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Mozart in The Jungle: Recensione della terza stagione

Mozart in the Jungle
Amazon Studios

Alla fine del 18° secolo Antoine Favre, un orologiaio di Ginevra, presentò alla Société des Arts il carillon, un meccanismo in grado (come si legge su Svizzera Turismo) di «suonare due melodie e di imitare il suono del mandolino, integrato nella parte inferiore di una tabacchiera di dimensioni normali». Quando ancora  ben lontani erano dal pensiero umano i vari aggeggi di sempre più ridotte dimensioni che abbiamo chiamato e chiamiamo giradischi, walkman e iPod, la possibilità di poter tenere in tasca un piccolo pezzo di musica doveva sembrare ai partecipanti alla presentazione una magia, quasi un piccolo miracolo.

Nonostante il progresso tecnologico, quelle piccole scatole musicali o cassette armoniche sono sopravvissute fino ai giorni nostri. E per quanto lo stupore si possa essere affievolito, non si può negare che girare quella manovella e sentire quelle poche e flebili note comporre una melodia più o meno conosciuta, muove in noi qualcosa. Un ricordo, un desiderio, un piacere, ben diverso dalla sensazione che ci dà poter accedere alla vastità del panorama musicale attraverso un clic o un tocco su uno schermo.

Eppure ci sono casi (rari) in cui sembra quasi che quel confine temporale tra quel piccolo romantico marchingegno e i nostri sterili lettori mp3 cada e si frantumi sotto i colpi di un piacere dal sapore analogico. Questa è la forza di Mozart in the Jungle, la serie creata da Paul Weitz, Roman Coppola, Jason Schwartzman e Alex Timbers giunta alla terza stagione. Una forza che deriva in primis dal topic central, dalla vera protagonista dello show: la musica.

Come accaduto già nella seconda stagione, questi nuovi episodi si dividono idealmente in due spazi narrativi, delineati temporalmente e geograficamente. Lo scorso anno Rodrigo aveva condotto la sua orchestra nel suo paese natale, il Messico, e fatto conoscere ad Hailey il maestro Rivera, suo mentore, e la nonna indovina. Questa volta lo sciopero della New York Symphony è la scusa perfetta per il Maestro per allontanarsi ancora una volta da quella giungla pieno di caos e red tape che è la Grande Mela.

Mozart in the Jungle

Amazon Studios

Venezia: Eros e Thanatos

Il nostro approdo non è uno qualunque. È la musicale Italia di Puccini, la meravigliosa Venezia di Vivaldi. Ad attenderci una diva dell’opera, accudita da un picaresco ex marito ed agente di spettacolo (interpretato dal nostro arcinoto cinepanettonesco attore Christian De Sica). Ad affacciarsi malinconica da quel settecentesco palazzo stretto tra i vicoli della laguna Alessandra, meglio conosciuta come La Fiamma, a cui Monica Bellucci presta gli occhi e le curve sinuose, ma la cui voce è del soprano portoricano Ana María Martínez.

Una carriera incredibile quella di Alessandra, interrotta bruscamente da una relazione amorosa finita male. Un concerto che la riporti di nuovo alla ribalta è il motivo per cui il nostro Rodrigo si ritrova a percorrere i canali lagunari a bordo della sua fida bicicletta dotata di galleggianti. E il caso vorrà che anche la sua Hailai si troverà a percorrere quelle strade. L’incontro tra i tre si rivelerà la situazione perfetta per Alessandra, alla ricerca dell’ispirazione, di quella scintilla creativa che le permetta di interpretare Amy Fisher, una nuova aria scritta appositamente per lei dal compositore Nico Muhly ed ispirata alla storia della Lolita di Long Island. Un triangolo amoroso in cui la passione incontra la morte, la creazione e la distruzione camminano di pari passo, il desiderio e il rifiuto si confondono creando una melodia senza tempo.

Mozart in the Jungle

Amazon Studios

Una casa per la musica: il mondo

Chiusa la parentesi veneziana, il nostro Mozart in the Jungle torna a casa. Quello della casa è uno dei temi ricorrenti dai primi vagiti della serie, non solo legato alla peculiarità del personaggio di Rodrigo (messicano trapiantato a New York dopo aver girato il mondo) ma anche alla domanda – più forte in questa stagione che nelle altre – su quale sia la giusta abitazione per la musica. Un teatro pieno di bolle di sapone? Un vicolo di una città affollato di curiosi? Un club notturno? O come ci mostra Not titled yet (il meraviglioso episodio in stile mockumentary scritto e diretto da Roman Coppola su cui sarebbe necessario scrivere una recensione a parte) c’è spazio per la musica anche in carcere?

Questa terza stagione è una conferma del talento dei creatori della serie, capaci non solo di dare uno sviluppo corposo e credibile alle storie dei personaggi – in grado quasi di uscire dalla dimensione seriale ed assumere quasi un aspetto reale, aiutati anche dai continui cameo di personaggi della musica contemporanea in carne e ossa, come Placido Domingo – ma di continuare a raccontare il loro amore per la musica in maniera nuova, appassionata, fresca.

Il viaggio in Italia, lo sciopero della Symphony, il debutto di Hailey come direttore (con una ensemble in cui compare anche Joshua Bell, autore di Improptu – Thomas’s Piece), la malattia di Cynthia, gli sforzi di Pembridge per sentirsi di nuovo utile, i timori di Alessandra di tornare sul palco, l’orchestra giovanile intitolata al Maestro Juan Rivera, persino la tanto attesa notte di passione tra Rodrigo e Hailey non sono altro che note. Nuove note di una grande e magnifica composizione in divenire. Perché, come spiegava Rodrigo ad una giovane assistente in uno dei loro primi incontri, la musica è in ogni cosa. Basta semplicemente ascoltarla e, magari, farsi aiutare dal proprio spirito guida. Che si chiami Mozart, Callas o Nannerl.

Terza stagione
  • Un piccolo carillon
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