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Stalker: Recensione dell’episodio 1.03 – Manhunt

Si, lo so, non si fa. Non si dovrebbe mai citarsi addosso e poi quello che segue è un atto di bieco marketing pro domo sua. Però, non posso fare a meno che citare quanto il nostro caro leader Andrea scriveva nella sua “guida galattica alle serie tv dell’autunno 2014”. Presentando “Stalker”, Andrea parlava di “un procedural che sembrerebbe avere anche una discreta trama orizzontale”. Buona descrizione a giudicare dai primi due episodi. Peccato, però, che questa terza prova non faccia nessun accenno a quella trama orizzontale che dovrebbe distinguere la serie da un normale procedural. Niente Perry questa settimana. Niente scena finale con l’inquietante finto bravo ragazzo intento a tessere la ragnatela opprimente in cui far restare invischiata la ancora ignara Beth. E nessun accenno al misterioso passato da vittima del tenente Davis su cui si era invece insistito negli episodi scorsi con pochi ma sapienti tocchi (quel rituale sempre uguale prima di andare a letto tra allarmi da attivare e tende da chiudere). Niente che ci ricordi che “Stalker” non è o non vorrebbe essere un banale elenco di casi della settimana da aprire e chiudere nell’arco dei quarantacinque minuti dell’episodio.

Stalker1x03paulE niente apertura in stile horror. Quasi contraddicendo la propria orgogliosa rivendicazione di una necessaria violenza (la vittima bruciata viva nel pilota e l’opening esplicitamente ispirato al primo Scream), Kevin Williamson apre questo “Manhunt” con solari scene da un matrimonio (e che sia una unione omosessuale è una lezione per un paese come il nostro dove proprio in questi giorni si sta ancora a litigare su questo argomento). Un inatteso proiettile sparato da un fucile ad alta precisione da un cecchino appostato su un palazzo di fronte macchia di sangue il candore dell’abito nuziale ed è la precedente denuncia della sposa contro il suo ex fidanzato Paul accusato di stalking a motivare l’intervento di Beth e Jack. La pista stalker si rivela rapidamente quella sbagliata, ma questa scelta (ancorché discutibile da un certo punto di vista) permette alla serie di mostrare il percorso a lieto fine che uno stalker può compiere. Sebbene in modo molto (forse troppo) rapido, vediamo, infatti, Paul sfogare tutta la sua rabbia in un video registrato tempo prima; ascoltiamo il racconto della sua perversa ossessione; sentiamo le sue parole sincere di colpevole pentito e peccatore ormai redento. Ed è questa la lezione positiva che questo breve excursus su Paul ci insegna: lo stalking è un crimine odioso, ma lo stalker è un malato che può essere curato. Il breve discorso di Paul e il suo sguardo convinto sono il complemento ideale della scena della settimana scorsa in cui Beth invitava Perry a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Consiglio che poteva sembrare solo un rapido modo per liquidare uno sgradito ospite, ma che acquista il suo pieno significato grazie all’esempio di Paul.

Stalker1x03marineCome l’ex stalker non è il colpevole così la sposa non è la vittima. Scopo, infatti, del cecchino non è l’inconsapevole nubenda, ma il padre poliziotto modello reo di aver licenziato un collega per aver sparato ad un ragazzo innocente durante un controllo in un parcheggio. La figlia di Jimmy Lambert è solo la prima, ma non l’unica vittima di una vendetta trasversale che l’ex membro delle forze speciali mette in atto per arrivare infine al suo bersaglio ultimo. Stando alla definizione di Beth, abbiamo quindi un caso di stalking per risentimento. Ma, in realtà, le azioni del killer si svolgono a poca distanza l’una dall’altra e lo stesso Jimmy non ha alcuna percezione della rete in cui sta per essere intrappolato. Si può parlare ancora di stalking in un caso come questo? Ed ha senso che ad occuparsene sia una unità che dovrebbe dedicarsi a valutare le minacce ricevute da chi si sente ossessionato dalle morbose attenzioni di un’inquietante presenza? Come nel caso della scorsa settimana, anche stavolta lo stalking sembra solo una scusa per far entrare in scena il team guidato da Beth, ma la serie aveva promesso di occuparsi di questo fenomeno e non di rapimenti e omicidi già visti in crime series precedenti.

Stalker1x03jackIl rischio è quello di trasformare “Stalker” in un procedural troppo simile ad altri già in onda affidando la buona riuscita degli episodi all’alchimia tra i diversi componenti della squadra investigativa. Come già evidenziato negli episodi precedenti, tuttavia, si continua a dedicare troppo poco spazio a Janice e Ben ancora una volta relegati a poco più che comparse caratterizzate dal loro modo di relazionarsi al nuovo arrivato Jack (tanto fiduciosa ed espansiva la prima quanto diffidente e ostile il secondo). Anziché curare questo aspetto deleterio, in “Manhunt” gli autori peggiorano la situazione puntando un ipotetico occhio di bue non più su Beth e Jack, ma sul solo Jack. Sembra quasi che ogni caso venga risolto solo grazie al sapiente intuito e all’efficace dinamismo di quest’ultimo, mentre Beth appare quasi come una spalla recalcitrante per schermaglie acide con il neo assunto impostole contro la sua volontà. Non aiuta in questo senso la scelta di far comparire l’ex moglie/amante (non è ancora chiaro) di Jack come procuratore incaricato di seguire i casi di stalking dato che, se da un lato questo accresce la tensione tra i due, dall’altro rafforza la sensazione che “Stalker” abbia un solo protagonista e tante figure di contorno.

“Manhunt” ha comunque un ritmo discreto e offre qualche spunto interessante, ma complessivamente è un piccolo passo falso perché si allontana troppo da come la serie era stata presentata e dal quadro intrigante che i primi due episodi sembravano tratteggiare. Restiamo però in attesa di vedere se quella di questa settimana è stata solo una pennellata sbagliata o se Andrea dovrà cambiare la descrizione di “Stalker” nella sua guida galattica.

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