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Cinema

I cinque migliori film su Netflix del 2020

Mank: la recensione

Continua la nostra carrellata sul meglio di un annus horribilis. Ossia quelle cose che ci hanno aiutato a staccare anche solo per un paio d’ore dalle pessime notizie quotidiane. Facendoci sorridere o spaventare, commuovere o riflettere, stupire o annuire. A tutto questo ha pensato il cinema che, pur con le sale chiuse, non ha smesso di regalarci emozioni spostandosi però dall’esperienza condivisa della sala a quella più privata dello streaming. Netflix, Amazon Prime, Disney+ e i tanti servizi on demand nati apposta per mandare in onda film che magari sarebbero dovuti andare sul grande schermo.

Iniziamo da chi lo streaming lo ha sempre fatto. E, quindi, la nostra personale lista di cinque film 2020 da recuperare su Netflix. Più una menzione d’onore collettiva speciale.

I migliori film del 2020 su Netflix

I cinque migliori film su Netflix del 2020
I cinque migliori film su Netflix del 2020: Nessuno sa che io sono qui – Credits: Netflix

Nessuno sa che io sono qui

Apriamo l’elenco con uno di quei film a cui lo streaming ha fatto paradossalmente bene. Perché difficilmente l’opera prima del regista cileno Gaspar Antillo avrebbe attirato l’attenzione del pubblico se non ci fosse stata una richiesta superiore al solito di film da vedere a casa. Primo film cileno prodotto da Netflix, Nessuno sa che io sono qui è la storia di Memo, una voce d’angelo in un corpo con troppi chili addosso. Costretto, perciò, da ragazzino a vendere la sua voce per costruire il successo a tavolino del più telegenico Angel Casas. Il film mostra il Memo adulto, esiliatosi su un’isoletta dove vive aiutando lo zio ad allevare capre e infilandosi nelle case dei ricchi senza rubare nulla solo per vedere come vivono. Per provare a immaginare cosa sarebbe stato se.

Se i sogni di un bambino convinto di meritare il successo non gli fossero stati scippati per regalarli ad un altro. Sogni che Memo non ha mai smesso di coltivare di nascosto. Cucendosi un mantello di mille colori con cu immagina di esibirsi su un palco luccicante. Ripetendo il discorso con cui avrebbe svelato l’inganno. Rifiutando di svelare al mondo chi è adesso per non dover ammettere che la realtà ha vinto. Nessuno sa che io sono qui è un film tessuto sui sogni di Memo che viene a dirci come sognare possa diventare per qualcuno sinonimo di respirare. Qualcosa che devi fare anche involontariamente perché altrimenti vivere è impossibile.

Quasi paradossalmente, Nessuno sa che io sono qui è un film fatto anche di muri. Memo ha scelto di vivere in un’isola che sembra quasi disabitata collegata solo dalla buona volontà di chi ha un motoscafo per arrivarci e dove tv, social, YouTube, smartphone sono assenti. Una prigione volontaria costruitasi per essere sicuro che nessuno possa riconoscerlo. Un modo per tenere lontana quella società là fuori che l’ha condannato senza processo, giudicando l’attimo senza interessarsi del prima e del perché. Nessuno sa che io sono qui segue il suo protagonista chiudendosi con lui in un universo in cui riuscirà a far breccia solo la sincerità innocente di Marta. Un film intimista con un magistrale Jorge Garcia che parla di chi si esclude perché troppe volte è stato escluso.

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I cinque migliori film su Netflix del 2020
Best of 2020: Sto pensando di finirla qui – Credits: Netflix

Sto pensando di finirla qui

C’è un motivo per cui tanti autori per il grande schermo ignorano la polemica su quanto possa considerarsi cinema quello prodotto per andare in streaming e non in sala. No, non c’entrano i soldi. Ma piuttosto la totale libertà creativa che Netflix è disposta a concedere pur di staccarsi di dosso l’etichetta popolare e dimostrare che è anche casa del grande cinema. A dimostrarlo ci pensano anche opere come Sto pensando di finirla qui  che segna il ritorno di Charlie Kaufman dopo un silenzio durato cinque anni. il regista e sceneggiatore newyorkese approfitta della libertà concessagli per realizzare un’opera unica dove a mancare è proprio quell’elemento che frettolosamente viene ritenuto imprenscindibile in un film: la trama.

