fbpx
Cinema

Motherless Brooklyn: amare troppo un genere – Recensione del film di e con Edward Norton

Motherless Brooklyn: la recensione
Warner Bros

Titolo: Motherless Brooklyn – I segreti di una città
Genere: hard boiled
Anno: 2019
Durata: 2h 24m
Regia: Edward Norton
Sceneggiatura: Jonathan Lethem, Edward Norton
Cast principale: Edward Norton, Gugu Mbatha – Raw, Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Willem Dafoe, Bruce Willis

Non è il modo giusto di giudicare un film. Non si dovrebbe limitarsi ad inquadrarlo in un genere per limitarsi poi a parlarne per frasi fatte riciclate da quelle usate per quel tipo di opere. Magari copiandole dalla corrispondente voce sull’onnisciente Wikipedia. Non si fa, ma lo si farebbe volentieri per Motherless Brooklyn. Perché quella voce di Wikipedia l’hanno mandata a memoria Edward Norton e tutto il cast.

Motherless Brooklyn: la recensione
Motherless Brooklyn: la recensione – Credits: Warner Bros

Tra Chandler e Tourette

Per il suo ritorno alla regia diciannove anni dopo Tentazioni d’amore, Edward Norton decide di adattare per lo schermo il romanzo omonimo di Jonathan Lethem. Scelto come film di apertura alla recente Festa del Cinema di Roma, Motherless Brooklyn è un hard boiled che, fedele al libro, si discosta dal genere a cui appartiene solo per l’idea originale di eleggere come protagonista un malato della sindrome di Tourette. Tic irrefrenabili e frasi (spesso volgari ed urlate) sputate fuori con incontrollabile veemenza sono le conseguenze della malattia, ma anche il tratto distintivo di Lionel Essorg il cui soprannome, Motherless Brooklyn, da il titolo al film.  Una peculiarità certamente insolita.

Ma anche purtroppo l’unica. Perché, per tutto il resto, il Lionel interpretato dallo stesso Edwad Norton è una copia conforme di uno qualunque dei detective usciti dalle pagine dei romanzi di Dashiell Hammett e Raymond Chandler. È un investigatore privato nella New York degli anni quaranta. Non lo si vede mai guadagnare niente eppure veste sempre elegante con l’immancabile Fedora calcato in testa (o, in alternativa, una coppola sbarazzina). Si muove in un sottobosco fatto di colleghi più o meno onesti, gangster diventati signori del crimine grazie al gioco d’azzardo, il contrabbando e la connivenza di politici corrotti. Ed, ovviamente, in missione spontanea per salvare la bella di turno finita suo malgrado in guai troppo grossi per un’anima pura ed innocente.

Il Lionel di Motherless Brooklyn è un personaggio che fa molto più che scriversi da solo. Arriva sullo schermo già scritto fin dalla prima inquadratura accompagnata da un voice over che, anche nell’impostazione della voce, vuole ricordare gli stilemi del cinema hard boiled. Invocare le pur appariscenti conseguenze della sindrome di Tourette è troppo poco per poter affermare di aver presentato un protagonista che non sia altro che stereotipo abusato.

Motherless Brooklyn: la recensione
Motherless Brooklyn: la recensione – Credits: Warner Bros

Un fan service a ritmo di jazz

Motherless Brooklyn spinge lo spettatore che esce dalla sala a chiedersi dove è che ha già visto quei personaggi e quel tipo di storia. E, andando sulla Wikipedia di cui sopra, finisce per scoprire che, in effetti, li ha già incontrati ogni volta che ha letto un romanzo di Chandler e dei suoi epigoni o assistito ad una delle tante trasposizioni su schermo di quell’universo letterario. Questa così pedissequa adesione al genere è, al tempo stesso, la forza e la debolezza del film di Norton.

