fbpx
Attori, Registi, ecc.

Silence: Andrew Garfield racconta la sua esperienza sul set di Scorsese

Andrew Garfield

Martin scorsese ha letto il romanzo Silence nel 1989. Fortunatamente per Andrew Garfiled, ci sono voluti trenta anni al regista per riuscire ad adattare il libro del giapponese Shusaku Endo.

Ambientato nel diciassettesimo scolo, Silence racconta il viaggio di due missionari portoghesi in Giappone, un paese dove i cristiani sono tormentati dall’inquisizione e vengono costretti a rinunciare alla loro fede con torture e barbare esecuzioni. Tra tutti questi orrori, Sebastian Rodrigues (Garfield) fa il suo incontro con un uomo chiamato Kichijiro, un codardo che con i suoi continui tradimenti sarà la chiave del viaggio spirituale del prete. Per prepararsi al film Garfield ha studiato teologia, lavorando a lungo con padre James Martin (un prete gesuita) e ha provato lui stesso gli esercizi spirituali insegnati da Iniazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti.

Andrew Garfield ha raccontato a Comingsoon come è stato lavorare al film, come si è preparato e quali sono state le differenze tra il lavorare con Scorsese e con Mel Gibson (per il quale ha interpretato Hacksaw Ridge). A questo link trovi la recensione di Silence

Che anno incredibile è stato per te. Hai lavorato sia con Martin Scorsese che con Mel Gibson a pochi mesi di distanza; che differenze hai trovato nei loro modi di dirigere un film?

Ho lavorato con Marty per primo. E lui si era dedicato così a lungo a questo progetto. E’ un vero maestro ed è in grado di farti sentire così a tuo agio, si fida davvero di te e del tuo modo di lavorare. Ti assume per una ragione precisa e proprio per questo ti sostiene. Ogni volta che ero pronto a lasciarmi andare alle mie nevrosi e ai miei dubbi, lui diceva soltanto. “Tu lo hai compreso bene a questo livello.” [Dice indicandosi il petto] “Ed è giusto. Abbi fiducia in quello che senti. ” Ed è una cosa meravigliosa da sentirsi dire, soprattutto da parte di qualcuno che ammiri così tanto.
Da un punto di vista stilistico il suo orecchio è molto sensibile ed ha bisogno di molto silenzio sul set. Mentre Mel è un po’ come un toro in un negozio di porcellane. E’ tutto muscoli e viscere e cuore e sentimenti ed è sempre in movimento, non riesce a stare fermo e così trasmette un’energia incredibile. Lo fa anche Marty ogni tanto, ma la mia impressione è che gli piaccia la tranquillità e il silenzio proprio per creare uno spazio quasi sacro per gli attori.
Sembra quindi particolarmente appropriato per “Silence.”
Lo penso anche io. E’ un progetto molto personale per lui… è una preghiera. Il film è una preghiera. E lui ha pregato per tutto il tempo.
 
