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Cinema

Si accettano miracoli: la recensione

Si accettano miracoli

Miracolo: evento straordinario, al di sopra delle leggi naturali, che si considera operato da Dio direttamente o tramite una sua creatura; nel linguaggio comune, per estensione, anche un fatto eccezionale che desta meraviglia. Queste la definizione di miracolo secondo Wikipedia.

Questa la premessa del film di Alessandro Siani, qui alla sua seconda prova come regista alla ricerca del bis del successo di pubblico ottenuto con il precedente “Il principe abusivo”. Costretto ad un forzato esilio dalla caotica Napoli e da una vita da manager rampante da scontare in un immaginario paesino della costiera Amalfitana sotto la tutela del fratello don Germano (Fabio De Luigi) e della sorella Adele (Serena Autieri), Fulvio si mostrerà pronto a sfruttare proprio la credulità popolare in un miracolo fasullo come rapido mezzo per raddrizzare la pericolante situazione finanziaria dell’orfanotrofio gestito da Germano e trasformare l’arretrato paese in una efficace macchina da soldi. Fino all’inevitabile happy ending che rimette tutto a posto e corona l’immancabile storia d’amore.

SiAccettanoMiracoliSianiFosse stato un genere diverso, “Si accettano miracoli” avrebbe potuto approfondire quel paio di spunti interessanti che la premessa miracolistica permetteva. Fulvio arriva in un paesino di poche anime e ancor meno tecnologia in quello che sembra un viaggio all’indietro nel tempo. A Rocca di Sotto non si vedono, infatti, cellulari che squillano compulsivamente controllati da chi sta messaggiando, auto che strombazzano nel traffico impazzito, persone che si affannano in corse frenetiche verso troppi impegni.

Al contrario, Rocca di Sotto sembra preso di peso dall’Italia rurale degli anni cinquanta dove l’enoteca ancora si chiama osteria e le persone importanti del paese sono ancora il barista, l’oste, il barbiere e il vigile che hanno tutto il tempo di incontrarsi a chiacchierare al bar e tutto scorre lento secondo il ritmo di una società sostanzialmente agricola (ed anche l’attenzione ai costumi dell’epoca sottolinea questo aspetto). Potrebbe essere interessante capire perché sempre più spesso la commedia italiana tende a identificare il concetto di serenità con un ritorno ad una favolistica età dell’oro spostata indietro agli anni della civiltà contadina, quasi che felicità debba per forza far  rima con antichità in una visione luddista dove progresso significa regresso. Spunto che qui diventa, però, giusto un fondale comodo per mettere in scena gag prevedibili, ma ben recitate e che dopotutto funzionano grazie alla bravura di  Siani e di attori che, complice la comune estrazione dalla scena del cabaret napoletano, sanno rendere bene dei personaggi che non necessitano di troppa caratterizzazione. Tutto cambia rapidamente quando il miracolo fasullo creato da Fulvio diventa l’occasione irrinunciabile per arricchirsi mercificando la fede popolare in un bazar dove ogni cosa cambia pelle per indossare l’abito che più attrae il turista ingordo (così che l’osteria diventa “AperiTommaso” e la farmacia ribattezza le gocce medicinali “Lacrime di San Tommaso”) che da ogni parte d’Europa invade quello che era uno sperduto angolo di mondo dimenticato. È inevitabile non vedere in questa (forse troppo) repentina trasformazione di Rocca di Sotto una insistita parodia di quel turismo religioso capace di stravolgere la sincera fede dei primi credenti in una quasi blasfema venerazione di un dio denaro capace di mutare ogni casale in un hotel extralusso e ogni bottega artigianale in una industriale rivendita di souvenir a sfondo sacro (si pensi a San Giovanni Rotondo e al fenomeno Padre Pio come esempio più recente).
Ma, ancora una volta, quella che potrebbe essere una giusta occasione per una valida riflessione critica diventa solo un calembour per strappare qualche facile sorriso. Consapevole di non avere forse le capacità per puntare troppo in alto, Siani decide di volare basso cercando di raggiungere l’obiettivo minimo di far ridere sapendo che è questo che chi va a vedere un suo film si aspetta.

SiAccettanoMiracoliMorariuSbaglierebbe che tentasse di valutare “Si accettano miracoli” con il severo metro di una critica che guarda alla profondità dei contenuti e alla coerenza della sceneggiatura.
Non è di un film impegnato che si sta parlando, ma di una commedia leggera che vuole solo permettere allo spettatore di passare due ore circa in tutta spensieratezza e serenità tra battute semplici e personaggi ridicoli, tra macchiette stereotipate e situazioni semplificate all’osso, tra gag a volte infantili (il vomito e le botte in testa) e romanticismo da romanzetto rosa (perché altrimenti una fioraia cieca ?). Certo, la storia raccontata è un fil rouge talmente esile che si fatica a vedere le diverse scene come un percorso comune e non come sketch televisivi slegati tra loro. Certo, molti personaggi sono sbozzati grossolanamente nella giustificata convinzione che tanto lo spettatore sa già chi sono e come si comporteranno (la moglie tanto pia quanto infelice, il marito tanto anonimo quanto cornuto, i bambini tanto carini quanto casinisti). Certo, la storia d’amore segue un svolgimento tanto prevedibile che il film le dedica uno spazio insolitamente breve al punto che (a differenza di quanto accadeva con “Il principe abusivo”) non si arriva neanche a capire perché i due debbano sentirsi fatti l’uno per l’altra. E tuttavia questi innegabili difetti diventano facilmente scusabili quando si pensi che nessuno di loro risulta fastidioso per chi è andato al cinema con il puro intento di divertirsi con un comico che conosce e a cui chiede proprio quello che gli viene dato.

SiAccettanoMiracoliDeLuigiCon questo obiettivo in mente, il film non può che poggiare interamente sulle spalle di Siani che qui rinuncia agli eccessi caricaturali del suo precedente personaggio per spostarsi su una comicità che, pur non perdendo il suo carattere partenopeo, cerca di essere più universale per farsi comprendere anche da chi non parla il dialetto di Totò e Troisi, sbandierati punti di riferimento del regista. Siani non ha la vena amara di Troisi, ma ne ricorda la spontaneità, mentre di Totò ha l’irruenza di una comicità che emerge naturale dai gesti e dai modi di fare. Funziona, invece, meno Fabio De Luigi che qui accetta il ruolo di spalla restituendo il favore che doveva dai tempi de “La peggiore settimana della mia vita” dove era Siani a fare da spalla. Sebbene il don Germano di De Luigi è credibile nei momenti a solo, le interazioni con il fratello sembrano un po’ forzate a causa della troppo differente estrazione di Siani e De Luigi. Un po’ a disagio sembra anche Serena Autieri costretta in un ruolo marginale che le va stretto, mentre Ana Caterina Morariu ha quella bellezza non eccessiva adattissima al personaggio che deve interpretare che fa dello sguardo limpido e del sorriso luminoso il suo irresistibile fascino.

Dopo aver visto “Si accettano miracoli”, si esce dal cinema con molto poco da ricordare (ad eccezione di una collezione di battute divertenti), ma anche con la rassicurante certezza che si è avuto quel che si cercava. Due ore tranquille in cui lasciare che il cervello (obnubilato dagli abbondanti pranzi delle festività natalizie) si riposi senza la fatica di interrogarsi, ma con il piacere di rilassarsi. E, alle volte, anche questo può bastare.

 

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