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Stranger Things: crescere per convincere – Recensione della terza stagione della serie Netflix

Stranger Things - Recensione della terza stagione

“Tutto deve cambiare affinché tutto resti uguale” insegnava il principe Salina ne Il Gattopardo. E, proprio come nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, molto cambia in questa terza stagione di Stranger Things. Sarà magari vero che il tempo passa e l’uom non se ne avvede. Ma c’è una età in cui i cambiamenti non si possono ignorare. Però, alla fine, quel tornado emozioni che rappresenta l’adolescenza lascia invariate le amicizie più importanti. Quindi, tutto cambia perché tutto resti uguale. Basta intendersi su cosa si intenda per tutto.

Stranger Things - Recensione della terza stagione
Stranger Things Recensione stagione 3 – Credits: Netflix

Anche i Goonies crescono …

Si è detto spesso che Mike, Lucas, Will, Dustin sono cloni dei Goonies costretti a scontrarsi con un pericolo molto più letale della sgangherata banda Fratelli. Tanto più ferale che c’è bisogno di quella ET in versione ragazzina che è Eleven. Paragone innegabilmente corretto dato che l’intera creatura dei fratelli Duffer pesca nell’immaginario degli anni Ottanta di cui i Goonies sono gli epigoni di riferimento.

E, tuttavia, è proprio in questa terza stagione che il quartetto di amici inizia a differenziarsi dal loro modello. Perché, mentre quelli sono fissi nel tempo della memoria, i protagonisti di Stranger Things fanno qualcosa che agli altri è vietato: crescono. E questo significa affrontare il momento in cui quel che era divertente diventa stupido. Ciò che era irrilevante diventa fondamentale. Ogni certezza diventa un dubbio e ogni risposta si trasforma in una domanda.

Un vento di tempesta che rischia di sfaldare l’unità del gruppo e che li tiene divisi per buona parte di questa stagione. Perché Mike e Lucas devono scoprire il modo migliore di vivere quei sentimenti che provano per Eleven e Max passando attraverso le schermaglie tipiche di chi non sa come comportarsi ed arrivando alla consapevolezza dei propri sentimenti. La stessa Eleven è una lavagna bianca su cui deve ancora scriversi tutto ed è attraverso Max che impara ad essere ciò che non è mai potuta essere: una ragazza della sua età.

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Da questo gioco delle coppie restano esclusi Will e Dustin che reagiscono però in modo radicalmente differente. Will è indubbiamente quello che più soffre perché si sente privato di tutti quegli attimi con gli amici di sempre che già gli erano stati sottratti due volte dai mostri dell’UpsideDown. Al contrario, Dustin reagisce credendo ancora di più in sé stesso e nelle sue bislacche intuizioni che si rivelano insospettabilmente veritiere. E grazie a quella Suzie che dimostra quanto egli, in realtà, sia capace di coniugare i giochi del passato con i sentimenti del presente.

Se avessero potuto farlo, i Goonies sarebbero cresciuti proprio come lo stanno facendo Mike e Eleven, Lucas e Max, Will e Dustin in Stranger Things.

Stranger Things - Recensione della terza stagione
Stranger Things Recensione stagione 3 – Credits: Netflix

… e anche gli adulti con loro

Crescere non è qualcosa che solo gli adolescenti possono fare. E Stranger Things lo ricorda mostrando come quel verbo si coniuga in modo diverso a seconda dell’età di ogni personaggio. Che si tratti di giovani che hanno appena lasciato il bozzolo sicuro della scuola per avventurarsi nel molto meno accogliente mondo dei primi lavori insoddisfacenti. O di adulti che ne hanno passate già troppe, ma ancora non hanno imparato a non aver paura di dirsi la verità prima che sia troppo tardi.

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Significativo che questo percorso avvenga tramite un gioco delle coppie quasi a rimarcare l’importanza dell’essere in due per poter fare il passo successivo. Così alla coppia già nota Jonathan – Nancy si aggiunge la ship preferita degli spettatori tra Hopper e Joyce, mentre a Steve tocca la new entry Robin in un menage a due dal finale lietamente insolito. Accoppiate diverse che seguono percorsi differenti perché differenti sono i motivi che li tengono insieme e gli ostacoli che devono superare.

