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Cinema

Red Sea Diving: tanto finto da essere vero – la recensione del film Netflix con Chris Evans e Michiel Huisman

Red Sea Diving: la recensione
Netflix

Titolo: Red Sea Diving

Genere: spy story

Anno: 2019

Durata: 2h 10m

Regia: Gideon Raff

Sceneggiatura: Gideon Raff

Cast principale: Chris Evans, Haley Bennett, Michiel Huisman, Ben Kingsley

Ci sono popoli che sembrano destinati dalla storia a continue sofferenze. Come gli Ebrei fin dai tempi della diaspora passando per i pogrom dell’Europa orientale ed arrivando all’Olocausto nazista. Oggi Israele è tutto tranne che un vaso di coccio tra vasi di ferro. Al contrario, la sua politica nei confronti dei palestinesi ha molto poco di quella umanità che ci si aspetterebbe da chi conosce la sofferenza. E, tuttavia, gli Ebrei non sono solo in Israele, ma anche in altre parti del mondo dove non hanno mai smesso di essere discriminati e perseguitati. Come in Etiopia all’inizio degli anni Ottanta. Periodo in cui si ambienta Red Sea Diving, spy story di Netflix. Soprattutto, prima pellicola in cui Chris Evans non ha più lo scudo e l’uniforme di Captain America.

Red Sea Diving: la recensione
Red Sea Diving: la recensione – Credits: Netflix

Una storia vera

Scritto e diretto da Gideon Raff, il film deve il suo titolo al nome Red Sea Diving resort, un complesso alberghiero sulla costa meridionale del Sudan che i servizi segreti israeliani affittarono dal governo sudanese sotto mentite spoglie. La copertura serviva ad avere un comodo punto di approdo per trasferire via mare i falascia dai campi profughi in cui si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni in Etiopia negli anni 1974 – 1979. Scopo delle rischiose missioni era quello di salvare quelli che, nonostante il colore nero della pelle, erano ebrei in quanto discendenti delle popolazioni convertitesi dopo il matrimonio tra Salomone e la regina di Saba. Più realisticamente, i falascia (o Beta Israel) sono probabilmente il risultato della fusione tra popolazioni autoctone africane e gli Ebrei che fuggivano dall’Egitto o durante la successiva diaspora.

Quale che fosse la loro origine, certa era comunque l’appartenenza al popolo ebraico. E tanto bastava perché Israele ritenesse inaccettabile la loro persecuzione da parte dell’esercito etiope. Agenti come l’Ari Levinson protagonista di Red Sea Diving lavorarono sotto copertura in Etiopia aiutando i profughi a scappare e passare il confine con il Sudan dove potevano almeno sperare di non essere uccisi. Non più di quello, tuttavia. Perché il Sudan era già allora governato da fondamentalisti islamici che accettavano di tenerli solo per incassare i rimborsi dell’ONU. Una scelta opportunistica figlia di una corruzione così diffusa che nel film viene presentata quasi come una tradizione di cui farsi vanto. Non a caso il personaggio del colonnello Madibo ritorna spesso.   

È da questo momento che Red Sea Diving diventa un altro Argo. Ancora una volta è la fantasia a superare la realtà e la finzione diventare verità. Se nel pluripremiato film di Ben Affleck era il cinema la scusa per salvare gli ostaggi americani, qui è un hotel di lusso a diventare la copertura per la più massiccia operazione segreta di salvataggio che i servizi segreti avessero realizzato fino a quel momento. Red Sea Diving non deve più preoccuparsi di scrivere una sceneggiatura: ci ha pensato già la storia vera.

Tuttavia, la similitudine tra le due missioni segrete diventa un peso per il film di Raff. Perché porta immediatamente lo spettatore a fare un paragone con Argo. E il risultato è impietoso sia in termini di regia e fotografia che come intensità dei personaggi e qualità della recitazione. Non che tutti questi aspetti siano insufficienti in Red Sea Diving dove, anzi, non ci sono difetti o imperfezioni. Ma tutto è fatto in maniera troppo scolastica con l’intenzione evidente di raggiungere una conservativa sufficienza senza puntare a un voto più alto in pagella.

Red Sea Diving va allora visto ricordando dimenticando Argo. Perché la storia vera può anche ripresentare una stessa idea sotto altre vesti, ma da idee simili non nascono film di uguale qualità.

