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My Mad Fat Diary: cinque buoni motivi per recuperare la serie tv

My Mad Fat Diary è una serie britannica basata sul romanzo autobiografico My Fat, Mad Teenage Diary scritto da Rae Earl.
Accolta positivamente sia dalla critica che dal pubblica, lo show vede protagonista Rae, una ragazza obesa di 16 anni, e i suoi amici più stretti. Rae è appena uscita dall’ospedale psichiatrico in cui è stata ricoverata per aver tentato il suicidio. Tornata a casa (per essere precisi a Stamford nel Lincolnshire) la sua sfida sarà riallacciare i rapporti con Chloe, la sua amica di infanzia all’oscuro di tutto, e iniziare a frequentare il suo gruppo di amici. Non lasciatevi spaventare dalla drammaticità dei presupposti narrativi: la grandezza e bellezza di questa serie sta nell’onestà e semplicità con cui questi problemi vengono affrontati. La protagonista Rae ha il volto della bravissima Sharon Rooney. Nel cast figurano anche Ian Hart, Nico Mirallegro, Jodie Comer, Claire Rushbrook, Dan Cohen, Jordan Murphy e Ciara Baxendale. A Novembre Channel4 ha annunciato che My Mad Fat Diary tornerà per una terza stagione. Io vi consiglio di recuperare nel frattempo le prime due.
Se ancora non siete del tutto convinti, ecco cinque validi motivi per cui secondo me è bene non farsi scappare questa serie:

1) Tutti siamo (stati) adolescenti, anche se alcuni non se lo ricordano.

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Si, tutti siamo (stati) adolescenti: alzi la mano chi non ha mai appeso in camera un poster della propria band preferita, chi non ha fumato la sua prima sigaretta di nascosto, chi non aspettava con ansia, al buio sotto le coperte, che il proprio fidanzatino o la propria fidanzatina scrivesse il messaggio della buonanotte, chi davanti allo specchio si è sentito un mostro per quel brufolo di troppo dopo un panino al burro con cioccolata. Tutti siamo (stati) adolescenti. E forse ancora un pò lo siamo.

2) “You can spend the rest of your life being afraid of people rejecting you. You have to start by not rejecting yourself. You don’t deserve it.” (Rae)

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Ecco, ora che ci siamo ricordati un pò come era essere adolescenti, probabilmente riusciamo anche a ricordare quale era il nostro (ma in fin dei conti di tutti) più grande cruccio: piacere agli altri.
In My Mad Fat Diary a mettere il carico da novanta ci pensa il peso di Rae: i suoi 100 e passa chili avrebbero mandato in crisi qualsiasi adolescente oltremanica e non. Il suo percorso di guarigione, non esente da cadute, parte dalle quattro mura in cui è cresciuta, dalla casa in cui vive con una madre alquanto eccentrica. Partirà da qui, dalla sua amica di infanzia e da quel padre che l’ha abbandonata. Ma la guarigione sarà contagiosa e vedremo anche altri personaggi confrontarsi con i loro di problemi.

3) Se mi lasci ti cancello.

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Altro elemento chiave di questa serie è la presenza di un diario, in cui la nostra protagonista appunta, come farebbe qualsiasi buona adolescente, pensieri, sensazioni e desideri. Ma qui le pagine di carta si animano e diventano parte integrante del video attraverso un uso sapiente ma non invasivo di computer grafica. Le farfalle nello stomaco inizieranno a svolazzare, l’antipaticona della classe senza brufoli e cellulite diventarà una befana e noi allo specchio ci scopriremo un pò WonderWoman.

4) “And after all, you’re my Wonderwall” (Oasis, Wonderwall)

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Dimenticate Spotify, ITunes, IPod e qualsiasi altro marchingegno che sia stato partorito negli anni 2000. Riprendete in mano il vostro walkman, sempre se funziona ancora, e mettete su una delle musicassette che avete conservato come reliquie nella libreria della vostra infanzia insieme ai diari (vedi sopra), ai peluche e ai regali del primo fidanzatino.
Partiamo dagli Oasis, band preferita di tutta la gang di Rae e Chloe, e continuiamo con Stone Roses, Blur, Pulp, The Verve, Suede, Beastie Boys, The Charlatans, Radiohead, The Cure, Mazzy Star, Björk, Back, Kula Shaker, Depeche Mode, Fugees, The Chemical Brothers e mi fermo qui perchè la lista sarebbe infinita. Dopo aver visto questa serie vi verrà voglia di riprendere tutte le vostre musicassette.

5) “When I look around, I see that everyone’s the protagonist of their own story. And the thing about stories is that not all of them have a happy ending. But some do.” (Rae)

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Tutti meritano un happy ending. Ma questo non significa che debba essere per forza il classico “E vissero tutti felici e contenti..”. Gli happy ending sono i piccoli traguardi che raggiungiamo ogni giorno: il coraggio di raccontare i propri problemi agli amici, il bacio che mai ci saremmo aspettati di ricevere dal ragazzo più figo della scuola, il regalo (anche questo inaspettato) di un padre assente per anni, il sentirsi amata da una madre che troppo spesso ci ha fatto sentire estranei. Questa non è una storia di eroi, è una storia di comuni mortali. Una di quelle storie in ognuno di noi trova un pezzo di sé.

Valentina Marino

Scrivo da quando ne ho memoria. Nel mio mondo sono appena tornata dall’Isola, lavoro come copy alla Sterling Cooper Draper Price e stasera ceno a casa dei White. Ho una sorellastra che si chiama Diane Evans.

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