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Spiderhead: la storia giusta in mano alle persone sbagliate – la recensione del film Netflix con Chris Hemsworth e Miles Teller

Titolo: Spiderhead
Genere: fantascienza
Anno: 2022
Durata: 1h 47m
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Rhett Reese, Paul Wernick
Cast principale: Chris Hemsworth, Miles Teller, Jurnee Smollett, Tess Haubrich, Mark Paguio

Una premessa è necessaria per comprendere questa recensione di Spiderhead. Ci sono autori che hanno una impronta propria e una chiara idea di come utilizzarla per portare avanti le tematiche preferite. Registi che, per dirla con il Capuano nel film di Sorrentino, a tenen’ coccos’ ‘a ricere. E onesti mestieranti per i quali fare il cinema è essenzialmente il modo migliore per coniugare reddito e divertimento. Dovrebbero poi essere i produttori a scegliere a quale categoria affidare un soggetto che ritengono interessante.

Soprattutto se si tratta dell’adattamento di un racconto complesso e profondo come Escape from spiderhead, pubblicato da George Saunders nel 2010 sulle pagine del prestigioso The New Yorker. E invece.

Spiderhead: la recensione
Spiderhead: la recensione – Credits: Netflix

Scelte importanti fatte male

E, invece, capita che a dirigere il film sia quel Joseph Kosinski fresco del successo commerciale di Top Gun – Maverick, ma anche regista di film sci – fi sufficienti ma per nulla memorabili come Tron – Legacy e Oblivion. Una scelta conservativa perché Kosinski garantisce una messa in scena corretta e priva di fronzoli e sa accontentarsi di un progetto a basso costo come questo film che si svolge essenzialmente in una singola location e con un cast numericamente esiguo. Anzi, forse, il regista nativo di Milwaukee è probabilmente anche contento di una produzione ben lontana dal gigantismo di un blockbuster come il sequel del primo successo di Tom Cruise.

Che Kosinski abbia accettato di dirigere Spiderhead non è, quindi, sorprendente. Meno comprensibile che Netflix abbia pensato a lui. Ma soprattutto è arduo comprendere i processi mentali che hanno portato a scegliere Rhett Reese e Paul Wernick come sceneggiatori. Basta scorrere il loro curriculum che non è avaro di successi, ma in cui questi successi sono associati a due franchise come Deadpool e Zombieland. Ossia prodotti dove ad abbondare è l’ironia dissacrante, il registro comico, la passione per il grottesco, l’azione caciarona e fracassona (come in Six Underground, altra loro opera).

Generi quasi agli antipodi delle tematiche che Spiderhead avrebbe dovuto affrontare per essere fedele al racconto originale. L’opera di Saunders intende, infatti, invitare il lettore a porsi domande su tematiche complesse quali i limiti della pena, il rapporto tra carceriere e detenuto, il libero arbitrio, i confini della ricerca farmacologica e della sperimentazione su esseri umani. Argomenti che è difficile coniugare con l’azione a mille all’ora di un Six Underground o la sboccata ironia iconoclasta di un Deadpool o di uno Zombieland.

Il risultato finale è inevitabile conseguenza della premessa iniziale. Puoi dare gli ingredienti migliori al più pluristellato degli chef, ma non preparerà mai la migliore delle torte nuziali. Perché anche un Antonino Cannavacciolo o un Carlo Cracco non possono inventarsi Iginio Massari.

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Spiderhead: la recensione
Spiderhead: la recensione – Credits: Netflix

Nel posto giusto nel modo sbagliato

Della ricchezza di contenuti del racconto originale in Spiderhead resta solo la trama portante. In un imprecisato carcere avveniristico su un’isola da cui non è possibile allontanarsi, i detenuti vivono con i confort di un hotel partecipando a svariate attività ludiche e lavorative. In cambio accettano, però, di fare da cavie per il dottor Abnesti che somministra loro farmaci che alterano in diversi modi le emozioni. Rabbia, piacere, divertimento, romanticismo, paura, depressione. Tutto può essere generato artificialmente grazie alla giusta iniezione. E tutto verrà sperimentato su di loro appellandosi al loro consenso e ad un misterioso consiglio di amministrazione che chiede prove sempre più ardue.

A interpretare il geniale dottore è un Chris Hemsworth che è anche produttore del film. Conseguenza di un accordo con Netflix inteso a rilanciare il cinema australiano e che consente al divo di casa Marvel di scegliere essenzialmente a quali pellicole partecipare e in che ruolo. La scelta, in questo caso, era potenzialmente interessante.

Di Spiderhead Abnesti è, infatti, il cuore pulsante. Alla sua figura di medico partecipe e carceriere amico, di scienziato geniale e ricercatore frenetico, di visionario filantropico e investitore senza scrupoli sono legati i dilemmi etici che il racconto di Saunders intendeva affrontare.

