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Rectify: Recensione dell’episodio 2.01 – Running with the Bull

Sono passati sette giorni dalla liberazione di Daniel dal braccio della morte e una settimana è bastata per ridurlo in fin di vita. La seconda stagione di Rectify, non si prende pause o lunghi respiri e sceglie di riprendere la narrazione proprio analizzando le cause del barbaro pestaggio che aveva coinvolto Daniel sul finire della prima, straordinaria, stagione.
Per riuscire a comprendere le motivazioni e il movente del pestaggio, bisogna cercare di immergersi nella società americana del profondo sud, luogo in cui è ambientata la vicenda raccontata.
Rectify_202-01Qui, il senso di giustizia è percepito in modo sostanzialmente e formalmente diverso da quello che una società come la nostra, dove la pena di morte non è contemplata, considera. Daniel per la sua comunità doveva morire perché giudicato colpevole di aver ucciso la sua fidanzata; il ragionevole dubbio, fondamento del sistema penale a questi uomini del profondo sud non interessa, lontanamente. Premesso ciò, va da se che i colpevoli materiale del pestaggio di Daniel sono solo degli esecutori fisici di un atto che tutta la comunità ha invocato, anche se non apertamente.

Rectify_202-03Mentre lui lotta tra la vita e la morte, i colpevoli del pestaggio non si sentono colpevoli di nulla se non di aver tentato di ristabilire quell’equilibrio che il sistema penale americano, con il suo ripensamento, ha impedito. Non ci meraviglia, ma ci lasciano lo stesso di ghiaccio, le parole che vengono dette allo sceriffo: se continuerà a indagare sul pestaggio la possibilità che venga rieletto, saranno nulle. Ci lasciano ancora più costernati le parole del politico di spicco della cittadina che spera nella ripresa di Daniel o nella sua morte, ma sicuramente si augura che non resti cerebralmente malato, per questo gli impedirebbe di sostenere un nuovo processo, processo che sperano lo rispedisca nel braccio della morte.
Intorno a tutto ciò c’è la famiglia di Daniel che spera nella sua ripresa; Amantha, soprattutto, non riesce a darsi pace per quello che è successo così come Tawney che appare sempre più attratta, apparentemente in modo spirituale da Daniel.
L’episodio è saggiamente inframmezzato da flashback che ci mostrano una realtà parallela: la mente di Daniel in coma. Sono proprio queste scene, ambientate principalmente nel braccio della morte, così com’era avvenuto nella prima stagione a commuovere lo spettatore.
Il cuore della serie, infatti, non è scoprire la colpevolezza o l’innocenza di Daniel, Rectify non è The Killing, qui il fulcro è Daniel.
Rectify_202-02Tralasciando la sua colpevolezza, Daniel è un uomo spezzato dall’esperienza del carcere e quando stava lentamente cercando di riorganizzare la sua vita, nuovamente gli è stata tolta la fiducia con la violenza. La violenza di cui lo si accusa sembra essere la protagonista della sua vita. Quello che ci vuole dire Ray McKinnon è fondamentalmente questo: quanto deve pagare un uomo per qualcosa che potrebbe non aver fatto? Ma soprattutto, è la morte la chiave per ripagare l’offesa fatta a quella comunità timorata di Dio. Perché, anche in questa premiere, la religione torna prepotente a scontrarsi con la natura dell’uomo fin troppo poco divina. C’è Tawney che si chiede perché Dio ha permesso che una cosa così brutale accadesse a Daniel che ha già pagato tanto nella vita e poi c’è suo marito, che gli indizi ci lasciano credere essere uno dei picchiatori di Daniel.
Rectify_202-04Ted non avrebbe agito, però per ripagare la comunità del torto subito, come gli altri, quello che vuole riguadagnare è il suo equilibrio personale, scosso in questi sette giorni in cui Daniel è stato libero. Agisce però, anche lui secondo quella filosofia nel quale è imperniata questa gente quella che di: tu hai fatto un torto a me e io lo faccio a te.

Questa premiere ci regala un buonissimo inizio di stagione, la narrazione è sempre dilata ma mai statica come ci aveva bene abituato la prima stagione, la fotografia, la regia, la scrittura e la recitazione sono sempre impeccabili e concorrono a confezionare un prodotto elegante, intelligente e brillante che raramente ci capita di vedere.

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