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Milano Film Festival: James White – la recensione

James White è una pellicola difficile da giudicare, o persino da argomentare, non tanto per il tema trattato – che, a modo suo, non porta grandi novità – ma per il modo in cui il regista sceglie di farlo. Siamo a New York, anno 2013. James White è un ragazzo non più tanto giovane, che non può nascondersi dietro la maschera dell’adolescente dalle idee poco chiare sul proprio futuro, costretto a vivere una vita spinosa e difficile, scossa prima dalla morte del padre e poi dalla ricaduta della madre, malata di cancro.

james white_mff_1Il lungometraggio ruota intorno a due sfere distinte, almeno inizialmente. Da una parte James tenta di allontanarsi da sua madre, di ridefinire la propria identità andando in Mexico, dal suo più caro amico, per ‘ritrovare se stesso’. Si tratta tuttavia di una mossa azzardata e fulminea, subito annullata dalla scoperta che la malattia di sua madre è tornata e che dovrà ancora una volta sottoporsi alle chemioterapie. Si scontrano così le due sfere, quella del James indipendente e quella del James altruista, profondamente legato a sua madre. Pian piano vediamo la seconda prevalere sulla prima, vediamo (perfino con un pizzico di angoscia) l’annullarsi dell’identità di James, che diventa progressivamente un arto di sua madre, l’unico genitore che gli resta, a cui è legato in maniera molto profonda. E’ un legame che, al di là della difficile situazione descritta (con una bravissima Cynthia Nixon nei panni della signora White), è autentico ma sofferente, costruito su una grande dedizione di un figlio verso sua madre.

james white_mff_2A indossare i panni di James c’è Christopher Abbott, già noto al pubblico grazie al suo ruolo in Girls. Il suo personaggio non smette mai di mettere in dubbio quello che lo circonda, non smette mai di evolvere, pur restando sempre ancorato allo stesso punto, legato indissolubilmente ad una madre che capisce sia sul punto di morire ma che è restio (paradossalmente) a lasciar andare. Funziona bene la dinamica tra Abbott e Cynthia Nixon, che in questa pellicola merita davvero il plauso del pubblico. La donna che ha perso il marito è devastata ma la donna che sta morendo è forte e sincera, autentica, tanto da mettere lo spettatore a disagio nel guardare il suo lento e progressivo ammalarsi e la sua situazione peggiorare. Quello che tuttavia resta è lo smarrimento del protagonista, che inizia e conclude il film senza smuoversi di un millimetro.

Quello che Josh Mond vuole dire, con una pellicola intensa come questa, è che va bene non avere tutte le risposte, anche quando si hanno trent’anni. Forse non sceglie il modo più adatto di farlo – dal momento che, oggettivamente, il film procede molto lentamente e spende troppo tempo a dedicarsi al silenzio dove sarebbe stato meglio comunicare a gesti o parole quello che i protagonisti avrebbero voluto dire – ma lo fa comunque con un cast di tutto rispetto. James White è una pellicola sulla vita e per la vita, da vedere (forse) almeno una volta, anche se pure quella sarebbe già troppo. Non abbellisce per niente quella situazione complessa e difficile che racconta, giustamente, ma la racconta con lentezza e modestia. Per quanto ammirevole, dunque, sia il tentativo di Mond, purtroppo non convince a pieno, pur restando un lungometraggio di grande impatto emotivo.

James White
  • Poco convincente
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