È sufficiente un protocollo generico e asettico a garantire i diritti di chi non sa esattamente cosa sta accettando? Si può barattare la propria salute fisica in cambio di una libertà comunque limitata? Può la ricerca scientifica spingersi fino a interferire con le emozioni fino a rendere impossibile la distinzione tra ciò che sentiamo e ciò che siamo costretti a sentire? Dove finirebbe il libero arbitrio?

Domande che in Spiderhead vengono toccate solo marginalmente. Colpa di una sceneggiatura che non sa come relazionarvisi. Ma anche di un Chris Hemsworth che non sembra indovinare mai il giusto registro con cui affrontare ogni scena. Abnesti ha una personalità ricca di contraddizioni e contrasti che permettono diversi stili di recitazione. Ma Hemsworth sceglie spesso quello sbagliato. Gigioneggia quando dovrebbe illustrare con rigore le scelte a disposizione dei suoi pazienti. Si fa severo e dispotico quando dovrebbe solo dialogare serenamente. Si lascia andare a improbabili modi da villain da film d’azione quando invece dovrebbe mostrare la superiore forza di volontà del suo Abnesti.

Ne esce un personaggio che vorrebbe essere sfaccettato e multiforme, ma risulta, invece, una pallina che rimbalza in maniera imprevedibile finendo per essere spesso la persona sbagliata nel posto giusto al momento sbagliato.

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Spiderhead: la recensione
Spiderhead: la recensione – Credits: Netflix

Tra contraddizioni e banalità

A confrontarsi con Abnesti svolgendo il ruolo di vero protagonista di Spiderhead è Jeff, interpretato da Miles Teller che ritrova Kosinski per la terza volta dopo Only the brave e Top Gun – Maverick. Tocca a lui la parte del detenuto prediletto dal dottore che instaura con lui un rapporto quasi di amicizia. Quanto questa relazione sia figlia di una sincera necessità di trovare una sponda amichevole e quanto, invece, dell’opportunistico bisogno di avere un alleato utile è questione di spoiler. Si può, comunque, dire che è l’interazione tra i due personaggi a rappresentare i due poli opposti del discorso sotteso dalle domande citate sopra.

Jeff, infatti, viene ad essere spesso la luce improvvisa che spezza quel buio che i modi affabili e la loquacità strabordante del dottore creano per nascondere le intenzioni più innominabili. Jeff diventa prima la voce sommessa del dubbio e poi quella urlante della verità. Colui a cui tocca rivelare che il luccichio dei mille vantaggi concessi ai carcerati sull’isola è quello di una lampada elettrica messa lì per attirare falene senza preoccuparsi se si bruceranno. Tuttavia, il suo riuscirci è figlio di una posizione da privilegiato che contraddice le regole stesse che Spiderhead vorrebbe darsi. Quelle di una società di pari dove, invece, è uno solo a sperimentare tutti i pregi e i difetti dell’apparato messo in piedi per altri.

È, infatti, il solo Jeff a potersi allontanare, seppure strettamente sorvegliato, dalla struttura. Solo lui vediamo assistere agli esperimenti eseguiti su altri. A lui toccano anche le situazioni più decisamente piacevoli come quella con Heather. Ma anche le decisioni più difficili con la stessa Heather e con il suo interesse amoroso Lizzy. Proprio questa relazione sarà la scintilla che innescherà quella reazione a catena inarrestabile che rappresenta il punto di svolta del film. In questo, tuttavia, Spiderhead casca nel cliché usuale del buono che si esilia tra i cattivi per punire sé stesso fino a che non trova la forza di perdonarsi grazie alla purezza dei veri sentimenti.

Un percorso semplicistico che non fa altro che accrescere il rimpianto per ciò che il film avrebbe potuto dire e non ha detto. Focalizzarsi solo su Jeff e sul suo rapporto con Lizzy svuota Spiderhead di tutte quelle tematiche socio politiche legate al discorso sulla proporzione tra delitto e castigo. Anche per la contraddizione tra la paventata pericolosità dei detenuti e l’effettiva mansuetudine che tutti mostrano. La rivelazione delle colpe di Jeff e Lizzy dovrebbe sorprendere gli spettatori, ma lo fa nel modo sbagliato facendo loro esprimere un dubbioso “e questo è quello che avevano fatto?”

In conclusione, si può dire che Spiderhead ha un unico vero pregio. Portare alla conoscenza del grande pubblico l’esistenza di una raccolta di racconti in cui è presente il testo originale. E suggerire di fare come uno dei personaggi secondari che si eclissa dal film per mettersi a leggere proprio quel libro.

Spiderhead: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un film superficiale e dimenticabile figlio dell'errore iniziale di aver affidato la storia giusta alle persone sbagliate

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Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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