fbpx
0Altre serie tv

SanPa e l’eterna domanda del fine e dei mezzi – Recensione della docuserie Netflix su Luci e Ombre di San Patrignano

SanPa: la recensione

È ormai da più di cinquecento anni che la frase attribuita a Niccolò Machiavelli viene citata. Dimenticando che, in verità, lo scrittore fiorentino non ha mai scritto esplicitamente che “il fine giustifica i mezzi” poiché, nel suo Il Principe del 1513, si riferiva esplicitamente alla ragion di stato che autorizzerebbe leggi e metodi impopolari o poco etici. Al contrario, lo stesso Machiavelli ammoniva che “un principe che può fare quello che vuole è un pazzo”. E tale resterebbe anche se fosse convinto di agire per fare il bene? Come Vincenzo Muccioli, fondatore della Comunità di San Patrignano, a cui è dedicata la docuserie SanPa – Luci e Ombre di San Patrignano.

SanPa: la recensione
SanPa: la recensione – Credits: Netflix

Da solo contro la droga

Gli anni Settanta erano finiti da poco tra il rumore delle bombe protagonista della stagione della strategia della tensione. Gli ideali nati nel Sessantotto erano stati portati avanti da movimenti studenteschi per poi essere messi a tacere dal terrorismo di destra e sinistra, mentre si iniziava a fare strada l’edonismo che avrebbe caratterizzato gli anni Ottanta. Ma arrivava anche l’eroina a dare un’illusoria via di fuga a chi era rimasto deluso dalla fine ingloriosa dell’epoca degli ideali o non aveva i mezzi o la volontà di unirsi a paninari o yuppies. Tagliati fuori dal mondo nascente e abbandonati da quello morente, molti giovani finirono per diventare schiavi di nuove droghe che regalavano un attimo di paradiso per poi trasformarli in zombie che si trascinano in mezzo agli altri mentre vivono il proprio inferno.

Forse perché impreparato o forse perché convinto che fosse colpa loro, lo Stato rimane largamente inerte di fronte a questo problema di cui si faranno carico principalmente associazioni cattoliche nate dall’iniziativa personale di sacerdoti in prima linea come don Oreste Benzi, don Luigi Ciotti, don Pierino Gelmini, don Mario Picchi. Unico laico a proporsi di salvare queste vite perse è Vincenzo Muccioli che trasforma in comunità per il recupero dei tossicodipendenti una sua proprietà nelle campagne di Coriano. È il 1979 quando nasce ufficialmente la Comunità di San Patrignano la cui storia è l’argomento di SanPa. Non la storia completa, ma quella legata al periodo in cui è lo stesso Vincenzo Muccioli a guidarla facendola crescere fino a diventare un punto di riferimento mondiale.  

Chi era Muccioli? E cosa era davvero San Patrignano? Sono queste le domande a cui SanPa prova a dare una risposta intervistando persone che della comunità sono stati ospiti rivestendo ruoli importanti. Walter Delogu era l’autista e la guardia del corpo di Muccioli. Fabio Cantelli ne era l’addetto stampa. Antonio Boschini è ancora oggi il responsabile medico. Andrea è il figlio che è succeduto al padre nella guida della comunità.

A loro si aggiungono altri ex ospiti che hanno la loro da dire (Fabio Mini, Paolo Negri, Antonella De Stefani) o giornalisti o volti tv che ci hanno avuto a che fare (Luciano Nigro, Red Ronnie, Andrea Delogu). E poi il giudice Vincenzo Andreucci che ha indagato. E i parenti di quelli che di San Patrignano divennero vittime e non salvati.  Il fratello di Natalia Berla che si suicidò e il figlio di Roberto Maranzano che nel reparto macelleria fu torturato e ucciso. Perché quello che era dipinto come un luogo perfetto di pace e amore ebbe anche le sue caverne nascoste piene di odio e dolore.

Un lavoro documentaristico imponente tra interviste, filmati di repertorio, immagini inedite condensato in cinque ore da Cosima Spender e Carlo Gabardini per fare di SanPa una docuserie di indubbia qualità.

LEGGI ANCHE: Best of 2020: le migliori docuserie

SanPa: la recensione
SanPa: la recensione – Credits: Netflix

Il santo che divenne santone

Parlare di San Patrignano è difficile quanto camminare bendati in un campo minato. Da sempre i metodi adoperati dalla comunità sono stati argomento di feroci dispute polarizzando in maniera inconciliabile sostenitori e oppositori. Discuterne in una recensione è oltremodo complesso dal momento che qui si sta giudicando i ritratti di San Patrignano e di Vincenzo Muccioli restituiti da SanPa senza poter avere accesso ai documenti originali o poter ascoltare altre campane. Premessa necessaria a chiarire che quanto segue non può che essere una opinione personale e limitata passibile di errori e omissioni. Soprattutto, un discorso che non intende far cambiare punto di vista a nessun lettore.

