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Milano Film Festival: Transfatty Lives – la recensione

Non si può restare indifferenti davanti ad un film del genere. Nel bene o nel male, Transfatty Lives costituisce una fusione tra la realtà e la cinematografia, in cui il regista è soggetto e oggetto della pellicola. Patrick Sean O’Brien ha trent’anni quando gli viene diagnosticata la SLA, una delle peggiori malattie conosciute dal genere umano (come la transfatty lives_milano film festival_2definisce lui stesso) e per la quale non esiste alcuna cura. Si tratta di una condanna, una sentenza particolarmente dura per un uomo abituato a vivere al massimo e senza freni, un uomo che dell’arte fa la sua vita e che vuole diventare un regista. L’inquadratura si sposta, piano piano, dal soggetto del suo cortometraggio – il locale di suo padre – su lui stesso. Inizia così il viaggio di Sean sulle inesplorate strade della SLA, che lo portano non solo ad essere una persona diversa ma anche a scoprire un lato di se stesso che non era stato mai in grado di vedere fino ad allora.

Il racconto che O’Brien fa di se stesso, della sua vita, è mirato sul realismo, un realismo che fa della sua malattia e della sua condizione un’opera d’arte vivente e in continua evoluzione. La macchina da presa è puntata su Patrick, giorno dopo giorno, e racconta – proprio come vuole lui – una vita vissuta a pieno, anche con le limitazioni di una condizione come la sua. La voglia di arrendersi, quel desiderio naturale di lasciarsi andare non sfiora il regista americano neanche per un attimo. Instancabile, continua a guardare il mondo e a comprenderlo, comprendendo anche se stesso un pezzo per volta: la sua vita diventa l’opera d’arte, la sua malattia il mezzo con cui raccontarla.

transfatty lives_milano film festival_3Utilizzando la sua malattia come pretesto, O’Brien racconta un decennio, fatto di fatica e dolore ma anche di gioia e felicità. Più gli anni passano e più Patrick si allontana dalla figura che ci era stata presentata all’inizio, quell’uomo trentenne che dell’eccesso e della stravaganza aveva fatto il suo pane quotidiano. Malgrado tutto, questo aspetto del suo carattere resta invariato, tanto che la sua condizione sembra una limitazione soltanto in parte. L’arte, che era sempre stata parte della sua vita, che aveva visto scaturire dalla sua fantasia cortometraggi azzardati eppure originali e irriverenti, continua a far parte del suo essere, anche se subisce una metamorfosi, proprio come il suo corpo.

Resta indubbiamente da chiedersi se non sia ‘un po’ tropo in là’ il soggetto di questo lungometraggio, se non superi quella indefinita linea tra ‘consentito’ e ‘eccessivo’ – ma poiché la vita stessa di O’Brien è un continuo eccesso, anche questa frase potrebbe essere discutibile. Non c’è censura, in nulla, solo una schietta irriverenza e uno humor disarmante, che insieme catturano e commuovono lo spettatore, trascinandolo in una vita che non è sua ma che un po’ finisce con il diventarlo.

Un film unico nel suo genere, brutalmente autentico e commovente.

Katia Kutsenko

Cavaliere della Corte di Netflix, rinomata per binge-watching e rewatch, Katia è la Paladina di Telefilm Central quando si tratta di tessere le lodi di period drama e serie tv fantasy. Le sue uniche droghe sono: la caffeina, Harry Potter e Chris Evans.

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