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Suits: recensione episodio 6.14 – Admission of Guilt

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Suits questa settimana si rifugia nel passato, come l’orso nella tana quando sente arrivare il freddo. Dopo aver fatto una bella scorta di sotto trame inutili, quali Donna alla conquista del mercato (mai decollato) dell’assistente vocale e Louis alle prese con ecografie e biberon, Suits torna a fare quello che sa fare meglio: il legal drama procedurale. Aaron Korsh ha riciclato una trama da prima stagione, presentandoci il solito cattivo proprietario di un enorme multinazionale che sfrutta la povera gente, Harvey e Mike che vogliono fargliela pagare, il dubbio amletico tra morale e potere, e naturalmente un po’ dell’ironia da gallo cedrone che ha sempre caratterizzato lo show, ma che si era persa tra i troppi drammi esistenziali.

L’episodio funziona, procede velocemente senza intoppi e avvolge lo spettatore con ironia e intelligenza, fino a quando non finisce e il promo ricorda a tutti noi che manca un solo episodio al finale della sesta stagione. In quel momento, oltre al collasso dovuto alla confusione temporale, nel nostro cervello nascono i dubbi di aver sognato, di essersi addormentati davanti al pc e immaginato un episodio di Suits buono ma diverso da quello andato in onda, e invece no. Quello che abbiamo appena visto è probabilmente il miglior episodio della sesta stagione, ma nell’ottica del suo inserimento nell’arco narrativo di quest’ultima forse ne è il punto più basso.

IL NULLA COSMICO

SUITS — “Admission of Guilt” Episode 614 — Pictured: Patrick J. Adams as Michael Ross — (Photo by: Christos Kalohoridis/USA Network)

Per quanti di voi non ne fossero a conoscenza lo sceneggiatore di Suits ha preso spunto per la serie dal suo primo lavoro come assistente di un membro della finanza newyorkese, la domanda che io in quanto spettatore mi sono sempre posta è che forse Korsh non sia capace di scrivere di altro, perché tutto quello di cui parla si basa sulla sua esperienza. Una storia insomma che ha preso spunto dal suo passato, ma che è divenuta più grande di lui e che ora non sa come gestire e come chiudere. Forse questo spiega come mai ad oggi la trama di Suits sia sostanzialmente il niente, un buco nero nell’universo seriale, la boccia vuota dopo la morte del pesce rosso.

Prendiamo Harvey, sbattuto tra un rapporto ormai ossessivo con Mike e il non concepire che è  a capo di uno studio legale che perde acqua come un colabrodo e poggia interamente sulle sue spalle, gironzola per i corridoi prendendo in giro Louis, flirtando con Donna, scusandosi con Rachel e cercando nuovamente di imbrogliare con qualche artifizio legale il cattivo di turno. E se Harvey resta immutabile nonostante il perdono della madre, durato un episodio appena, Mike ha una storyline talmente poco credibile che potrebbe appartenere a American Horror Story. Come possiamo credere noi spettatori che un ragazzo che non è mai andato alla scuola di legge, che ha confessato di essere stato artefice di una frode durata anni in cui si è finto avvocato, con tanto di centinaia di casi vinti, possa tranquillamente essere abilitato alla professione senza che a nessuno vengano dubbi? E allo stesso tempo come può essere credibile il personaggio di Mike che crede che sia una buona idea? Ma soprattutto la trama di Donna a cosa serve? Cos’è una sua retrospettiva? Non sapevano cosa farle fare e così le hanno scritto dei dialoghi con se stessa?

LA STRADA DA PERCORRERE.

SUITS — “Admission of Guilt” Episode 614 — Pictured: (l-r) Amanda Schull as Katrina Bennett, Meghan Markle as Rachel Zane — (Photo by: Shane Mahood/USA Network)

I legal drama devono essere interessanti e veloci, non possono nel 2017 utilizzare meccaniche già viste e devono evolversi anche rischiando, ma senza perdere la loro intelligenza. Suits ha rischiato è vero, eliminando la trama orizzontale di Mike e cercando di uscire dal percorso sicuro, ma non lo ha fatto con un’idea vincente, ma semplicemente noiosa e poco credibile (anche per il sistema legale americano). Avrebbero dovuto utilizzare un salto temporale e un sistema di flashback per raccontare il passato e spiegare le dinamiche nuove, in questo modo avrebbero potuto cambiare faccia, avere una trama orizzontale e mantenere il caro filtro seppia che piace tanto a Korsh per i flashback. E invece non è stato così ed ora giungiamo a fine di una stagione insipida e brutta che non potrà essere resa interessante neanche dalla morte improvvisa di un protagonista a caso. La strada da percorrere è quella della ricerca di una forma nuova, del rischio assoluto, senza perdersi nei drammoni psicologici personali, ma cercando di mantenere l’ironia e la spensieratezza della serie e di applicarla a una trama diversa, nuova e intelligente.

Suits non è mai stata una serie da generalista e mai lo sarà, basterebbe solo che chi la scrive se ne ricordasse ogni tanto.

Good Luck!

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  • Vecchio
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