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Political Animals

Political Animals – 1.06 Resignation Day (season finale)

Political Animals ci lascia con un finale che vuole essere aperto, lasciandosi una possibilità di tornare con una nuova stagione, ma ne dubito fortemente, visto il flop assoluto a livello sia di pubblico che di critica.

Flop peraltro meritato. Abbiamo più volte sottolineato nel corso delle recensioni di questi sei episodi quanto la scrittura sia banale e la parte tecnica artigianale e di basso livello. Basta pensare ai flash con luce smarmellata più volte propinati negli episodi scorsi e che, fortunatamente, ci sono stati risparmiati in quest’ultimo episodio, visto che dovevano portare ad una conclusione almeno abbozzata tante di quelle inutili storyline di cui alcune mi ero pure dimenticato.

Greg Berlanti, in sicura crisi creativa, cerca di tirare i fili di tutto quanto disseminato finora con soluzioni a volte banali e telefonate e per la maggiorparte in modo assolutamente inconsistente e forzato. Ci vengono spesso dati i passaggi semplificati delle scelte, ponendole in essere con una faciloneria immensa, dando per scontato qualsiasi ragionamento ci possa in essere a monte di queste scelte, presentandole come già fatte e dando per scontato che lo spettatore si costruisca tutto il resto da se.

I continui ondeggiamenti di decisione, ad esempio, di Elaine, “mi candido” – “non mi candido”, “Garcetti è un idiota” – “Garcetti è un brav’uomo”, sono ondeggiamenti basati quasi più sull’emotività che su un ragionamento razionale e quando cercano di presentarceli come razionali, falliscono miseramente, come quando qualche episodio fa hanno cercato di farci spiegare dalla stessa Elaine perché lei era la più adatta a correre per la presidenza, quasi un elemento salvifico per il Paese e non sono riusciti ad andare oltre il “perché ho dei principi, perché sono brava”e altra fuffa di questo tipo. Insomma, non costruiscono i personaggi ma cercano di imporli allo spettatore, del tipo “è così, ve lo stiamo dicendo, non fatevi altre domande”.

Se la parte politica è stata spesso ed è anche in quest’ultimo episodio banale, non da meno lo è la parte giornalistica, che oltre all’inconsistenza delle trame e all’anche qui ripetuto continuo saltar da una decisione al suo opposto senza ragione, tenta di costruire, in modo poco efficace per altro, un banalissimo e macchiettistico triangolo, tra la brava e scafata giornalista vincitrice di un Pulitzer (per del gossip!!) che ha un anima e dell’etica, la giovane rampante giornalista senz’anima e senza etica, il loro capo, uomo che sembra debole e che fa le scelte sbagliate, ma alla fine nel sacrificio si riscatta. Insomma, tanto di banale e niente di interessante.

Nella famiglia Hammond-Barrish invece la descrizione di alcuni componenti, se non di tutti, è stata rozza e semplicistica. La figura della madre di Elaine, ad esempio, una mai così sprecata Ellen Burstyn, poteva essere totalmente rimossa dallo show senza recare alcun danno alla storia, anzi probabilmente migliorandone le dinamiche. Non c’entrava nulla con nessun elemento della storia, ma era solo una barzelletta impazzita su gambe, di una banalità sconcertante. Così come l’inutile tentativo di approfondimento della figura della futura sposa di Douggy, Anne, che è rimasto un personaggio monodimensionale e solo funzionale allo svolgimento di alcuni avvenimenti, ma che poteva tranquillamente stare sullo sfondo e non ne avremmo notato l’assenza.

Gli stessi figli della coppia ex presidenziale sono descritti in modo improbabile, T.J., nonostante la bravura di Sebastian Stan, è una macchietta che in alcuni momenti sfiora una descrizione omofoba, mentre Douggy non può essere così coinvolto nella politica mondiale e così minchione allo stesso tempo.

La cosa peggiore però, come spesso detto in queste recensioni, l’hanno fatta con Elaine e il suo ex marito Bud. Lui è un improbabilissimo, non dico Presidente degli Stati Uniti, ma anche Amministratore di Condominio, lei ha un’etica e una profondità politica degna di Bambi. 

In quest’episodio in se le dinamiche e i colpi di scena telefonatissimi si susseguono e ne rendono la visione un po’ rallentata ma quantomeno più scorrevole rispetto agli episodi precedenti, ma la risoluzione con il Deus ex Machina dell’incidente aereo sembra un po’ troppo un volersi tirar fuori da un angolo dal quale non sapevano più come uscire.

Salutiamo quindi Political Animals senza troppi rimpianti per  il suo sicuro non ritorno, ma con qualche rimpianto per l’occasione non sfruttata.

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