Red Sea Diving: la recensione
Red Sea Diving: la recensione – Credits: Netflix

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Eroi per volontà e per necessità

A differenziare Red Sea Diving da Argo è anche il carattere dei suoi personaggi. L’Ari Levinson che idea il piano non è il Tony Mendez che pensa a Hollywood per avere una copertura inimmaginabile. Perché il personaggio interpretato con il giusto cipiglio caparbio da Chris Evans vuole dopotutto solo mantenere una promessa. Quella di non lasciare indietro nessuno. Ari ha visto quel che sta accadendo in Etiopia e Sudan perché è stato sul campo in prima persona. Ha visto la disperazione di chi resta. Ascoltato le lacrime di chi ha perso tutto. Toccato il sangue di chi è morto cercando un domani incerto per fuggire a un presente fatto di morte certa.

Ari ha le stimmate dell’eroe classico che non si ferma di fronte a niente, neanche all’impensabile, pur di compiere la sua missione. Una dote ammirevole che è però anche una condanna. Perché Ari sa fare così bene il suo lavoro da non poter fare, in realtà, altro che quello. Neanche essere un marito perché troppo spesso assente. Né un padre perché per la figlia è solo uno che è sempre al lavoro. È un eroe per scelta, ma anche per necessità. Perché solo questo che può essere.

Discorso simile anche per gli altri componenti del team. Da Sammy (Alessandro Nivola) che si mostra recalcitrante quel tanto che basta a mostrarci che rinuncia anche al lavoro in clinica pur di tornare a fare la spia. A Rachel (Haley Bennett) annoiata da missioni troppo ordinarie e alla ricerca di qualcosa che faccia la differenza. Da Jake (Michel Huisman) che non vede l’ora di scambiare la routine quotidiana con un compito in cui credere davvero. A Max (Alex Hassell) che vuole cancellare la noia della semplicità con l’adrenalina di una mission impossible. Personaggi il cui backgroud non viene presentato perché non ce n’è bisogno. Chi sono è quel che fanno. Non c’è bisogno di chiedere o sapere altro.

Red Sea Diving è un concentrato di eroi. Ma eroi che sono tali perché esserlo è quasi una necessità fisiologica, come respirare e mangiare.

Red Sea Diving: la recensione
Red Sea Diving: la recensione – Credits: Netflix

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Senza errori e niente più

A parte la caratterizzazione frettolosa ma chiara dei suoi protagonisti, Red Sea Diving non riesce a lasciare una particolare impronta. Lo spunto originale del resort come copertura viene servito al pubblico quasi subito con la conseguenza che la fiammella dell’interesse non riesce ad accendere un memorabile falò. Il film scorre con un ritmo accettabile non dimenticando di servire nessuno degli ingredienti tipici di una spy story.

Non mancano, quindi, né il superiore (un Ben Kingsley che ormai sembra aver rinunciato a scegliere cosa interpretare) comprensivo con la testa calda e il direttore che si oppone giusto il tempo di lasciarsi convincere. Immancabili anche gli americani prima sicuri di sé stessi e poi deus ex machina al momento giusto. E nemmeno sono assenti l’eroe buono (il Kadebe di Michael Kenneth Williams) e la sua nemesi cattiva perché si (il colonnello Abdel Ahmed affidato a Chris Chalk).

La regia vorrebbe mettersi al servizio della storia, ma la storia non è forte abbastanza da non far notare quanto minimale sia la regia stessa. Né gli attori possono dare grande prova del loro talento dovendo seguire uno script piuttosto semplice e dei ruoli troppo noti. Un potenziale motivo di interesse sarebbe stato vedere Chris Evans per la prima volta fuori dal Marvel Cinematic Universe, ma non è certo questo il film adatto a capire dove andrà la sua carriera.


Red Sea Diving non è un cattivo film. Ma neanche buono. Si lascia guardare, ma alla fine lascia solo il ricordo di quanto ingegnosi possano essere i servizi segreti. Solo che è qualcosa che riguarda la storia e non il cinema.

Red Sea Diving - la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3

Giudizio Complessivo

Un film senza particolari errori ma anche senza particolari picchi di interesse tranne per la fantasiosa trovata vera dei servizi segreti israeliani 

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