Anche perché la domanda sottesa alla serie non ha una risposta univoca. Quanto male si può accettare per fare del bene? Tutto quello necessario avrebbero risposto i genitori dei ragazzi a cui San Patrignano ha salvato la vita. Non fino a privarti della libertà diranno invece gli spettatori della serie e chiunque quel problema non ha mai dovuto affrontare. E non avrebbero probabilmente torto. Perché la San Patrignano che emerge dai discorsi che lo stesso Muccioli fa ai ragazzi appena arrivati nei filmati di repertorio che SanPa mostra è, in realtà, molto più vicina a una prigione che ad un centro di recupero.

Un luogo dove è vietato ogni contatto con l’esterno per un anno e dove anche la posta è controllata e ispezionata. Una comune dove è vietata ogni obiezione. Una casa dove ogni disobbedienza è punita severamente fino ad arrivare a umiliazioni pubbliche e reclusioni che farebbero invidia ai più perversi carcerieri di Guantanamo. Un posto che, in verità, non recupera nessuno perché i salvati restano tali solo perché non hanno alcuna possibilità di scelta. Neanche quella di andarsene quando sono disintossicati. E nemmeno quella di amare liberamente chi vogliono o scegliere cosa vorrebbero diventare.

Vincenzo Muccioli era un santo o un diavolo? Il sottotitolo inglese della serie è meno didascalico di quello italiano, ma più evocativo. The Sins of the Saviour, i peccati del salvatore. Perché, in fondo, è di quello che SanPa parla. Di un uomo che era indubbiamente un salvatore perché quei ragazzi lasciati a sé stessi o alle cure incapaci per quanto amorose dei genitori sarebbero drammaticamente morti. Una persona convinta di dover prendere alla lettera il detto secondo cui il medico pietoso fece morire il paziente. Ma Muccioli era anche talmente convinto di essere nel giusto da non ammettere altra verità che la propria. E a quella sacrificare tutto e tutti nell’ostinata sicurezza che altre vie non esistessero.

Un santo che abbracciava i nuovi lebbrosi senza accorgersi che li stava guarendo solo perché divenissero discepoli del santone in cui si stava trasformando.

LEGGI ANCHE: Docuseries: cinque (+1) titoli da recuperare su Netflix (e non solo)

SanPa: la recensione
SanPa: la recensione – Credits: Netflix

Una storia che andava raccontata

Molto si è discusso in questi giorni se Netflix abbia fatto bene o male a produrre e distribuire SanPa. Rivelare i lati oscuri di San Patrignano e mostrare i peccati del suo fondatore può anche essere un’operazione biecamente commerciale. Un modo di attirare il pubblico giocando sulla morbosa passione degli spettatori per il tiro al bersaglio verso l’angelo che si rivela diavolo. Immancabili sono arrivate le proteste della Comunità di San Patrignano con l’accusa di aver dato voce solo a nemici interessati a vendicarsi di torti mai subiti. Ma altrettanto rapidamente sono arrivate anche le conferme di ex ospiti come Piero Villaggio (figlio del compianto Paolo) che ha confermato come SanPa racconti storture vere, ma tacendo di bellezze altrettanto vere.

Seguendo illustri esempi moderni (si pensi a Making a Murderer per restare in casa Netflix), SanPa è un prodotto senza una voce narrante proprio per lasciare che siano le immagini e i protagonisti a parlare. Ovvio che il montaggio indirizzi comunque il racconto esaltando alcuni aspetti per smussarne altri. E, tuttavia, la docuserie ha il merito di riaprire un dibattito che si era spento da tempo senza arrivare ad una conclusione. Non che questa conclusione arrivi. Ma guardare al male che in passato è stato fatto da chi era convinto di fare il bene aiuta ad imparare quali errori non ripetere.

Ancora di più, SanPa è un monito esemplare a non credere in nessun idolo. William Golding (premio Nobel per Il Signore delle Mosche) scriveva tristemente che l’uomo produce il male come le api il miele. SanPa mostra che esistono uomini che sono capaci di produrre il miele, ma anche loro prima o poi potranno sporcare la dolcezza di quel nettare con l’amarezza di troppe bugie. Sbagli che spesso nascono dal delirio di onnipotenza che coglie chi arriva a sedere su un trono a cui non aveva mai immaginato di essere destinato.

Muccioli e San Patrignano erano stati la luce che illuminava la notte in cui si erano persi ragazzi vittime della droga. Ma anche il falò più luminoso può spegnersi se chi doveva tenerlo acceso pensa che quelle fiamme servano solo a farlo sembrare più grande agli occhi di chi sta ricominciando a vedere.

SanPa: la recensione
4

Giudizio complessivo

Un prodotto che lascia parlare i fatti e i protagonisti riaprendo il dibattito sui peccati che anche un salvatore può commettere quando smette di chiedersi quale sia il confine tra fare il male per fare il bene e fare il male per salvare sé stesso

Comments
To Top