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Six: Recensione dell’episodio 1.01 – Pilot

History Channel

Six è la nuova serie commissionata da History per parlare di Navy Seals, più in particolare della squadra dei Sei, i Six, una squadra super specializzata dove si può entrare solo ed esclusivamente se si ha una vita privata problematica. Di questo tuttavia parleremo dopo.

L’inizio della serie, ideata da David e William Broyles, quest’ultimo ex marine impegnato in Vietnam, ma soprattutto sceneggiatore di roba come Apollo 13 (candidato all’Oscar), Planet of the Apes, Cast Away e l’ottimo Jarhead, coadiuvati da Harvey Weinstein (co-fondatore della Miramax e della Weinstein Company), ci presenta una missione di salvataggio dei Seals in Afghanistan dove una squadra di marine è rimasta impantanata in un agguato talebano. Giusto così, parli di Seals, inizi di botto con l’azione.

In realtà infatti di azione non c’è molto e la scena è (volutamente?) ripresa in un caos più totale, che  sto ancora cercando di ricostruire un modellino per capire come sono dislocati i personaggi all’interno del teatro di battaglia. Fedeli infatti al proposito di restituire con la regia l’ansia di trovarsi in mezzo al combattimento con pallottole che ti fischiano da sinistra e da destra e la totale confusione, le scelte registiche di Lesli Linka Glatter (ma la paternità non è tutta sua) fanno capire che i “buoni” arrivano da dietro una collina in soccorso dei compagni in trappola, presi di mira da un gruppo di cecchini nascosti in un paio di case. Poi però spuntano altre colline, altre case e un camion, con dentro una donna che urla di smettere di sparare prima di rivelarsi come una kamikaze e farsi saltare in aria, insieme a due marine che, dopo essere finiti in un’imboscata, beccano pure alla finta richiesta di aiuto (soldati scelti con cura).

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Il capo squadra dei Seals, Rip (un soprannome una sentenza), è sicuro che fosse tutto un piano ideato da Muttaqi, leader talebano ricercato dalle forze speciali. Dopo un breve intermezzo al campo base, dove sembra di capire che tutti hanno una bella famiglia a parte Rip (che già si dimostra leggermente fissato con Muttaqi), si entra in un secondo conflitto a fuoco, un’altra missione per provare a stanare il talebano dal suo rifugio, uno che di simpatia non fa virtù dopo aver ammazzato 43 civili inermi e sgozzato un paio di bambini. Combattimento notturno, Seals dotati di visore notturno e regia che ci tiene a mostrarci il punto di vista dei soldati. Peccato però che il punto di vista venga utilizzato ad minchiam, senza un senso, quando invece si sarebbe potuto costruire belle scene con punto di vista in stile videogioco (alla Doom o Call of Duty per intenderci). Cosa che effettivamente avviene, ma per appena 2 secondi di show.

Dopo che Rip ha nuovamente fatto capire di essere leggermente provato dalla guerra e da Mustaqi semiscalpando un talebano, il montaggio torna protagonista quando i nostri sei si ritrovano a dover fronteggiare una specie di carro armato artigianale. Non si capisce come, ma all’improvviso un gruppetto di Seals si ritrova proprio di fianco al mezzo pesante (e qui il modellino ho proprio rinunciato a costruirlo) e con due colpi secca i nemici e tanti saluti ad una bella scena di combattimento. Anche perché tanto tutto è costruito per confermarci che Rip è proprio partito per la tangente. Fra i combattenti infatti i militari trovano due che si spacciano per americani, ma che di americani hanno ben poco. Rip ne è convinto e, invece di interrogare i due prigionieri,  ne secca uno all’istante, contravvenendo a qualsiasi normativa giuridica e legge morale, davanti agli occhi di Alex (che vorrebbe denunciare il crimine) e Bear che invece lo vuole coprire.

