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Suits: Recensione dell’episodio 6.03 – Back on the Map

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Il terzo episodio della sesta stagione di Suits è ancora in fase di crescita e non riesce a coinvolgere lo spettatore quanto dovrebbe.

Quando la sesta stagione di Suits è cominciata esattamente nel punto in cui era terminata la quinta, lo confesso, non ero felice. In parte perché desideravo ardentemente evitare una stagione in prigione, in parte perché facevo parte del gruppo (alquanto numeroso) di persone fermamente convinte che un salto temporale, non solo avrebbe giovato allo show ma, naturalmente, reso l’aria più frizzante. Avevo ragione, come spesso accade. Questa stagione sta trascinando, senza suitsnemmeno tentare di nasconderlo, un peso considerevole, rappresentato da tante situazioni difficili che, invece di essere affrontate di petto, sembrano il sottofondo di una scenetta comica, con situazioni al limite del ridicolo e personaggi che, invece di essere loro stessi, sembrano essere stati rimpiazzati da una copia più comica e meno originale. La scelta di continuare sulla linea d’azione iniziale poteva essere vincente, ovvio, ma così ci si dirige, inesorabilmente, verso un baratro.

Harvey, dopo aver ricevuto (letteralmente) una proposta ‘che non poteva rifiutare’, si fa in quattro per non dover sottostare alla bacchetta di un cliente troppo corrotto e, nel farlo, sceglie il minore dei mali a sua disposizione, ripescando dalla manica un cliente esigente che non aveva mai voluto rappresentare. Malgrado mantenga tutti i tratti distintivi del proprio personaggio, è impossibile non vedere quanto sia inutile Harvey nel suo ruolo attuale. A corto di clienti e di una missione, esclusa quella di proteggere Mike in prigione, l’avvocato più importante di Manhattan passa il suo tempo a rassicurare Donna, confortare Rachel, mettere al tappeto i prepotenti. Sarebbe persino interessante, se non fosse che si tratta di una pallida imitazione dell’Harvey a cui siamo abituati, tanto lontano da quella perfezione faticosamente raggiunta tramite crescita emotiva e professionale da farci chiedere dove sia Harvey e cosa ne abbiano fatto i produttori di lui.

suitsLouis e Jessica, alla ricerca dell’affittuario perfetto, finiscono con il concedere gli uffici ad un gruppo di pezzi grossi di Wall Street con i quali Louis si trova subito in conflitto. Anche in questo caso vediamo Louis nella sua veste comica, che ben gli si addice, ma che nulla aggiunge alla trama. Un filler, ce n’era davvero bisogno? Dopotutto abbiamo imparato ad apprezzare molte, infinite sfaccettature di Louis Litt e quella di un dittatore che non ne fa mai una giusta, trovandosi a correre da Donna per chiedere aiuto, non è di certo la versione che preferiamo! Potrà essere stato divertente vederlo lottare contro una categoria sociale che disprezza ma, se il suo ruolo si limiterà a questo, d’ora in avanti, è il caso di lasciarlo nello studio? La sua devozione al suo studio legale è lodevole ma credo (e sono fermamente convinta) che debba fare di più, agire di più, dimostrare di essere in grado di dare un contributo reale e concreto per riportare in piedi lo studio e la sua reputazione.

Altrettanto inutile (per non dire insignificante) è la parte dedicata a Rachel. Dopo aver tentato di raggiungere Mike in prigione (senza successo) pare essersi dedicata anima e corpo all’università. Peccato che la sua ‘etica morale’ sia messa in discussione anche lì, offrendole l’occasione giusta per dimostrare di essere suitsuna Zane e mettere tutti in ginocchio con un po’ di investigatori ben pagati. A cosa ci serve sapere che Rachel va a lezione? Che contributo fornisce questo alla trama? Non abbiamo sentito il bisogno di un tete-a-tete in questi ultimi anni, perché cambiare ora? Perché altrimenti non avrebbe nulla da fare, mi sembra naturale. L’università, proprio come la parte di Louis o il cliente di Harvey, sono tutti piccoli scenari che altro non fanno che confermare come manchi un filo narrativo, una connessione tra i personaggi. Manca quella forza a propulsione che aveva caratterizzato le precedenti stagioni, e si sente pesantemente.

Paradossalmente la parte meno noiosa – il che è tutto dire – è proprio la parte dedicata a Mike e al suo soggiorno in una prigione. Dopo aver liquidato il problema ‘Frank Gallo’ rivelando che si tratta di un informatore, mettendolo all’angolo per via del segreto che Mike potrebbe altrimenti rivelare a tutti, il nuovo dilemma esistenziale si sposta verso il suo compagno di cella. Unico amico di Mike in una prigione che rischia di ridurlo in ginocchio, il giovane Ross potrebbe non avere scelta se non quella di tradire il suo compagno di cella ed uscire di prigione. Troppo comodo, troppo telenovela. La vita in prigione di Mike non deve essere facile, non sarebbe stato realistico altrimenti, ma per restare in tema con la trama della serie mi sarei suitsaspettata di vederlo farsi strada con consigli giuridici e pratici ai suoi compagni di cella. Mi sarei aspettata, in tutta onestà, più di mero dramma da soapopera. Invece è questo quello che ottengo.

Si arriva così alla fine del terzo episodio della sesta stagione, che lancia la prima vera patata bollente e rivela il primo, essenziale colpo di scena. Malgrado questo, la serie continua a risentire drasticamente del cambio di direzione che questa nuova stagione ha deciso di introdurre, ricordando dolorosamente la volta il cui Mike aveva deciso di lasciare Harvey e farsi una carriera nel ramo bancario (almeno lì non aveva un numero identificativo!). Manca ancora quella scintilla, quella spinta che ha sempre caratterizzato e distinto Suits che, malgrado resti gradevole da guardare, non riesce a colpire nel segno. Non come dovrebbe, in ogni caso.

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6.03 - Back on the Map
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