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Scorsese intervista Michael Pitt

Michael Pitt ha interpretato in passato così tanti giovani uomini sciupati, spenti, ed emotivamente sconnessi che è facile dimenticare che una delle sue prime grandi occasioni è arrivata nella forma di un arco di 15 episodi come quarterback di football del liceo, niente di meno che nella serie hit di fine anni ’90 Dawson’s Creek. E’ ironico quindi che, da allora, Pitt si sia dedicato largamente ad impersonare un insieme eterogeneo di personaggi che sono l’antitesi spirituale del ‘Big Man on Campus’ – un adolescente ribelle nell’ode di Larry Clark al sesso adolescenziale, all’abuso di droga, e all’amoralità in Bully (2001); un americano ingenuo a Parigi alla vigilia della rivoluzione del ’68 nel film carico di sesso The Dreamers di Bernardo Bertolucci (2003); una solitaria, isolata rock star alla Kurt Cobain nel tranquillamente potente Last Days di Gus Van Sant (2005); uno psicopatico che tiene in ostaggio un’intera famiglia in Funny Games di Michael Haneke (2007) – lavorando con una lista di registi che hanno ottenuto Palme d’Oro e Indipendent Spirit Awards. Sicuramente, c’è qualcosa di eternamente decadente nel modo di apparire di Pitt, con un viso ancora un po’ bambino all’età di 29 anni, ma con l’ottimismo di quella giovinezza sempre tradita dalla barba ispida sulle sue guance e da un set di occhi che sembra emanare facilmente una tristezza psichica.

Ad ogni modo Pitt chiarisce piacevolmente come il mondo lo vedrà con il debutto della nuova serie della HBO Boardwalk Empire. Ispirato al libro di Nelson Johnson “Boardwalk Empire: The Birth, High Times, and corruption of Atlantic City“, lo show racconta l’ascesa della malavita del New Jersey negli anni ’20, all’alba del Proibizionismo, mentre spaccio clandestino, scommesse, e la cultura del nightclub della città iniziano a svilupparsi e crescere intorno ad un gruppo di immigrati appena arrivati e americani di prima generazione che cercano di crearsi da soli la propria vita. L’azione si incentra principalmente sulla relazione tra Enoch “Nucky” Thompson (Steve Buscemi), un politico locale corruttore-diventato-gangster, ed il suo ex autista, Jimmy Darmody (Pitt), che è tornato dalla Prima Guerra Mondiale con la mira di assumere la giusta posizione all’interno dell’organizzazione di Nucky. Ma quando Nucky non è veloce nel consegnare a Jimmy le chiavi del suo regno alle prime armi, si ritrovano ai lati opposti di una battaglia per denaro, potere, ed altri equipaggiamenti da gang che giocano un ruolo drammatico.

 

Il ruolo in Boardwalk Empire è nuovo per Pitt, e gli ha richiesto non solo di radersi regolarmente ed indossare abiti (cose che non fa spesso nella vita reale), ma anche di scolpire un personaggio molto diverso da qualsiasi altro abbia mai interpretato, durante un’intera serie televisiva, che, come attore, si è goduto. La parte è arrivata con un ulteriore vantaggio: la possibilità di lavorare con Martin Scorsese, che è un produttore della serie ed ha diretto il pilot, che ha debuttato il 19 settembre. Scorsese, che era a Londra per girare il suo prossimo film, Hugo Cabret, si è recentemente riconnesso con Pitt, che era a casa sua a Brooklyn.

MS: Hey ragazzo. Dove ti trovi?

MP: Sono nel Bed-Stuy, a Brooklyn. Stai girando a Londra?