Apparentemente Sto pensando di finirla qui è la storia di una giovane donna (il cui nome cambia durante il film) che sta andando a conoscere i genitori del suo fidanzato. Un lento viaggio tra paesaggi anonimi e lunghi monologhi, tra pensieri in libertà e dialoghi a bocconi. Che finisce solo per farne iniziare un altro che non ha meta né tempo né luogo né spazio. Un lungo sogno o delirio dove sarà impossibile capire cosa sia reale e cosa no. Cosa è avvenuto davvero e cosa è stato solo immaginato. Tra gelaterie aperte di notte e scuole enormi nel mezzo del nulla, ragazzi che ballano e bidelli che guardano programmi tv che non esistono. Una sfida continua per lo spettatore stordito da mille parole e immagini e costretto a chiedersi ogni volta chi siano i due personaggi che sta seguendo illudendosi ogni volta di averlo capito.

Sto pensando di finirla qui è un film infinitamente denso perché raccoglie tutti i tormenti, le paure, le ansie, le gioie di vite che non  conosciamo. Della vita di Jake, di Cindy, del bidello, ma al tempo stesso anche della nostra. Un racconto dove non è più possibile distinguere cosa sia di chi perché tutto è di tutti. La prima volta che abbiamo avuto paura di non essere all’altezza. Il rimpianto di esserci fatti convincere che più avanti non saremmo stati capaci di andare. I sogni che non abbiamo sognato perché spaventati che potessero diventare incubi. La ragazza a cui non abbiamo chiesto di ballare e che sarebbe potuta essere la donna della nostra vita. I genitori che sono diventati vecchi e per i quali non abbiamo potuto fare nulla. Sto pensando di finirla qui è un fiume di parole in cui a nuotare è la parola vita.

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Best of 2020: Il processo ai Chicago 7
Best of 2020: Il processo ai Chicago 7 – Credits: Netflix

Il processo ai Chicago 7

Charlie Kaufman non è l’unico nome scelto per puntare sulla qualità. Da New York arriva anche Aaron Sorkin autore di Il processo ai Chicago 7, tratto da un caso legale divenuto famoso per l’ingiusta condanna di innocenti, colpevoli solo di essere bersagli del potere dominante. Il 28 Agosto del 1968 la convention del partito democratico a Chicago fu interrotta per le manifestazioni contro la guerra del Vietnam. Anche se gli scontri furono dovuti alla violenza della polizia, sette attivisti furono arrestati. Abbie Hoffman e Jerry Rubin erano i leader del Young International Parties. Tom Hayden e Rennie Davis guidavano gli Students for Democratic Society. Dave Dellinger era il capo di un movimento pacifista. John Froines e Lee Weiner erano due persone a caso da far assolvere per mostrare una finta imparzialità della giuria. Bobby Seale, leader delle Black Panthers, fu imprigionato nonostante non fosse neanche in città quel giorno.

Il procuratore generale in carica Ramsey Clarke non ritenne ci fosse alcun motivo per mandarli a processo, ma l’elezione di Nixon cambiò le cose. Per liberarsi di alcune delle voci più rumorose contro la sua politica, Nixon convinse il nuovo procuratore John Mitchell ad inventarsi l’accusa di cospirazione. Scelta che si rivelò quanto mai deleteria poiché tutto il mondo guardò e vide quanto quel processo fosse solo una disgustosa farsa la cui sentenza politica era già scritta. Il processo ai Chicago 7 è il racconto di quelle udienze affollate, delle prevaricazioni del giudice, delle bugie di poliziotti e investigatori, dell’ignominioso trattamento di Bobby Seale che fu imbavagliato e incatenato in aula. Di tutto ciò che si può fare per cancellare da un tribunale la parola giustizia.

