. Di sicuro non sono gli attori hollywoodiani a cui siamo abituati, ma la tensione e l’armonia che i quattro attori riescono a creare è assolutamente perfetta.

A legare tutto insieme è la musica minimalista di Niaz Diasamidze, una melodia folkloristica, che sembra venire direttamente dalle montagne lì intorno, trasportata da una carovana di donne in abiti del luogo, che non appaiono mai sullo schermo, ma di cui si sente la presenza. La nipote di Ivo ad esempio compare solo in foto, un’immagine che distrae gli uomini ed è per Ivo un importante promemoria di cosa conta davvero e cosa non ha più importanza.

Tangerines è un film intenso, che riducendo tutto al minimo, eleva al massimo la tensione e il significato di ogni parola e di ogni gesto. Il film è uscito nel 2013, nel 2015 ha ricevuto una nomination come miglior film straniero agli Oscar (diventando il primo film estone ad avere una candidatura) ed è arrivato nelle sale italiane solo a maggio 2016. Nonostante tutto questo, vi consigliamo di andare a vederlo, perché è una storia che riguarda tutti e porta l’attenzione su un conflitto che abbiamo dimenticato.
In fondo è questo che ci vuole dire Urushadze, ogni conflitto ci vede coinvolti, perché una guerra non è altro se non due uomini, uno di fronte all’altro, pronti ad uccidersi. Ma a volte accade che la vita ha più importanza della morte e tutto torna ad avere senso.

Tangerines
  • Regia e Fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
4

In Sintesi

Intenso ed efficace

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