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Drama Coreani

Squid Game: macabri giochi da bambini per una spietata critica alla società degli adulti – La recensione della serie coreana di Netflix

Squid Game: la recensione
Netflix

Non è mai chiaro come Netflix conti le visualizzazioni delle sue serie TV.

Ragion per cui ogni classifica basata su questo parametro andrebbe sempre presa con le pinze. Però, se a dirlo è Ted Sarandos, CEO del colosso dello streaming, qualcosa di vero ci deve essere. E, d’altra parte, basta anche sentire il mormorio social esondare nelle chiacchiere dal vivo per rendersi conto che il vantato primato di serie in lingua non inglese più vista detenuto da La Casa de Papel rischia di essere spazzato via dalla nuova rivelazione. Direttamente dalla Corea: Squid Game.

Squid Game: la recensione
Squid Game: la recensione – Credits: Netflix

La lezione di Parasite

Leggere la sinossi di Squid Game è lasciarsi ingannare da una fortunata bugia. Bugia perché è vero che un gruppo di persone sul lastrico si devono sfidare in una serie di giochi da bambini dove perdere significa essere uccisi, ma è falso che sia questo il motivo di interesse della serie. Fortunata perché la descrizione volutamente parziale è sicuramente più attraente di una sincera dichiarazione di intenti su quali siano i temi più delicati che i nove episodi affrontano. Una menzogna che si rivela a fin di bene perché fa abboccare lo spettatore ad un amo da cui non vorrà più staccarsi finendo per divertirsi e inorridirsi, emozionarsi e riflettere, sorridere e piangere.  

A essere messi in risalto sia nel trailer che nelle varie presentazioni a uso e consumo del marketing siano gli aspetti più truculenti che lasciano credere che la serie si possa quasi iscrivere al genere horror. Nonostante questo messaggio non sia totalmente errato, Squid Game ha paradossalmente molto più in comune con un film come Parasite che con i tanti pur pregevoli horror coreani. Perché, come nel film capolavoro di Bong Joon – Ho, la linea che divide chi gioca e chi sadicamente si diletta a scommettere su quale giocatore resterà in vita ha ancora una volta il colore dei soldi. Chi ne ha tanti può permettersi di rinunciare a qualsiasi codice morale perché ogni sua azione sarà sempre impunita. Chi non he ha affatto accetterà di ridursi ad un cavallo su cui puntare costretto a correre perché altra alternativa non ne ha.

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Squid Game porta alle estreme conseguenze anche il discorso che Parasite metteva in cruda evidenza. Quello che magniloquentemente si potrebbe quasi individuare come la causa del fallimento di ogni utopia comunista. Non esiste alcuna solidarietà tra persone con gli stessi problemi. Chi sta in fondo alla piramide sociale vuole solo salire il prossimo gradino ad ogni costo. Che sia fingersi insegnanti di inglese e arte o domestici perfetti come in Parasite. O non ritirarsi da un gioco mortale pur sapendo che l’unica vittoria possibile è la rovina di tutti gli altri con cui avresti dovuto sentirti nella stessa barca. Perché in quella barca sull’orlo di affondare ci sono solo disperati che pensano di avvicinarsi alla salvezza facendo annegare tutti gli altri.    

Squid Game ha imparato la lezione di Parasite e l’ha amplificata fino alle più estreme conseguenze. L’ha trasformata in una violenza fratricida che è alla fine l’unico vero fattore comune. Una verità amara che la serie mostra in tutta la sua terrificante evidenza. La dimostrazione che l’unica uguaglianza possibile è un liberi tutti che conceda ad ognuno di mostrare il peggio di sé.

Squid Game: la recensione
Squid Game: la recensione – Credits: Netflix

Una galleria di ritratti iconici

Quasi come in un novello Il signore delle mosche, nessuno sembra immune da questa malattia degenerativa. Tutti i personaggi di Squid Game si ritrovano a viaggiare con diversa rapidità verso una stessa inesorabile meta. Verso il momento in cui violeranno qualsiasi legge morale che avessero in sé con una naturalezza spontanea che risulta più inquietante di qualsiasi sadico gioco. Non importa quale sia stato il loro passato e come e perché siano diventati giocatori. Soprattutto, non importa che possano dire basta. Non lo faranno perché non è la giustizia che cercano, ma il riscatto personale. Ad ogni costo.