Sì, sì. Sto girando in 3-D, che è interessante. Voglio dire, sono macchine Arriflex, ma non penso che qualcun altro abbia mai usato il tipo di impianto che stiamo usando noi. Qui abbiamo il vantaggio di lavorare in uno studio anche se ora fa caldo a Londra e non c’è aria condizionata, quindi è un po’ faticoso. Ma penso che quello che sta accadendo con il 3-D sia interessante. I primi piani medi o i primi piani degli attori – c’è qualcosa che è abbastanza unico in loro che ha più a che fare con la scultura che con la pittura. Ottieni più presenza dell’attore. Voglio dire, in base al tipo di genere o di pellicola, le possibilità del 3-D sono molto eccitanti. Stiamo più o meno inventando il nostro modo – o inciampando nel nostro modo – attraverso la pellicola, ripresa dopo ripresa. [ride]. Forse il 3-D è stato usato troppo ora nel cinema per gli effetti speciali, ma il potenziale nel drama e nella narrazione è piuttosto forte. Parliamo un po’ di Boardwalk Empire comunque. Perchè non racconti alla gente di quando mi hai incontrato la prima volta al Waldorf-Astoria di New York quella notte per parlare di Boarwalk?

Beh, stavo per trasferirmi dal mio appartamento perchè ero proprio al verde. Avevo fatto una specie di patto con me stesso che non avrei accettato un lavoro a meno che non mi sembrasse interessante, e  mi sono ritrovato molto velocemente senza un soldo. Quando scoprii di avere un incontro con te, realizzai di avere bisogno di qualcosa da indossare, così chiamai Armani e li pregai di prestarmi un abito che avrei restituito subito dopo. Sentivo come se fosse davvero importante per me indossare un abito quando ti avrei incontrato. Così ho indossato questo vestito davvero carino e sono andato alla metro per venire ad incontrarti. Avevo questo sentore del tipo, Okay, sembro presentabile. Ma ero molto nervoso. E poi quando sono entrato al Waldorf e stavo aspettando di incontrarti giù nell’atrio, circa in cinque persone mi chiesero dove si trovasse il bagno perchè pensavano che lavorassi lì. [ridono entrambi].

Ricordo di averti visto recitare su un DVD. Alla fine dissi, “Devo incontrarlo“, perchè pensai che quello che avevo visto fosse davvero interessante e speciale. Abitavo al Waldorf in quel periodo. Ci spostavamo di casa in casa, quindi la mia famiglia stava vivendo là, e avevamo questa suite gigantesca – penso che fosse una delle suite presidenziali.

Mi ricordo. Era fottutamente enorme.

Sì. [ride]. Non vivevo in quella che hai visto. Ma ricordo che sei entrato e hai fatto la prima scena, e c’era qualcosa nel modo in cui l’hai fatta che mi aveva fatto pensare “continuiamo così e vediamo cosa succede”. Poi abbiamo iniziato a parlare del New Jersey e della tua famiglia e penso che quello ha legato il tutto. Ma devo dirtelo, l’abito ha aiutato perchè, onestamente, se stai creando il cast per un progetto su politici, malavita e gente di Atlantic City del 1920, tutti loro indossavano abiti.

Beh potrebbe suonare stupido, ma una delle ragioni per cui sentivo che dovevo indossare un abito quando ti ho incontrato era che sapevo che mio nonno si sarebbe rivoltato nella tomba se non l’avessi fatto.

E’ stato carino il fatto che hai saltato subito quel passaggio. A volte una persona arriva ad incontrarti per un film e i suoi capelli sono molto lunghi e ha la barba, e tu fai il salto da solo e dici, “Okay, tagliamo i capelli e via la barba…Dio, se solo ci avesse aiutato un po’ arrivando e sembrando un po’ più simile allo stile del film”. Non è che devono assomigliare al personaggio, ma come se si possano adattare al periodo.

Penso che sia positivo anche per te come attore. Ogni cosa che puoi cambiare di te stesso per una parte aiuta. Come sei arrivato a Boardwalk?

