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Cinema

Notte al museo 3 – Il segreto del faraone: la recensione

È paradossale per una commedia, ma questo terzo e conclusivo episodio del franchise “Una notte al museo” è arrivato nelle sale accompagnato da due tragedie che hanno colpito il cast. Prima la morte di Mick Rooney (il Gus del primo episodio qui presente in un breve cameo) alla veneranda età di 93 anni. Poi l’inatteso e scioccante suicidio di Robin Williams che a 63 anni ha scelto il modo più triste di uscire di scena. Una funesta successione di lutti che ha resto questo film l’opera postuma per due dei protagonisti della serie. In un involontario gioco di rimandi, “Il segreto del faraone” diventa non solo un ultimo addio a due attori che a modo loro hanno scritto il proprio nome negli annali di Hollywood (superfluo dirlo per Robin Williams, ma vale la pena di ricordare che anche la lunghissima carriera di Mick Rooney, durata ben 91 anni, è stata ricca di pellicole di successo), ma anche l’ultimo arrivederci ad un mondo magico che ha debuttato quasi dieci anni fa con alterne fortune.

NotteAlMuse03lanciPrendendo a prestito il linguaggio delle serie tv, si può tranquillamente dire che questo “Il segreto del faraone” è il series finale di “Una notte al museo”. Un film che nasce quindi con il preciso intento di accontentare i fan della prima ora consapevole che quei bambini sono ormai cresciuti e preferiscono altri tipi di avventure. E cosciente anche che l’idea originale era divertente e interessante, ma troppo esile per prolungare oltre un gioco che rischierebbe di diventare ripetitivo e monotono. Il regista Shawn Levy e gli sceneggiatori decidono, quindi, di non girare un film autonomo, ma piuttosto di rendere omaggio al capostipite della serie richiamando tutti i personaggi principali e regalando un cameo anche a quelli che ormai non avevano più niente di nuovo da dire (come esplicitamente ricorda uno dei tre redivivi guardiani del primo episodio ora confinati in una vivace casa di riposo). Inevitabile, quindi, che gran parte delle gag finiscano per avere un gusto abusato anche perché tutti i personaggi rimangono fedeli ai caratteri delineati nel primo film: la saggezza buffonesca di Teddy (Robin Williams), la silenziosa intelligenza di Sacagawea (Mizuo Peck), l’amicizia caciarona tra il cowboy Jed (Owen Wilson) e il centurione Ottavio (Steve Coogan), l’alternanza di furia e timore di Attila (Patrick Gallagher), il fascino esotico di Ahkmenrah (Rami Malek), i numeri più bambineschi del cebo cappuccino Dexter. Al contrario, i nuovi innesti, su tutti il parodistico sir Lancillotto (Dan Stevens) e la logorroica guardiana Tilly (Rebel Wilson) rimangono schiacciati dalla ingombrante presenza dei volti noti riuscendo solo a tratti ad emergere da un grigio anonimato (in cui sprofonda, invece, il faraone Merenkhare di uno sprecato Ben Kingsley).

NotteAlMuse03allPur con tutti questi innegabili carenze, tuttavia “Il segreto del faraone” funziona. Merito di un cast di attori rodato che indossa i lodevoli costumi delle farsesche rivisitazioni dei personaggi storici con una notevole naturalezza che fa apparire spontanei gli scambi di battute (siano esse buffi nonsense o pillole di saggezza spiccia) e credibili le improbabili avventure del gruppo in missione per salvare la magia della tavola di Ahkmenrah. Nei (purtroppo pochi) momenti in cui riesce a staccarsi dal gruppo originale, anche Lancillotto regala quel minimo di logica ad una insolita figura di eroe cavalleresco che diventa antagonista non per una immotivata cattiveria, ma per un’amara incapacità di accettare quanto la verità non corrisponda alla fiaba. Difficoltà che si trova a dover fronteggiare a suo modo anche il protagonista Larry (il sempre più gigionesco Ben Stiller) che vede crescere il figlio Nicky (Skyler Gisondo) ormai pronto per camminare sulle sue gambe in modo autonomo. Un’autonomia che significa anche la fine di un ruolo per Larry che deve rendersi conto che il bambino che cavalcava un T – Rex a Central Park non c’è più e non può esserci più, quindi, neanche quel padre protettivo che giocava a fare l’eterno Peter Pan con i suoi buffi compagni di nottambule feste e spassose avventure. Lasciare che il portentoso manufatto egizio resti al British Museum invece che tornare a New York cancellando, quindi, per sempre la “storia che prende vita” significa perciò accettare che è il momento è arrivato di conservare nello scrigno della memoria non solo un intero mondo di amicizie, ma un immaturo periodo scanzonato per abbracciare una nuova irrimandabile maturità. Una morale semplice ma impegnativa; un messaggio forse ovvio ma efficace dedicato ai fan della prima ora ormai cresciuti quanto basta per capire una lezione che non può e non vuole essere una saccente filosofia, ma solo un amichevole consiglio da fratello maggiore.

NotteAlMuse03teddyLetto in questa ottica, “Il segreto del faraone” diventa un film che raggiunge il suo scopo e a cui si finisce per perdonare quei buchi logici (possibile che la tavola non abbia mai visto la luce della luna ?) che rendono la sceneggiatura imperfetta e a tratti raffazzonata con scene che sembrano messe ad arte solo per raggiungere un minutaggio minimo (come il prequel sulla scoperta della tomba del faraone che puzza di superfluo riempitivo). A stemperare le critiche contribuisce anche la dolorosa consapevolezza che il bonario Teddy Roosevelt è l’ultimo personaggio che Robin Williams ci ha regalato e, forse, non è un caso che sappia essere istrionico e saggio, divertente e serio, giullare e insegnante. Proprio come lo sono stati tutti i personaggi a cui l’attore prematuramente scomparso ha dato vita nella sua lunga eppure troppo breve carriera.

“Una notte al museo” è, infine, un lungo addio ad un franchise che ha saputo essere divertente ed originale, a suo modo innovativo e sempre cosciente dei propri limiti senza tentare di oltrepassarli. E che ha saputo, soprattutto, capire quando era il momento giusto di dire basta.

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