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Rapiniamo il Duce: (non) basta la buona volontà? – Recensione del film Netflix con Pietro Castellitto e Matilda De Angelis

Titolo: Rapiniamo il duce
Genere: commedia
Anno: 2022
Durata: 1h 30m
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Renato De Maria
Cast principale: Pietro Castellitto, Matilda De Angelis, Filippo Timi, Maccio Capatonda, Isabella Ferrari, Tommaso Ragno, Luigi Fedele, Rebecca Coco Edogamhe, Alberto Astorri

A leggere il cast di Rapiniamo il Duce si capiscono molto cose. Due promettenti giovani con un curriculum breve ma in rapida crescita come Pietro Castellitto e Matilda De Angelis nel ruolo dei protagonisti avversati da un antagonista interpretato da un attore esperto con una matura versatilità come Filippo Timi. Una linea comica affidata ad un mattatore del web intelligente e poco convenzionale come Maccio Capatonda fresco del successo di Lol – Chi ride è fuori.

Una spruzzata di Netflix con la Rebecca Coco Edogamhe da Summertime. Una patente di affidabilità ricercata tramite icone come Isabella Ferrari, volti onnipresenti come Tommaso Ragno, caratteristi affermati come Alberto Astorri.

Un cast che vuole dire allo spettatore di mettersi tranquillo ché il film andrà avanti con il pilota automatico senza deluderlo perché tanto c’è il nome giusto per ogni gusto. Solo che ci vorrebbe anche tutto il resto per fare un film.

Rapiniamo il Duce: la recensione
Rapiniamo il Duce: la recensione – Credits: Netflix

Tarantino wannabe

Rapiniamo il Duce si inserisce bene in una recente tendenza del cinema nostrano ad esplorare generi e situazioni tipicamente aliene dai temi tipici della produzione italiana. Protagonista del film è Isola, nome d’arte di Pietro (interpretato da Pietro Castellitto), signore del mercato nero nella Milano degli ultimi giorni del secondo conflitto mondiale. L’amore per Yvonne (Matilda De Angelis), cantante dell’unico night club ancora aperto, si mischia con l’avversione ovvia per il gerarca torturatore fascista Achille Borsalino (Filippo Timi) e con l’avidità inarrestabile da ladro spregiudicato per concepire un’idea estrema: rapinare il tesoro del Duce prima che venga inviato in Svizzera, meta finale della fuga di Mussolini. Ad aiutarlo una coorte dei miracoli dove ognuno ha il suo ruolo come si confa ad ogni piano che si rispetti.

Da questa necessariamente sintetica descrizione è chiara la volontà di inserirsi in quel felice filone che vede intrecciarsi personaggi fittizi con la Storia con la S maiuscola andando a cambiare anche eventi storici reali senza preoccuparsi di conseguenze ovviamente impossibili. L’esempio più illustre è il Bastardi senza Gloria di Tarantino che pure omaggiava a modo suo un epigono italiano. Con Rapiniamo il Duce, Renato De Maria prova a fare un’operazione simile nelle intenzioni, ma diversa nei metodi. Soprattutto e purtroppo per lui, diversissima nel risultato.

L’ucronia del finale scritto dal regista americano nasceva come naturale evoluzione della storia raccontata amalgamandosi fluidamente con i suoi toni programmaticamente eccessivi. Il testo filmico di De Maria, invece, parte come forzatura di una leggenda mai verificata per poi costringere una sceneggiatura già incerta a prendere soluzioni raffazzonate in un pernicioso crescendo di sbrigativa faciloneria.

Il risultato da l’impressione di un fan che vorrebbe tanto essere come il suo idolo e ci prova comunque anche quando si è reso conto di non essere in grado di raggiungere il suo sogno.

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Rapiniamo il Duce: la recensione
Rapiniamo il Duce: la recensione – Credits: Netflix

Un divertissement innocuo

Rapiniamo il Duce non è, comunque, un film completamente da buttare. È piuttosto un’opera che va guardata per quello che realmente è e non per quello che avrebbe potuto e magari voluto essere. I novanta minuti di durata scorrono leggeri sullo schermo intrattenendo con semplicità una volta che si sia accettata l’idea di base che non ci si deve interrogare troppo sul realismo delle situazioni o la storicità del contesto. E, d’altra parte, tra i momenti più riusciti ci sono sicuramente le esibizioni canore di Matilda De Angelis che si esibisce in interpretazioni di successi di molti anni dopo (Se bruciasse la città di Massimo Ranieri, Tutto nero di Caterina Caselli, Amandoti nella versione di Gianna Nannini dell’originale dei CCCP). Un anacronismo indovinato perché rende ancora più magnetico e affascinante il personaggio di Yvonne.

Altrettanto bene Rapiniamo il Duce funziona nella sua parte iniziale quando gioca su ritmi più da scanzonata commedia romantica costruendo un triangolo classico con la magnifica Yvonne divisa tra l’amore sincero per Isola e la necessaria sottomissione al feroce Achille. Soprattutto, funziona l’idea di portare in scena quella zona grigia dove si muovevano personaggi come Isola e la sua banda che con il fascismo degli ultimi giorni sono in lotta non per motivi politici o libertari, ma solo perché ostacoli da superare sulla via del profitto. Ladri per cui i soldati repubblichini sono le guardie da cui scappare e i partigiani i clienti da spennare. Imparziali come solo chi bada al mero profitto può essere, ma anche simpatiche canaglie che al momento giusto sanno da che parte stare.

Avesse mantenuto questo registro scanzonato per tutta la sua durata, Rapiniamo il Duce sarebbe stato un divertissement innocuo come molti dei film Netflix. Un modo per abbandonarsi al relax a fine giornata o in un sabato pomeriggio monotono.

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Rapiniamo il Duce: la recensione
Rapiniamo il Duce: la recensione – Credits: Netflix

Una seconda parte in calando

Paradossalmente Rapiniamo il Duce inizia a funzionare peggio proprio subito dopo una scena a fumetti in cui il mezzo grafico viene usato per mostrare il piano ideato per portare a termine la rapina impossibile. È quasi come se la sceneggiatura da quel momento inizi a credere di essere appunto quella di un fumetto senza alcuna pretesa di realismo. Non una graphic novel, ma una collezione di strisce da leggere senza impegno come fossero quelle disegnate sul mitico gelato Cucciolone. E che, come quelle, fanno sorridere per un attimo o poco meno.

Che il film faccia affidamento alla sospensione della credulità dello spettatore accade spesso. Che questa sia però conditio sine qua non per accettare tutta la parte da heist movie è più un sicuro indice di una svogliatezza in fase di scrittura. Un modo per arrivare alla fine inanellando sequenze dove tutto accade perché altrimenti non si potrebbe andare avanti e tutti appaiono in scena al momento opportuno senza preoccuparsi del perché e del come. Un difetto di sceneggiatura che forse si potrebbe perdonare dato il basso profilo a cui il film aspira. Ma che comunque è presente e va segnalato allo spettatore.

Rapiniamo il Duce potrebbe essere premiato per la buona volontà di realizzare un cinema di genere diverso dagli standard italiani. Ma forse neanche più il prof più clemente a scuola si accontenta della buon volontà dello studente che ha sbagliato il compito in classe.

Rapiniamo il Duce: la recensione

Regia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un film leggero a cui non basta la buona volontà di intrattenere per raggiungere la sufficienza

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Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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