Nel film si parla dell’aspetto più immaginativo della preghiera di Ignazio… è qualcosa che ti è venuto naturalmente o ti sei dovuto mettere nelle scarpe di un altro?
Ho seguito gli esercizi spirituali e la mia guida spirituale, Padre Martin, mi ha detto che Stanislavski (che ha trattato l’approfondimento psicologico nella recitazione) è stato profondamente ispirato dagli esercizi spirituali di Ignazio e che essi hanno ispirato Jung nel creare l’immaginazione attiva con i suoi simboli archetipici. Queste cose sono parte di me in quanto attore e persona. Uso questi concetti giornalmente. Ed è stato piuttosto straordinario. E’ incredibile quello che ci ha lasciato e per me è stato come indossare un paio di scarpe comode e tanto usate.
Dimmi com’è stato il ritiro di sette giorni in silenzio. Cosa ha regalato di nuovo alla tua performance?
E’ stato piuttosto incredibile perchè ti mette in grado di metterti in contatto con te stesso intimamente, ti permette di percepire tutti quei messaggi che ti giungono da un livello più profondo. Quello che ho compreso è la necessità di arrivare oltre tutto il rumore. Quando mediti o preghi ti immergi in un luogo sacro dove puoi comunicare con il divino o come tu voglia chiamarlo. In gran parte del film Rodrigues prega. E prega rivolto ad un dio apparentemente silenzioso. Grazie a quell’esperienza sono riuscito a creare per me un linguaggio che fosse comprensibile e familiare, che mi ha permesso di immaginare di essere in comunione o per lo meno di star tentando di esserlo, con Dio. Mi ha aiutato a non fingere semplicemente, a credere in quello che stavo facendo.
Qual è stato il giorno più difficile sul set?
C’era una battuta ricorrente tra me e Adam (Driver. entrambi hanno perso peso per il ruolo) e Marty e altri membri della troupe… suonava così: “Quand’è che finalmente rinnego?” (ride) “Perchè sono davvero pronto a rimettermi a mangiare!”. Pensavo solo al cibo. Il cibo era tutto. La fame sovrastava ogni cosa.
E’ impressionante come il film tratti di faccende di fede in un modo così diretto e durante tutta la sua durata. E’ raro trovare un film che lo faccia senza rivolgersi ad un pubblico particolare. Come speri che gli spettatori risponderanno al film?
Ovviamente la speranza è che ognuno ne tragga qualcosa di profondo, che ne ne venga cambiato o trasformato… che tutti si mettano in ginocchio e gridino Halleluja! Il film che ci porterà la salvezza è qui! [dice ridendo].
Quella è la speranza.
La speranza per ogni film, una speranza falsa. Non è possibile che sia così. Ma la bellezza di questo film – e già la percepisco – è l’impressione molto soggettiva che suscita nelle persone. Ognuno ha delle esperienze così diverse. Alcuni lo amano. Altri hanno difficoltà ad accettarlo ed è grandioso. E’ un film che è simile ad uno specchio. Penso che riesca a dire ad ogni persona chi è veramente. Non c’è nulla di didattico. Non c’è niente di manipolativo. Mette le persone davanti a se stesse, così le loro reazioni sono molto rivelatorie, sia che ne siano molto commossi, che se ne sentano offesi o annoiati o ispirati.
Silence
E’ stato interessante starsene seduti tra il pubblico e sentire le varie reazioni al personaggio di Kichijiro… quelli intorno a me continuavano a lamentarsi ogni volta che compariva dicendo “ma guarda questo!”.
Credo che ancora non abbiano accettato il Kichijiro che è dentro di loro… proprio come deve fare Rodrigues… lui è Kichijiro. E’ umano. Non è Dio. Non è Gesù. Questo è il vero significato del percorso di Rodrigues. Il suo salvatore è Kichijiro, quello che gli permette di accettare la sua umanità, la sua fragilità. Mi piace molto quando dice “Che posto c’è al mondo per un uomo debole come me?” E’ San Pietro che parla. E’ il “io sono debole, ma Tu sei forte”. E’ come se dicesse “io non sono Dio. Tu sii Dio. Ti lascerò esserlo. E io sarò semplicemente questa incasinata e bella persona.”
Raccontami com’è stato raggiungere un equilibrio tra le reazioni di compassione verso Kichijiro e il naturale disgusto che può nascere davanti ad un uomo così codardo.
E’ molto semplice per me gestire quel tipo di reazioni contrastanti verso il suo personaggio. Mi sento molto vicino a come Rodrigues si sente verso di lui, perchè è come mi sento relazionandomi ad una parte di me stesso. Vorrei allontanare quelle parti di me che sembrano codarde e deboli. Sono molto bravo a criticare quegli aspetti di me stesso. Eppure so che dovrei amare ogni singolo aspetto di me. Kichijiro è quella parte di me che vorrei rimuovere che vorrei allontanare con vergogna.
Uno dei momenti più commuoventi per me del film… mi viene da piangere ogni volta che lo vedo… è quando Rodrigues gli dice “Grazie per essere rimasto qui con me.” E lo dice prima in giapponese, cosa che adoro. Si capisce che è davvero diventato più umile, che si è liberato di quelle illusioni di essere migliore degli altri. E ho trovato grande sollievo nel recitare quella parte, sia per me che per Rodrigues. Riuscire ad accettare la propria confusione, la propria umanità, i proprio dubbi e la propria imperfezione. E’ una lezione molto importante da imparare.
Fonte: Comingsoon

 

Comments
To Top