Il vero orrore in Squid Game è allora il dimostrare come, aldilà di mille differenze, siamo infine tutti uguali. Ma è un’uguaglianza nel peggio. La serie lo mostra intelligentemente raccogliendo una galleria di personaggi variegati dipinti con la precisione di un antropologo che voglia elencare i diversi tipi umani. Avidi di potere oltre ogni legalità come il gangster Deok – Su. Enigmatici opportunisti pronti a tutto come l’incontenibile Mi – Nyeo. In cerca di un futuro migliore facendolo pagare ad altri come Sae – Byeok.  Educati per essere la classe dirigente di domani come Sang – Woo. Ma anche medici disposti a trafficare organi in cambio di un suggerimento, preti che distorcono la fede come giustificazione di ogni azione di gioco, vetrai che si tengono stretta la propria arte per essere sicuri di avere un vantaggio negato agli altri.

A risaltare è allora solo chi prova fino alla fine a non cedere. A dimostrare che salvarsi non deve essere per forza un mors tua vita mea. Che l’impossibilità di non giocare non deve diventare un lasciapassare morale per ogni nefandezza. È questa sua alterità a fare di Gi – Hun il protagonista di Squid Game. L’altruismo spontaneo, l’atteggiamento sempre positivo, il saper dire comunque grazie, la fiducia incrollabile che il bene si può trovare ovunque. Sono questi i tratti del suo carattere che lo trasformano nell’unica esile fiammella di speranza che la serie concede allo spettatore. Una fiamma che può tremare fin quasi a spegnersi quando anche Gi – Hun giocherà sporco. Ma che resterà accesa fin oltre il finale.

Unica soprattutto nel suo essere capace di sopravvivere in un mondo dove chi non accetta di sporcarsi è un sicuro perdente. Che abbia l’ingenuità della bontà come Alì o la rassegnazione di chi non ha un domani come Ji – Yeong o il dolore di un amore perduto. Nessuno può salvarsi in Squid Game perché quasi nessuno riuscirebbe a farlo nella società turbo capitalista in cui ha scelto di vivere.

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Squid Game: la recensione
Squid Game: la recensione – Credits: Netflix

Morte a tinte pastello

Questo messaggio fortemente critico e aspramente severo è veicolato in Squid Game attraverso una confezione esteticamente rassicurante. La sceneggiatura costruisce un mondo infantile dove dominano i colori pastello e le forme da cameretta dei bambini. Incisivo è anche il richiamo ai simboli elementari che compaiono sulle moderne console videoludiche. Cerchi, triangoli, quadrati diventano icone per spersonalizzare i carcerieri, mentre le forme elementari dei letti nelle camerate trasportano tutti in una dimensione favolistica. Tutto concorre a creare un’atmosfera da fiaba horror. Pupazzi robot giganti che giocano a 1, 2, 3, stella. Lunghissimi scivoli lucidi macchiati da scie di sangue. Grandi scatole regalo per nascondere i cadaveri da incenerire. Scintillanti maschere da animali innocenti per coprire i volti lascivi di colpevoli crudeli.

Squid Game cattura anche per la capacità innegabile di scrivere una storia senza pause che costringe a combattere contro la tentazione del binge watching. Alcuni passaggi sono forse fin troppo prevedibili e certe rivelazioni arrivano telefonate. La serie sa comunque come farsi perdonare grazie ad una lunga lista di regali. Momenti di genuina suspense. Situazioni di pura violenza. Attimi di macabro splatter. Ma anche pause dove si può sorridere per qualche generosità insolita. O emozionarsi per morti che arrivano in modo inatteso. Come avviene soprattutto nel sesto episodio che mette a dura prova l’emotività dello spettatore.

Squid Game recensione

Squid Game è una verità crudele nascosta nell’innocenza dei giochi da bambini. Una scelta non casuale perché riporta all’unico periodo in cui l’essere umano era capace di credere ancora nel fare squadra, nel vivere insieme, nel lasciare un piccolo vantaggio anche a chi restava escluso. Una purezza abbandonata in quelle strade dove resta solo il ricordo tracciato col gessetto di promesse che diventare adulti rende impossibile mantenere.

Che sia vero o no che Squid Game diventerà la serie in lingua non inglese più vista di Netflix è difficile saperlo con certezza. Molto più facile e sicuro è dire che Squid Game è il modo più sincero di raccontare cosa siamo diventati.

Squid Game: la recensione
4.5

Giudizio complessivo

Come colorare con tinte pastello la morte per mostrare la verità su come la società moderna ha trasformato gli adulti in mostri

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