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Person of Interest – 2.04 Triggerman

Repetita iuvant” dicevano i latini, “le ripetizione giovano”: tale interpretazione (un po’ sommaria) di questa massima latina può essere il commento a questa puntata. L’episodio scorso mi aveva deluso perché si era totalmente tirato fuori dal solco di inizio serie (un trama traversale con temi più ampi come quello dell’intelligenza universale) e all’inizio di “Triggerman” quando ho capito che anch’esso si incentrava su un caso singolo avevo veramente poche speranze, poi però, ho avuto modo di ricredermi.

Devo certamente sottolineare le ripetizioni di schemi già visti: come il fatto che il numero sembri indicare un colpevole, quando in realtà la  persona in questione è la vittima, oppure  che Fusco viene presentato sempre più “tuttofare” di Reese e Finch e ancora, John che arriva e a mani nude mette KO nemici armati fino ai denti.

Ma non posso non riconoscere l’originalità di alcune scelte degli autori: innanzitutto si vede, quasi per la prima volta, il caso dal punto di vista del protagonista, si entra quindi più approfonditamente nel mondo di Riley. Il giovane è un killer della mafia irlandese che sta per essere eliminato dal figlio del suo capo perché  costui lo ritiene un anello debole, ma il ragazzo, resosi conto del pericolo e del fatto che la sua relazione con la moglie di un ex – compagno deceduto è stata scoperta, decide di uccidere il suo sicario e scappare con Annie, la donna che ama. Parte così una vera e propria ‘caccia all’uomo’ che rischia di rendere impossibile il lavoro di Reese, dal momento che si trova a combattere contro tutti i clan mafiosi di New York.

Sta qui il momento di svolta della puntata, nella scelta di mandare Finch a trattare con Elias per risolvere la situazione; questa scelta infatti permette di introdurre nella puntata una tematica più generale e intrigante. Carl Elias, ve lo ricordate? E’ stato il miglior colpo di scena della passata stagione. Interpretato da uno straordinario Enrico Colantoni, è il boss mafioso che ora si trova in carcere, ma nonostante ciò resta uno degli uomini più potenti della malavita newyorchese. I due protagonisti si trovano quindi a dover chiedere aiuto al loro nemico per poter continuare a proteggere Riley. Dove sta quindi il confine tra il bene e il male? Il giusto e lo sbagliato? In Person of Interest non è mai stato chiaro, se non altro perché il “giustiziere” John non è nient’altro che un ex soldato killer. Ma in questo quarto episodio la tematica è esposta in modo inequivocabile, persino la detective Carter, sempre ligia al dovere, arriva a mentire ai suoi superiori pur di aiutare Reese. L’unico che pare veramente porsi il problema di dove sta il limite è Finch il quale, a metà puntata, chiede a John come mai si preoccupi del ragazzo che in fondo è solo un “Bad code”. E continuando sulla stessa linea, la puntata si evolve rivelando che Riley, ora apparentemente “la vittima” della situazione è in realtà l’uccisore del ex marito di Annie, ancora una volta quindi bene e male  coesistono nella stessa persona. Ad ogni modo però, il giovane morendo e salvando la ragazza riesce a “redimersi”.

Ad uno spettatore più attento non sarà sfuggito il simbolismo: la partita a scacchi, voluta come ricompensa da Elias è una metafora della continua lotta tra “bianco e nero” tra “bene e male” in cui le componenti paiono sempre in bilico, in un attimo l’una può prevalere sull’altra.  Così anche Reese che sembrerebbe essersi ormai messo dalla parte del bene, finisce per cedere ai vecchi schemi e lo vediamo andare a casa dell’assassino di Riley per farsi giustizia da solo. L’evoluzione, di cui parla Finch, è costante.

Note negative:

1) Gli autori non si preoccupano minimamente di farci capire come John arriva alla conclusione (esatta) che Riley sia l’assassino di Sean, ce lo presentano come una specie di illuminazione divina, bah.

2) Totalmente assenti tracce della trama più ampia: Snow, Rooth, Kara. Tutti spariti nel nulla.

Tutto sommato, bell’episodio ma non possono continuare così per sempre. 3 stelle…e mezza d’incoraggiamento.

Best quote: “What did you mean when you said “bad code”? It means a flawed design.The term applies to machines not to people. We have the ability to change, to evolve…Even killers.”

Irene Bertelloni

Studentessa di Lettere Moderne presso l' Università di Pisa, nel tempo libero suona la chitarra ma soprattutto scrive sul suo blog e guarda telefilm...Perciò niente le è parso più naturale che cominciare anche a recensire serie! Forse perché il primo amore (ER) non si scorda mai, ha un debole per i medical drama (Grey's anatomy), salvo poi spaziare negli altri generi: Glee, Scandal, Girls, Revenge, Orange is the new black.

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