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Mistress America: la recensione a RomaFF10

Mistress america

Mistress americaL’America è per antonomasia il paese delle opportunità. Eppure, se dovessimo prendere spunto dall’immaginario televisivo e cinematografico offertoci negli ultimi tempi, sembrerebbe proprio che gli americani, in particolare i newyorchesi, abbiano come massima ispirazione oggigiorno o quella di diventare scrittori o quella di aprire un’attività commerciale nel campo della ristorazione.

Tracy (Lola Kirke) è appena approdata nella Grande Mela per studiare letteratura al Barnard College. È una ragazza molto intelligente ma poco spigliata, al limite della timidezza. Da quando è arrivata a New York non è ancora riuscita a farsi uno straccio d’amico. La vita universitaria le sembra un po’ una grande festa a cui nessuno l’ha mai invitata e soprattutto in cui lei non si diverte.
Sua madre, in procinto di risposarsi il giorno del Ringraziamento con questo uomo conosciuto su Internet, le consiglia di contattare Brooke (Greta Gerwig), la figlia del fidanzato. Lei vive in città da più di dieci anni, sa come muoversi e potrebbe sicuramente aiutarla. Dopo qualche tentennamento la ragazza contatta la sua wanna be sister che la invita ad uscire. In una notte il mondo di New York le si palesa nella sua grande vivacità: concerti in cui poter salire sul palco insieme alla band, sconosciuti con cui chiacchierare davanti ad uno screwdriver, feste in cui ballare spensieratamente.
mamericaSubito si stabilisce tra le due un legame di affetto, ma non di certo paritario. Perchè Tracy è cosí affascinata dalla sicurezza mostrata da questa donna sconosciuta che l’ha accolta e condotta alla scoperta delle meraviglie che questo posto offre tanto da accettare di fare qualsiasi cosa per lei. Persino appoggiarla nel progetto bizzarramente hipster di aprire un ristorante / parrucchiere / asilo nido. Tracy fa di Brooke un’eroina. E nel senso letterale del termine, perchè su di lei scrive un racconto breve.
Mistress America, appunto, storia di un fallimento preannunciato. La fine che farà la protagonista della sua storia non sarà poi tanto diversa da quello che capiterà nella vita reale alla sua musa.
Il film diretto da Noah Baumbach, regista di Frances Ha e Giovani si diventa, ritorna sui temi e i caratteri nei suoi lavori precedenti. Abbiamo di nuovo a che fare con un’umanità presentata al limite dello stereotipato. La classica diciottenne americana di provincia che scappa dal suo paesino per rincorrere il suo sogno. La viveur che non perde un party, innamorata della persona che detesta di più al mondo. Intorno a loro un microcosmo di personaggi a volte anche simpatici, ma nella maggior parte dei casi detestabili.
Rispetto al precedente film, in cui una coppia già un po’ avanti con l’età iniziava una sorta di percorso di autoanalisi e cambiamento dopo l’incontro con alcuni entusiastici hipsterissimi giovani amanti, qui i rapporti si ribaltano.

Mistress americaChi è giovane dovrebbe imparare da chi ha qualche anno e qualche esperienza in più. Peccato che chi dovrebbe insegnarti qualcosa non ha mai portato a termine un progetto nella sua vita e più che una dominatrice sembra una dominata in balia degli eventi. Il film è un susseguirsi di discorsi serratissimi e situazioni simpaticamente paradossali. Si ride un po’ ma prevale quel senso di superficialità che il personaggio di Greta Gerwig impersona alla perfezione. Come del resto Lola Kirke si trova davvero a suo agio nei panni dell’acuta pecorella smarrita. Un po’ di autocompiacimento in meno avrebbe forse permesso al pubblico meno filoamericano e meno hipster di apprezzare un po’ di più questa commedia.

 

Mistress America
  • Isterismi hipster
2.6
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