Così Jonathan e Nancy imparano che amarsi può anche non bastare se non significa avere la massima fiducia l’uno nell’altro. Senza rinfacciarsi a vicenda colpe e pregiudizi quando le cose non vanno come si vorrebbe. Perché la realtà là fuori non è disposta a piegarsi subito ai loro sogni di successo, ma al contrario bisogna scontrarsi con chi di quei sogni non importa nulla. Solo insieme si potrà realizzarli o almeno provarci. E amarsi davvero è restare insieme anche quando provare non è stato sufficiente.

Paradossalmente chi impara più di tutti è proprio di chi trova un’amica invece che una nuova compagna. In una continua commedia del vorrei ma non riesco, Steve riesce a liberarsi sia dalle false sicurezze di chi era il maschio alpha del liceo sia delle successive delusioni di chi scopre di non essere neanche l’ultimo dei lupi del branco. Merito di una Robin effervescente che mescola sarcasmo e amicizia, umorismo e intelligenza, rivelandosi il miglior esordio di questa terza stagione di Stranger Things.

E poi ci sono Hopper e Joyce e la loro chimica spontanea che non si trasforma nell’ovvia relazione solo perché è altrettanto ovvio che quel gioco deve andare avanti così per rispettare il canovaccio classico degli amori rimandati fino a doversi pentire di non aver fatto quell’ultimo passo. Ne guadagna, soprattutto, il personaggio del novello Magnum PI che può così rapidamente svicolare dal ruolo di padre geloso che nelle prime puntate sembrava gestire male.

Storie diverse con finali diversi, ma tutti accomunati dalla stessa morale sussurrata in punta di piedi. Ossia che arriva il momento in cui bisogna essere in due per maturare ancora.

Stranger Things - Recensione della terza stagione
Stranger Things Recensione stagione 3 – Credits: Netflix

Il finale perfetto rimandato

Stranger Things ha un meritato successo. Ma proprio questo successo può diventare un problema perché ingolosisce la rete. E quando i produttori diventano golosi il rischio è che gli chef replichino all’infinito lo stesso menù fino a che diventa stucchevole e indigesto.

Sono stati bravi i fratelli Duffer finora ad evitare questo rischio, ma lo spettatore più preoccupato potrebbe cogliere qualche poco rassicurante scricchiolio tra lo scrosciare degli applausi. Perché, dopotutto, la storyline portante di questa terza stagione si compone di troppi elementi già visti in quegli anni Ottanta a cui la serie fa continuamente riferimento per l’estetica e le ambientazioni. Solo che stavolta il gioco diventa troppo esplicito spingendosi a prendere a prestito anche i cliché delle serie di quel periodo. Come i russi cattivi e sadici che complottano per raggiungere un obiettivo da cui non possono trarre alcun vantaggio. O come la sospensione dell’incredulità a cui bisogna fare appello troppe volte per giustificare come mai nessuno si accorga mai dell’evidenza ad Hawkins tranne i protagonisti. O l’invasione degli ultracorpi in cui si trasforma stavolta il Mind Flayer.

A voler essere cinici ma anche onesti, si potrebbe sottolineare come siano ormai tre stagioni che Stranger Things ricicla lo stesso villain e lo stesso schema con i buoni inizialmente in difficoltà e divisi, poi uniti e forti ed infine vincitori dopo l’eroico sacrificio del redento di turno e dell’eroe senza macchia e paura. Fino a quando questa ripetitività sarà nascosta dal luccicare di una confezione tanto abbagliante? Non sarebbe stato, forse, meglio chiuderla qui?

Anche perché la lunga chiusura con i ragazzi che si separano pur restando uniti per sempre sarebbe stato il series finale perfetto. Invece, Stranger Things avrà una quarta stagione. Che sia come questa è l’augurio migliore.

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Stranger Things - recensione stagione 3
3.7

Giudizio complessivo

Il momento di crescere per riuscire ancora a convincere

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