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Pretty Little Liars: recensione dell’episodio 3.23 – I’m Your Puppet

Penultimo episodio di una stagione altalenante e ho bisogno di creare un nuovo verbo. Scraniare: forma verbale che indica l’azione di frantumare violentemente un oggetto o un piano con l’uso contundente del proprio cranio. Chiarito questo neologismo, sappiate che questo episodio mi ha fatto scraniare il monitor dal nervoso. Abbiate pazienza, ne avevo bisogno. Ma è proprio questo che mi fa impazzire di Pretty Little Liars. La prima stagione era anche meglio di Lost in quanto a mistero. Poi si sono via via lasciati andare all’improbabilità dei propri personaggi.

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Perché, ad essere precisi, non è affatto l’episodio in sé che mi ha costretto a buttare nel recupero materiali elettronici un monitor da 24 pollici, ma il personaggio di Hanna. La sua idiozia, la sua insopportabile stupidità è oltremodo inaffrontabile. Non so se gli autori stiano facendo apposta, mi auguro di sì. Quello che so è che non può esistere un tale grado di deficienza, cretineria e fastidio in un personaggio in una serie drama thriller. Semplicemente non è possibile. Non si può, dai.

pll-323-05Mentre le ragazze stanno affrontando uno dei momenti più critici da quando Mona è uscita dalla clinica, quella incredibile svanita si lamenta della macchina che ha stupidamente gettato nel lago. Peggio: nel mentre di una incursione nell’obitorio, invece di aiutare, si lamenta come una bamboccia dei problemi con il padre di Caleb. Ma chi se ne frega! Ma soprattutto: come fa Emily a non spaccarle una piastra di alluminio sulla faccia? E non basta! Mentre quelle sono lì lei pensa a quanto sia triste dover fare la dieta per poi morire?! Oh mio dio. Il ripensare a quella scena mi fa venire voglia di scraniare la tastiera (ho inventato un verbo, fatemelo usare).

pll-323-03Hanna è davvero fastidiosa. Peccato, perché il resto dell’episodio non è affatto male. Tanto per cominciare, entriamo nei meandri della fase oscura di Spencer. Il suo incontrare Alison, durante l’esplorazione della clinica alla ricerca degli indizi lasciati da Mona, ci fa, questa volta, pensare che sia davvero solo un’immagine nelle loro teste. Era successo ad Emi quando era svenuta, ad Aria quando era drogata e Spencer è in privazione del sonno da ben tre giorni, cosa che può far seriamente scraniare chiunque (usata tre volte, ormai è mia). E poi il gran finale: Spencer tira fuori una felpa nera col cappuccio e la voce fuori campo ci conferma tutto: ora anche lei fa parte del “team A”. O sarà una copertura? Il titolo “I’m your puppet”, sono la tua marionetta, si riferisce anche a questo (e anche al bambino di Ezra rapito da A e portato a uno spettacolo di giga marionette).

pll-323-01Capite che di domande che chiedono risposta ce ne sono tante. C’è tutto l’intrigo con l’infermiere Eddie e il dottorino Wren. Chi è stato ad aiutare Mona a scappare? Wren ha fatto in modo che Cece la visitasse. Cece sapeva che Mona era rinchiusa grazie a Melissa. E c’è il secondo corpo trovato dalla polizia. Non è riconoscibile, ma ha quel tatuaggio, che dovrebbe essere di Toby. Ma sarà davvero lui? E c’è anche il fatto che A ha incastrato il padre di Caleb. Per quale scopo? E come mai la ragazza con il cappotto rosso era nell’obitorio? Ha messo lei la maschera di Ali nel primo corpo ritrovato dalla polizia?

pll-323-04Insomma, un bell’intreccio misterioso, che a mio avviso ha ancora senso seguire. E poi c’è di meglio: Aria pare abbia rotto con Ezra. Finalmente. Sul serio. Nella prima stagione la loro storia era interessante da seguire, perché era azzardata, controversa. Ma ormai era una noia insopportabile. Meglio così, davvero. Quindi, nonostante l’insopportabile presenza di Hanna, peggiorata solo dalla recitazione orrida di Ashley Benson, PLL ha comunque ancora tante cartucce da sparare. Preghiamo solo che non siano a salve.

Alessandro

Pianoforte a 9 anni, canto a 14, danza a 16 anni. Poi recitazione. Poi la scuola professionale di Regia Cinematografica. Poi l'Accademia di teatro di prosa. Anche grafica, comunicazione, eventi di spettacolo. Ma qui soprattutto un amore sconfinato per le serie tv americane e inglesi, con la loro capacità di essere le vere depositarie moderne della scrittura teatrale antica anglosassone.

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