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Once upon a time – 1.05 That still small voice

Un personaggio alla volta, prego! Ora è il momento del Grillo Parlante. Dopo aver visto la “genesi” di alcuni principali, in questo episodio si tratta uno dei secondari, ovvero Archie Hopper, l’analista di Henry, di cui sappiamo la reale identità fiabesca fin dal pilot. Premetto subito che agli autori va il grande merito di essere riusciti a reinventare una mitologia favolesca rendendola comunque piacevole e non in distonia con la nostra reale tradizione.

E allora si parte, per la solita dualità favola/Storybrooke a cui la serie ci ha ormai abituato. Scopriamo come il Grillo Parlante non sia sempre stato un insetto intelligente, ma bensì una persona normale. Un bambino cresciuto da genitori senza scrupoli, che lo hanno educato a rubare e truffare la povera gente. Anno dopo anno, fino a diventare grande. Nonostante da sempre avesse voglia di essere qualcosa di diverso i suoi genitori non gliel’hanno mai permesso. Non era certo una vita felice. Insomma, era un bamboccione.

Il bamboccione Jiminy, stanco, per liberarsi dei genitori cerca aiuto da… indovinate un po’… Rumplelstiltskin! Sì, proprio lui. Le fa tutte lui. Questo cattivo delle favole continua a spuntare fuori in ogni storia. Pare la fonte di ogni male, o giù di lì. Di questo passo scopriremo che partorisce i draghi cattivi. Ma posso sopportarlo. Il suo interprete, Robert Carlyle, ne ha creato un personaggio prorpio gustoso.

Tornando a noi, ecco come si svolgono i fatti seguenti: Rumplelstiltskin vende a Jiminy un liquido che avrebbe messo fuori combattimento i suoi genitori se gettatoglielo contro, trasformandoli in un qualcosa di misterioso. Quello sarebbe stato il pagamento che il cattivo chiedeva al futuro Grillo Parlante.

Peccato che i due simpatici genitori sono stati più svelti del figlio. E così, in una delle loro solite truffe, rifilano il liquido maledetto a una povera coppia ingenua, che subiscono la maledizione al posto loro. E al colmo della disperazione Jiminy scopre che i due avevano un bambino, lo stesso che il giorno prima con un atto di sincera generosità, gli aveva regalato il proprio ombrello, privandosene durante una brutta giornata di pioggia. Tanto è il dolore e il senso di colpa, misto alla voglia di libertà, che in una notte di disperazione una fatina accoglierà le richieste di Jiminy, trasformandolo in un grillo parlante, permettendogli di essere così finalmente libero e di dedicarsi a trovare quel bambino sfortunato rimasto orfano per colpa sua. Il  nome del piccolo gli viene detto dalla fata: Geppetto.

Ques’idea, di mischiare così i personaggi di Pinocchio riportando l’origine del Grillo addirittura all’infanzia di Geppetto, cambia le prospettive. Tutta la vicenda è recitata e messa in scena molto bene, complice anche una serie di ambientazioni all’aperto che evitano così quei finti fondali in computer graphic che, diciamocelo, tirano parecchio giù la credibilità di tante altre scene. Quindi una nuova genesi del personaggio che altrimenti sarebbe più che altro un comprimario del bamboccio di legno. Comunque… il risultato finale è che troviamo nella storia favolesca del Grillo Parlante anche i motivi di crescita della controparte reale Archie Hopper, ovvero l’analista di Henry.

Quindi diciamo che la storia del piano fiabesco di questo episodio è soddisfacente e piacevole. Quello che purtroppo mi risulta più noiosetto è il resto, ovvero la parte nel mondo reale.

Tanto per cominciare, questa pantomima dell’analista che tratta il bambino a volte con condiscendenza e poi diventa più fermo quando Regina lo minaccia, ha un po’ stufato, soprattutto per un motivo: non porta da nessuna parte. Non sposta una virgola nell’intreccio dei personaggi.

Ci sono solo due reali avanzamenti in questo episodio. Il primo: Emma accetta di fare davvero parte della comunità e simbolicamente avviene quando si appunta il distintivo da vice sceriffo alla cintura. Questo ovviamente scatena una reazione a Storybrooke, nella fattispecie un crollo nelle miniere appena fuori città. E figurati se non c’erano le miniere… E così Henry ci si butta perché pensa di poter trovare qualcosa di importante.

Ovviamente Archie si sente responsabile, segue Henry nelle miniere e ci finiscono intrappolati. Segue una serie di ripetitive diatribe tra Regina ed Emma e tentativi falliti di salvataggio, fino a che il cane di Archie, un dalmata di nome Pongo (e vai con la Disney), non si accorge del loro odore da un condotto di areazione nascosto.

I due vengono salvati e vissero tutti felici e contenti, con tanto di presa di coscienza di Archie che affronta Regina pretendendo che lei la smetta di stargli addosso.

In pratica: il nulla. Non c’è niente di particolarmente interessante in tutto questo. Non procede la lotta alla maledizione, non scopriamo nulla su di essa, non c’è una vera presa di coscienza di Emma, non c’è ancora il risveglio di neanche uno dei personaggi (ma quando sarà che il primo si sveglierà?!).

L’altro filo narrativo è il rapporto tra Mary Margaret e David, ovvero Biancaneve e il Principe Azzurro, e anche questo non prosegue. Lei vorrebbe avvicinarsi, ma c’è la ex moglie di mezzo e lui la vorrebbe comunque, ma lei si sente in colpa perché c’è un’altra e blah blah blah. Niente di fatto, niente emozioni, nulla di nulla. Due dettagli vengono lasciati per futuro utilizzo: le bambole in cui si sono trasformati i genitori di Geppetto sono tutt’ora nel negozio di Mr Gold e nelle miniere si nasconde qualcosa che Regina vuole nascondere, pare una specie di opera di vetro decorata. Forse lo specchio? Non si sa.

Peccato per tutta questa noia, perché questa serie ha delle basi narrative solidissime (cosa c’è di più solido narrativamente parlando delle favole?) e un cast di attori bellini ma bravi. Per ora però ha un ritmo altalenante. Viene salvata dallo sviluppo verticale di ogni episodio, che intreccia sapientemente le parti tra i due mondi, rendendo più interessante tutto l’insieme.

Se fossero state due racconti separati, quello di fiaba di questo quinto episodio sarebbe stato bello, quello reale noiosissimo.  Speriamo in bene…

Alessandro

Pianoforte a 9 anni, canto a 14, danza a 16 anni. Poi recitazione. Poi la scuola professionale di Regia Cinematografica. Poi l'Accademia di teatro di prosa. Anche grafica, comunicazione, eventi di spettacolo. Ma qui soprattutto un amore sconfinato per le serie tv americane e inglesi, con la loro capacità di essere le vere depositarie moderne della scrittura teatrale antica anglosassone.

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