Perché gli ultras ossessivi del genere potrebbero amare alla follia un’opera che non si fa mancare nessuno degli ingredienti del dolce di cui sono tanto golosi. Rispondono presente all’appello sia le femme fatali dal viso d’angelo e l’animo da povero diavolo, che i delinquenti dallo sguardo in cagnesco e i modi spicci. Né sono assenti mogli rassegnate e ciniche, investigatori dalla morale a pagamento, criminali da quattro soldi capaci solo di dimostrare con la violenza la propria obbedienza al boss di turno. Immancabile anche la spalla dell’eroe che, come da copione consolidato, è il reietto incolpevole che è anche un genio incompreso destinato alla sconfitta perché troppo onesto. E, ovviamente, la love story nata per caso quando un lavoro disinteressato si trasforma in un amore imprevisto.

LEGGI ANCHE: Honey Boy: La recensione del film sull’infanzia di Shia LeBeouf

C’è tutto questo in Motherless Brooklyn per la gioia acritica di chi non vuole sorprese e cerca un film che gli dia esattamente quello che banalmente si aspetta. Inclusa una colonna sonora pervasiva che condisce con il solido jazz degli anni quaranta – cinquanta quasi ogni scena. Un film che è quasi un fan service, ma che proprio per questo è privo di una qualsiasi originalità che ne giustifichi la realizzazione e l’arrivo in sala.

Perché non basta fare bene quello che hanno già fatto tantissimi prima di te per poter ambire agli applausi di chi cerca il nuovo e non un usato sicuro.

Motherless Brooklyn: la recensione
Motherless Brooklyn: la recensione – Credits: Warner Bros

Una buona confezione

Motherless Brooklyn prova a farsi perdonare i pur molti peccati che sporcano la sua coscienza con il candore immacolato della sua confezione raffinata. Scenografie e costumi trascinano lo spettatore in quegli anni ruggenti dove bene e male si confrontavano usando metodi molto simili. L’atmosfera elettrica di quegli anni è ben resa dal ritmo incostante di una trama che avanza veloce per poi concedersi momenti di stanca prima di accelerazioni improvvise. Un calembour di luoghi, persone, situazioni, musica che si lascia apprezzare nonostante una fotografia le cui scelte cromatiche non sono sempre condivisibili.

Edward Norton scrive e dirige Motherless Brooklyn dimostrando di credere oltremodo in questo progetto. Al punto da interpretare in prima persona il ruolo del protagonista con una prestazione che è sicuramente apprezzabile e curata nei minimi particolari. Il suo Lionel riesce ad essere convincente sia quando si atteggia a detective integerrimo e scaltro sia quando deve mostrare i segni della sua malattia senza scadere in una facile parodia.

LEGGI ANCHE:Judy: accettare il tramonto – la recensione del film con Renée Zellweger

Non altrettanto si può dire del resto del cast le cui prove sono altalenanti. Willem Dafoe sembra ingabbiato in un ruolo da invasato ma buono che sta diventando ormai troppo abitudinario per lui. Ben altro spessore riesce a dare Alec Baldwin ad un villain che crede nelle sue idee (in parte, persino condivisibili e molto progressiste) al punto da non farsi scrupoli su come metterle in pratica. Ai minimi termini e, forse, anche sotto quelli è invece la comparsata iniziale di Bruce Willis. Incolpevole è, infine, la pur brava Gugu Mbatha – Raw a cui la sceneggiatura affida un ruolo da attrice protagonista senza approfondirlo quanto servirebbe a non farlo apparire poco più che decorativo.

Di Motherless Brooklyn non si riesce a dire che sia un film tecnicamente fallace o esteticamente sgradevole. Ma i contenuti sanno troppo di già noto per poterne dire davvero bene. Un buon omaggio ad un genere amato, ma nulla più.

Motherless Brooklyn: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
2.6

Giudizio complessivo

Un film confezionato bene per rendere omaggio ad un genere, ma che finisce per essere così aderente ai canoni da risultare privo di veri spunti di interesse quasi fosse solo un fan service

Sending
User Review
0 (0 votes)
Comments
To Top