Beh, negli anni, molta gente aveva pensato di fare una serie che provenisse da Quei bravi ragazzi (1990) o Casino (1995) e qualche film che avevo fatto 20, 25 anni fa. Penso che fossero [i talent agent] Ari Emanuel e Rick Yorn e [il presidente della programmazione della HBO] Mike Lombardo – ci siamo incontrati e parlavano di fare una serie che fosse più incentrata sulla storia dello sviluppo della malavita. Letteralmente è stato proprio là che incontrai [il creatore della serie e produttore esecutivo] Terry Winter, ed abbiamo parlato di occuparci del suo inizio nell’East Coast ad Atlantic City, e di rivisitare ciò che ora chiamiamo gli Anni Ruggenti. Quando ero un ragazzo a metà degli anni ’50, gli Anni Ruggenti erano una parte enorme della cultura. C’erano parecchi film e un po’ di show televisivi che avevano a che fare con la mitologia della malavita di quel periodo. Ma molta di quella roba aveva a che fare con quello che stava accadendo a Chicago e a Las Vegas – voglio dire, negli anni ’50 Las Vegas era il parco giochi per adulti come si suol dire, che è finito credo quando Howard Hughes ha comprato tutto là. Ma Sinatra e i Rat Pack e i performers là…

Sì, è sbalorditivo.

Ma Atlantic City era come dimenticata. Durante il Proibizionismo, Atlantic City aveva creato l’idea di bettole illegali, che si trasformò in nightclub e in quella straordinaria complessità politica e corruzione che usciva dal New Jersey in quel periodo. La mano lunga che avevano – e forse ancora hanno – aveva perfino a che fare con le elezioni presidenziali. E’ una storia rilevante, quindi sono felice di avere avuto questa opportunità di raccontarla.

Boardwalk inizia letteralmente nel primo giorno del Proibizionismo, e penso sia stato un modo meraviglioso di iniziare – avere la storia che esce da questo imponente fenomeno storico. E più facevo ricerche sugli anni ’20, più scoprivo quanto fossero interessanti. C’era il Proibizionismo. E poi avevi il fatto che gli immigrati della classe operaia potevano fornire qualcosa che nessuno pensava fosse illegale – o almeno nessuno prendeva troppo seriamente le leggi. Quindi queste persone stavano facendo un sacco di soldi. E con questo arrivò la nascita dell’FBI e del movimento delle donne. In un modo strano, quando guardi indietro alla storia di questa roba pensi “Okay, è successo tutto negli anni ’60“. Ma più guardo indietro agli anni ’20, più mi accorgo che erano piuttosto radicali.

Erano molto radicali. Era anche una reazione contro il periodo Vittoriano e la moralità. Le donne che si tagliavano i capelli, portavano fiaschette con loro, bevevano e ballavano il Charleston. I balli erano più spinti. E poi in quel periodo c’era il jazz, la Dixieland music, il blues, e tutto un mix di questa musica americana. Gli anni ’20 sono stati un periodo di enormi cambiamenti. Poi raggiungi gli anni ’30 e ci sono gli effetti della Depressione – è tipo quello che è successo nel 2008 quando la gente arriva a consumare al punto in cui c’è un’esplosione e tutto cade a pezzi. Ma volevo chiederti: in che modo pensi che il processo di fare una serie come questa, dove interpreti un personaggio che continua a cambiare e si sviluppa attraverso un lungo periodo di tempo, si differenzia dal fare un film, che probabilmente è ciò a cui sei più abituato, dove interpreti la parte per un periodo più breve e poi sei già orientato su qualcosa d’altro? Sai, quando stavamo girando il pilot, non sapevo in che direzione il tuo personaggio, Jimmy, sarebbe andato successivamente. E’ un tipo diverso di esercizio.

E’ sicuramente difficile. Penso di essermi approcciato come se stessi facendo comunque un film – nel bene e nel male.

Sì, un film di 14 ore…[ride]

Sì, ma la parte più difficile è che la tua performance si estende su un periodo di tempo più lungo, quindi lavori con questo personaggio in un modo diverso. E poi il continuo cambiamento dei registi può essere difficile.

E’ qualcosa di interessante a cui non avevo pensato – di come diversi registi che hanno diversi stili e diverse energie possano influire sugli attori.

Terry è stato molto d’aiuto e comprensivo. Tim Van Patten [un regista della serie e produttore esecutivo] anche. E’ sicuramente un ambiente interessante. La sfida che affronto è che ci sono cose del personaggio che vuoi mantenere aperte, che non vuoi indirizzare immediatamente, e come puoi farlo senza rendere il personaggio troppo vago? E poi vuoi fare delle scelte, ma non vuoi inscatolare te stesso in un angolo.