Due anni dopo siamo un po’ allo scatafascio. Grazie alla sua bravata Rip non è più un Seal, è in Nigeria, assoldato come mercenario da una compagnia privata, contento di disfarsi con qualsiasi cosa gli capiti attorno, preferibilmente alcool. A casa la squadra dei Sei, ora rimasti cinque, ma in realtà tre perché gli altri due nessuno se li è cagati, è allo sbando. Bear è il nuovo caposquadra ma ha un piccolo problema, non va molto d’accordo con Alex dopo che ad aver vinto sull’Afghanistan è stata la linea di quest’ultimo (che si presenta con un look vagamente surfista, alla Un mercoledì da Leoni) e Rip ha salutato. Nel frattempo la bambina che ha scoperto di aspettare mentre era in Medio Oriente non è mai nata e tutte le promesse fatte alla moglie (del tipo voglio una famiglia con quattro figli) sono andate a farsi benedire. Dal canto suo Alex è divorziato dalla moglie con la quale ha una figlia che però conosce a malapena.

Gli fa concorrenza Buddha (il Gutierrez di Agents of SHIELD), che al contrario in famiglia ci sta eccome, ma è come se non ci fosse. Difatti manco è a conoscenza che la figlia quindicenne (l’anima della sua vita) è intollerante al lattosio. Inoltre, simpaticamente, non ha avvertito i compagni di squadra, suoi fratelli, che a breve mollerà i Seals per un altro lavoro che gli permetterà di coprire le spese per la costosa scuola che la figlia vuole frequentare.

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Infine Chase, la recluta, non sembra all’altezza e Buddha non ha molto tempo per istruirlo a dovere prima di lasciare le forze armate. Insomma, c’è un po’ di maretta. Ma da buon ex capo squadra, è Rip a mettere tutti di nuovo d’accordo. Facendosi rapire da Boko Haram, insieme ad una scuola indigena di fanciulle e una maestra che praticamente lo accusa anche del sole che è sorto. I conflitti, pure quelli con le mogli, vengono messi da parte e si parte a salvare Rip, potenziale pericolo per la sicurezza nazionale qualora la sua identità di ex Seal, a conoscenza di segretissimi segreti militari, venisse scoperta.
 
Tutto a posto? No, perché mentre tutti noi si pensava che Muttaqi sarebbe stato il villain di stagione da combattere, ecco che ti ricompare in Tanzania il falso militare afghano che Rip non è riuscito ad ammazzare. Ed è piuttosto incazzato, perché quello seccato da Rip era suo fratello ed ora è al comando di una formazione paramilitare e (guarda caso) a conoscenza dell’identità di Rip, la cui foto viene trasmessa su tutti i telegiornali americani. Ed è per colpa del telegiornale che Buddha sceglie di posticipare la sua dipartita dalle forze speciali. Ultima missione dice alla moglie, la quale non manca di lanciargli un po’ di sfiga addosso. “Torna a casa da me!” “Non lo faccio sempre?” E come no!


Che poi uno si chiede cosa ci faccia un televisore acceso durante un colloquio di lavoro. Giusto a far saltare i piani di una vita.

Ora, montaggio incasinato a parte e casi umani che non si risparmiano, chiudendo un paio di occhi, la serie in realtà non è iniziata male, anzi, dissemina abbastanza elementi per proseguire nella visione. Peccato però che, trattandosi di un prodotto con al centro militari ultraspecializzati in combattimento, qualcuno aspiri pure ad aspettarsi del combattimento.

Ecco, non fatelo, perché se durante il pilot l’hanno saltato a piè pari, le speranze per le puntate future sono risicate. Tuttavia, pensandoci, non riesco nemmeno ad inquadrare cosa di questa serie mi abbia leggermente,intrippato. Le dinamiche familiari e personali dei quattro protagonisti sono un concentrato di già visto. Bello il continuo mischiare l’aspetto familiare con quello militare anche se alla quarta volta la cosa appare alquanto forzata. I conflitti, invece, seppur nella loro semplicità, sono ben rappresentati e intrecciati fra di loro.  La fotografia satura un po’ arrapa, le inquadrature sporche vanno bene. Se nel corso dei prossimi episodi si riuscisse pure a perdere quella sensazione tremenda di scenario costruito pretestuosamente per creare le dinamiche fra personaggi e la serie, non sarebbe male. Insomma, diamogli una chance, purché però i fucili inizino a sparare oltre a stare in mano ai marine.

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1.01 - Pilot
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