Il processo ai Chicago 7 è il racconto di un sopruso particolare messo in scena per sottolinearne gli aspetti più generali. Sebbene cinquant’anni siano passati da quel caso, il film è ricco di riferimenti alla situazione sociale e politica degli Stati Uniti di oggi. Sorkin costringe lo spettatore ad interrogarsi su cosa significhi amare la propria patria. A capire che si può rispettarne le istituzioni pur disprezzando chi le occupa in quel preciso momento. A riflettere che cambiare ciò che non va è un compito talmente difficile che si dovrebbe smetterla di essere troppo attenti alle differenze di metodo piuttosto che alla comunanza degli obiettivi finali. Il processo ai Chicago 7 è allora un film scritto guardando a ieri, ma pensando ad oggi. Un modo per parlare ad un’America che è brava a dimenticare in fretta i propri errori per commetterli ancora a distanza di anni.

Best of 2020: His House
I cinque migliori film su Netflix del 2020: His House – Credits: Netflix

His House

Un genere su cui Netflix (e un po’ tutti i servizi di streaming) ha sempre puntato molto è l’horror. Non fa eccezione quest’anno con titoli interessanti come lo svedese Kadaver, i coreani Alive e The Call, il polacco Nobody Sleeps in the Woods Tonight, lo spagnolo Voces. A meritarsi un posto in questa lista di film da recuperare è il debutto alla regia di Remi Weekes. Il suo His House iscrive l’autore nell’elenco di quei registi che hanno capito come sfruttare al meglio le piene potenzialità del genere. Che sono quelle di veicolare messaggi profondi dietro una appariscente cortina di sangue e terrore. Era così con La notte dei morti viventi di Romero nel 1968 e con il più recente Get Out di Jordan Peele del 2017. Lo è anche con questo film dove il tema classico della casa stregata viene messo al servizio del dramma dei migranti.

Protagonisti di His House sono i due coniugi Bol Majur e Rial che dal sud Sudan sono scappati per raggiungere, infine, il Regno Unito dopo una traversata in cui hanno visto annegare anche la loro stessa figlioletta. Nonostante una sistemazione alquanto precaria, i due si impegnano ad apparire integrati e a loro agio per impressionare positivamente gli assistenti sociali ed ottenere l’agognato permesso di soggiorno. Una situazione complessa che si trasforma presto in una lotta contro il terrore quando uno spirito malvagio inizia ad infestare la casa. Un demone che è, in realtà, figlio dei loro rimorsi, dei ricordi dell’orrore vero che hanno vissuto, dei sensi di colpa per avercela fatta, del dolore di essere sopravvissuti alla loro stessa figlia. Un horror psicologico dove ad essere infestata, in realtà, non è la casa, ma le persone che ci vivono.

His House non si limita solo alla componente horror, ma si sposta spesso sul conflitto latente tra Bol e Rial a proposito del come rapportarsi alla nuova realtà in cui vivono. Il vestire all’occidentale del primo contro gli abiti ostinatamente tradizionali della seconda. La difficoltà per entrambi di capire e spiegare l’ostilità manifesta o nascosta anche delle persone apparentemente più gentili. Un film dove a fare paura è, quindi, anche la realtà dell’essere stati costretti a sradicarsi dalla propria terra senza essere accolti in una nuova casa. Sensazioni che arrivano allo spettatore grazie alla bravura dei due protagonisti Sope Dirisu (visto, quest’anno, anche in Gangs of London e Lovecraft Country) e Wunmi Mosaku. Oltre alla sapiente regia di Reekes che sa bilanciare i diversi ingredienti per confezionare un horror che sa far spaventare e far riflettere.