Devo dirtelo, ho visto delle bozze di tutti gli episodi, e non l’ho trovato in nessun modo stonato finora. E’ misterioso ed interessante. E’ quasi come trascorrere il tempo con questi personaggi e iniziare a conoscerli in un modo che, finchè tu fai le tue scelte come attore e li interpreti fino in fondo, dai abbastanza tempo di proiezione per il pubblico per capire in che direzione ti stai muovendo e per loro per voler venire con te. Penso che sia la natura dello stile.

Come hai trovato il pilot mentre lo stavamo girando?

Per me è stata una grande sfida perchè era da anni che non giravo una scena così velocemente. Non avevo mai girato in tempi così brevi.

Sono curioso di sapere se le restrizioni in termini di denaro che potevamo spendere e  di numero di giorni che avevamo per girare abbiano aiutato in qualche modo.

Sicuramente hanno aiutato. Mi hanno anche fatto sentire all’improvviso svincolato dall’energia e dalla natura della situazione. Dovevamo muoverci alla svelta, così, bang, dovevo prendere decisioni veloci. E questo era davvero liberatorio in un certo modo. E’ stata una bella esperienza. Le ore erano lunghe, ma è stato eccitante. Mi piace davvero pianificare l’intero film e poi decidere sul momento cosa era davvero importante e cosa no. E’ diverso in uno show televisivo rispetto ad un film perchè con la tv, a volte, il copione, la vera narrazione in sè, è più importante dello sviluppo del personaggio, e tu stai solo ballando intorno, cercando di stare in piedi. L’energia creativa di questo – spero che sia riflessa nel pilot.

Sì. Ho notato che a volte quando mantieni le cose un po’ più piccole, è più facile focalizzarsi sugli aspetti creativi di ciò che si sta facendo.

Perchè ci sono meno distrazioni e, onestamente, perchè ci sono meno scelte. E questo è il processo. Ha vita propria, sai?

La domanda comune che mi viene fatta è “Com’è stato lavorare con Martin Scorsese?“. E all’inizio ero tipo senza parole. Ma poi ho visto Ben Kingsley rilasciare un’intervista quando è uscito Shutter Island, e disse qualcosa che penso possa riassumere tutto. Probabilmente non lo sto riportando esattamente, ma per parafrasare, disse, “Marty è indubbiamente la persona più intelligente nella stanza, ma ti fa sentire come se fossi intelligente quanto lui“. E penso che questo riassuma la mia esperienza di lavoro con te.

Dipende molto dall’attore – nel caso tuo e di Ben. E’ tutto lì con voi ragazzi, e tutto quello che cerco di fare è guidare le cose. Con voi ragazzi, l’intelligenza è lì, e tutto ciò che cerco di fare è focalizzarla. Ma non puoi farlo se non è già lì per iniziare. So che oltre a recitare tu fai musica. Come hai iniziato con tutto questo? C’era prima la recitazione o la musica o cosa?

Beh, la prima cosa che volevo essere era un carpentiere. Poi volevo essere un pittore e poi un cantante. E’ stato quando ho visto per la prima volta Lawrence d’Arabia [1962] che ho voluto essere un attore.

Lasciami chiedere riguardo alla musica per un secondo. Sta succedendo di ogni con la musica ora e sul modo in cui viene distribuita che sono così fuori contatto – sono una persona all’antica. Ma so che stai lavorando su questo concept album che tipo mischia film e musica.

Sto facendo un album che ha una storia che corre attraverso tutte le canzoni, e poi c’è anche un film che va avanti con esso. Ho pensato che sarebbe stato interessante avere il ragazzo che ha registrato la musica per fare il mix del film quindi non è semplicemente un mix normale. Così stavo finendo quel progetto. Non ho dormito per, tipo, cinque notti di fila per poterlo finire. Ma sai, penso che quel tipo di cose sia il futuro a causa della tecnologia che diventa più accessibile. Un ragazzo ora può praticamente registrare una canzone o montare un film breve mentre sta andando a scuola. Penso che produrrà, forse, cose meno interessanti – oppure dovrai cercare maggiormente per trovare cose interessanti. Ma credo che sia anche eccitante.

