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Supernatural: Recensione dell’episodio 7.12 – Time after time after time

Cominciamo a riesserci, anche se purtroppo il senso di “già visto” è ancora troppo forte. Sono sempre molto dispiaciuto nel recensire in questo modo una serie che resta per me nell’olimpo degli ultimi anni. Ma sono in attesa di un reprise convincente. Dopo la morte di Bobby, che era riuscita a dare una scossa alla situazione dei Leviatani, che si stanno dimostrando un po’ noiosetti, sono arrivati due episodi non proprio brillanti.

Ma la sensazione di aver visto qualcosa di vecchio è talmente forte che mi viene quasi da pensare che sia stato fatto apposta. Purtroppo non credo sia stato fatto apposta. Si tratta dello stesso problema dell’episodio 7×11. Quando facevano i babysitter c’era di mezzo un caso simile a tanti altri, la storia del giovane hunter che può ancora avere un futuro, un po’ di scontro tra i due fratelli. In pratica, un episodio come ce ne sono stati a decine.

Stessa cosa questa volta. Si tratta di un episodio ironico dove Dean viene portato in un “setting” diverso da quello in cui vivono normalmente. Qui sono gli anni ’30, ma è successa la stessa cosa con il far west, il mondo della tv, la vita degli attori stessi che interpretano Supernatural. C’erano ovvie variazioni, ma il concetto di base resta lo stesso: per una creatura maligna vengono sbattuti in un altro mondo, il che da vita a situazioni comiche e che va affrontato trovando il modo di tornare “a casa”. E se prendiamo l’episodio del far west si tratta praticamente della stessa identica situazione: Dean si gasa perché vede un’epoca per lui mitica ma poi si da dare da fare.

Niente di più, niente di meno. Tra l’altro il cattivo di turno è Cronos, dio greco del tempo. Anche qui una bella ripresa della mitologia, quando sono state messe in scena le divinità minori che sono state tutte fatte a pezzi da Lucifero un paio di stagioni fa.

Insomma, “more of the same” si può dire. Il problema è che manca completamente un sottofondo epico come in passato. La lotta tra angeli e demoni, bene e male, apocalisse in terra, Lucifero, Gabriele… il tiro era piuttosto alto. Poi è arrivata questa settima stagione, con una premessa piuttosto promettente (Castiel era diventato Dio, se ricordate) che si è smontata subito, lasciando spazio ai Leviatani, creature mitiche malvage venute dal purgatorio.

Di per sé, l’idea di questi nuovi cattivi non era negativa. Poteva venire fuori qualcosa di altrettanto epico, se girato nei modi giusti. Invece gli autori si sono persi, nel mostrare quanto siano cattivi e inseriti nella società. Una specie di cospirazione nascosta. Purtroppo non funziona, e il motivo è presto detto. In Supernatural il “mondo normale” è sempre solo intravisto e visitato di passaggio. Non è la realtà quotidiana dei fratelli Winchester. Quindi, per lo spettatore, che i leviatani si stiano infiltrando nel tessuto sociale, è un’informazione, non un accadimento che genera reazioni ed emozioni. Non tocca, perché il tessuto sociale non è lo sfondo normale delle vicende della serie.

Ci sono volute scene divertenti, battute sagaci, la morte di Bobby, per portarci a tenere alto l’interesse. Poi per carità, si tratta di una serie comunque da vedere. Però siamo davvero scesi tantissimo.

Chiaro. Dopo la Grande Apocalisse, dove ti butti? Era lo stesso dubbio che mi era venuto con Buffy e con Angel ed entrambe hanno risposto allo stesso modo: dopo l’Apocalisse, chiudi la serie (ma Joss Whedon è bravo e ha portato nuove storie sui fumetti, che sebbene disegnati con uno stile decisamente poco di livello rispetto al franchise, raccontano storie molto piacevoli e impossibili da fare in una serie).

Il rischio qui era proprio quello di non sapere più da parte andare a sbattere e mi pare che anche gli autori stiano cercando di prendere tempo, in attesa di calare le carte migliori. Al momento mancano anche nuovi personaggi interessanti. Il super capo dei Leviatani non è poi così interessante, anche se quando si confronta con Crowley si intuisce un certo gusto. Che però si perde completamente nel confronto con Bobby.

Bah. Per ora sono un po’ desolato. Certo, il livello è migliorato rispetto al precedente episodio. Il recupero dell’ironia in qualche modo funziona ancora e sicuramente permette di non distrarsi a metà puntata come la settimana scorsa. Però ancora non ci siamo.  Speriamo, anche stavolta, che la prossima sia meglio.

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Alessandro

Pianoforte a 9 anni, canto a 14, danza a 16 anni. Poi recitazione. Poi la scuola professionale di Regia Cinematografica. Poi l'Accademia di teatro di prosa. Anche grafica, comunicazione, eventi di spettacolo. Ma qui soprattutto un amore sconfinato per le serie tv americane e inglesi, con la loro capacità di essere le vere depositarie moderne della scrittura teatrale antica anglosassone.

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