Best of 2020: Mank
Best of 2020: Mank – Credits: Netflix

Mank

Diretto da David Fincher e scritto da suo padre, Mank è l’opera perfetta per ambire al primo Oscar targato Netflix. Ispirato alla storia di Herman J. Mankiewicz e all’annosa querelle su chi tra lui e Orson Welles fosse il vero autore della sceneggiatura di Citizen Kane, il film è semplicemente un capolavoro assoluto dedicato a scoprire l’uomo Mank più che lo sceneggiatore. Il racconto di un personaggio che ha attraversato da protagonista il momento in cui il cinema stava scoprendo di avere un potere che andava oltre il semplice intrattenimento a basso costo. Il ritratto affettuoso e sincero della Hollywood anni 40 guidata da produttori come Louis B. Mayer che si ergevano a padroni assoluti del destino di registi, attori e sceneggiatori. Un’industria che si lasciava consigliare da magnati della carta stampata come William Randolph Hearst per imparare come innalzare sugli altari o affossare nella polvere ogni personaggio pubblico.   

In questo ribollire perpetuo di opportunità e pericoli, Mank si muoveva con l’ironia distaccata di chi rifiuta di rendere onore ad un potere nascente. Un uomo che non è disposto a chiudere un occhio sull’ipocrisia e la falsità che rischiano di diventare colonne portanti di quel nuovo reame. Una persona che non può fare a meno di urlare le proprie verità anche quando nessuno lo incolperebbe di aver taciuto come fanno tutti per bieco opportunismo. Un don Chisciotte anomalo che sa di scontrarsi con invincibili mulini a vento. Ma che parte ugualmente lancia in resta anche speranza di vittoria. Tranne quella effimera e imperitura di sublimare il suo astio verso Hearst trasformandolo in Charles Foster Kane. Unico modo di colpire non tanto il magnate senza scrupoli, ma chi gli aveva fatto capire quanto il suo essere don Chisciotte lo avesse, infine, fatto apparire come il buffone di corte.

David Fincher è consapevole che Mank racconta una storia così profondamente radicata nel cinema degli anni 40 poteva essere messa in scena solo come se di quel cinema facesse parte. Il suo perfezionismo lo porta a scegliere il bianco e nero, ma anche identiche soluzioni stilistiche ottenendo un film che non si confonde con uno di ottanta anni fa solo per la data di rilascio. Popolato di personaggi che hanno scritto la storia del cinema di quegli anni. Ai già citati Louis B. Mayer e Orson Welles, si aggiungono Irving B. Thalberg, Joe Mankiewicz, John Houseman e sopratutto Marion Davies. Il risultato è un film perfetto in ogni suo aspetto che brilla ancora di più per le interpretazioni magistrali di Gary Oldman e Amanda Seyfried. Un film che potrà apparire fin troppo per cinefili, ma che ha una qualità complessiva talmente alta che non può che essere consigliato a tutti.

Best of 2020: L'incredibile storia dell'Isola delle Rose
Best of 2020: L’incredibile storia dell’Isola delle Rose – Credits: Netflix

Menzione d’onore: l’Italia e Netflix

Chiudiamo sottolineando come Netflix abbia deciso di guardare all’Italia non più solo come bacino di utenti, ma anche come serbatoio di idee. Sebbene ciò fosse già visibile per le serie tv, è in questo 2020 che più forte si è investito sul cinema con una maggiore varietà di generi e prodotti. I risultati sono stati sempre convincenti seppure non indimenticabili. Apprezzabile è stato il ritorno di Sophia Loren in La vita davanti a sé. Ben riuscito il mix di folklore meridionale e j-horror in Il legame, primo film di Domenico De Feudis. La Belva presenta un letale Fabrizio Gifuni portando nel cinema italiano il revenge movie sul modello di quelli con Liam Neeson. Un più che gradevole divertissement è, infine, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose con un Elio Germano in salsa bolognese per un film fresco e spumeggiante. Un poker di titoli che lasciano ben sperare per il futuro.

Questi sono i nostri cinque migliori film su Netflix del 2020. E i vostri? Scriveteceli nei commenti!

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