Ma sai, Michael, è interessante perchè sto lavorando con questi attori 21enni ora, e anche se può suonare come un cliché, penso davvero che i ragazzi oggi percepiscano la realtà in un modo completamente diverso rispetto a come la percepivo io mentre stavo crescendo. C’è tutto questo potenziale per la narrazione e l’espansione creativa, ma è lontano anni luce da ciò con cui sono cresciuto o perfino tu sei cresciuto. E’ anni luce lontano dalla pittura narrativa o perfino dalla pittura astratta o certamente dalla tradizione della produzione cinematografica narrativa, che è uno stile classico. Ora vedono pezzi del mondo che arrivano loro visivamente, uditivamente, in ogni modo – forse troppi. E mi chiedo come queste giovani persone percepiscano i loro impulsi psicologici ed emotivi, e se si deve tradurre in pixel o immagini digitalizzate o pezzi di immagini.

C’è molta informazione che arriva a te – e a causa di questo il mondo sembra più piccolo. Voglio dire, ricordo che quando ero ragazzo guardavo diversi tipi di pellicole ed esaminavo realmente la grana e dicevo, “Guarda come sono liscie…” Ricordo che guardavo perfino gli strati d’inchiostro.

Oh, dio, sì.

Ma penso che quando sarò più grande, la gente dirà, “Guarda la pixillation!” Sono sicuro che in qualche punto le diverse grane di diversi tipi di pellicola non erano visti come casi fortunati. Ci sono stati tempi certamente, quando ho girato cose su una pellicola dove ero tipo, “ugh…“. E’ più o meno come la distorsione che hai con una chitarra elettrica. Jimi Hendrix suonava la sua chitarra e spingeva solo l’amplificatore oltre il punto in cui sarebbe dovuto andare, producendo distorsione, che ad un certo punto era visto come una limitazione dello strumento, ma con lui era diventato qualcosa che la gente amava.

Hai assolutamente ragione. Penso che in certi casi abbiamo dovuto imparare ad amare le grane del tempo perchè non avevamo altra scelta. Ancora tutti ammiriamo la fotografia stravagante in bianco e nero proveniente dalla Francia negli anni ’30 e ’40. Hollywood aveva quella grana fine dove c’era così tanta luce gettata sopra che l’immagine sembrava satinata. Ma non potevamo raggiungerlo così abbiamo solo abbracciato pellicole più veloci e tutto l’intero stile New Wave di Breathless di [Jean-Luc] Godard [1960] e di [Claude] Chabrol e [Francois] Truffaut e quanto erano sgranati i loro film perchè abbracciavano la nuova tecnologia con le pellicole high speed che li rendevano più veloci e più facili da girare. Hai ragione anche riguardo alla chitarra. Ho appena letto di più riguardo al musicista Django Reinhardt. Sono cresciuto ascoltando la sua musica ovviamente, suonava un certo tipo di chitarra ed è morto piuttosto giovane nel 1953. Ma ho letto che prima della sua morte stava inziando a scendere a patti con la chitarra elettrica e stava iniziando ad imparare ad usarla.

Penso che lo stesse facendo anche Muddy Waters.

Già. Per questo penso che ciò di cui stai parlando, cioè quando sei in grado di fare la tua musica, è quasi una situazione creativa più soddisfacente in un certo modo. E’ quasi più pura, sai? Stavamo parlando della batteria di immagini e suoni del mondo in cui viviamo, e potrei sbagliarmi, ma sembra che quando sei in grado di mettere un pezzo di musica in una canzone, fermi il tempo in un certo modo, vero? Voglio dire, sei davvero in grado di ritrarti…è quasi come un momento di immobilità in un mondo dove tutti stanno correndo a ipervelocità.

Okay. Ora devi tornare a dirigere.

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