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Best of 2020: le migliori docuserie

Best of 2020: le migliori docuserie
Netflix

Incredibile ma vero. Sembra essere spesso questo il motto sottinteso alle docuseries che tanto successo hanno avuto recentemente. Un modo diverso di guardare ai classici documentari. Storie avvincenti da raccontare con i tempi e i ritmi delle serie tv, ma con le tecniche e il rigore consolidati da una lunga tradizione. Non è, quindi, un caso che questo genere relativamente giovane stia avendo sempre più successo. Complice anche la lungimiranza vorace dei servizi di streaming che vi hanno visto una nuova gallina dalle uova d’oro.

Il 2020 non ha fatto eccezione per cui, di seguito, cinque titoli da non dimenticare in ordine di messa in onda.

Le migliori docuserie del 2020 da non perdere

Tiger King - la recensione
Migliori docuserie del 2020: Tiger King – Credits: Netflix

Tiger King

Una top dedicata alle docuserie che inizia proprio con quella che più di tutte sembra essere una storia completamente inventata. Perché si fa davvero fatica a credere che a scrivere Tiger King sia la più folle delle sceneggiatrici: la realtà. Un documentario in piena regola con riprese dal vivo ed uno sforzo produttivo impegnativo protrattosi per ben cinque anni ad opera del regista Eric Goode. Fingendo un impossibilmente oggettivo distacco, si potrebbe dire che Tiger King è la storia di Joe Exotic, ex proprietario di uno zoo privato con oltre 200 tigri e svariati altri grandi felini, e della sua lunga battaglia con Carole Baskin, animalista intenzionata a sottrarre questi animali allo sfruttamento nei parchi di divertimento. Vicenda conclusasi con la condanna di Joe a 22 anni di carcere per diversi reati contro gli animali e per aver tentato di organizzare l’omicidio della sua nemesi.

Tutto corretto, ma anche tutto tremendamente superficiale. Perché Tiger King è una collezione inesauribile di personaggi usciti da pagine mai scritte. A cominciare proprio da Joe che è anche un gay poligamo che sposa solo ragazzi appena maggiorenni e con almeno venti o trenta anni meno di lui. Un imbonitore dalla parlantina facile capace di spacciarsi anche per cantante country e web star. Di candidarsi a presidente degli Stati Uniti d’America per poi fallire e ripresentarsi come governatore dell’Oklahoma con tanto di campagna elettorale in cui regala preservativi con la sua faccia stampata sopra (e prendendo persino il 19% dei voti). Un imprenditore incapace che cento ne fa, cento ne sbaglia, cento volte cade, cento volte si rialza, e così in una corsa inarrestabile che solo il carcere ha fermato. Per ora almeno perché davvero ogni previsione è impossibile con uno come Joe.

Soprattutto, in Tiger King, Joe è solo la punta di un iceberg che viene a galla in tutta sua inimmaginabile varietà di assurdità. Partendo dalla sua nemesi Carol Baskin. Una incoerente paladina degli animali che finanzia le sue campagne vendendo biglietti per la visita al suo zoo privato dove sfrutta il lavoro di volontari che le credono. Continuando con la corte dei miracoli che vive nello zoo di Joe. Un marito con più denti che tatuaggi che si finge gay per opportunismo. Un capo guardiano ex tossicodipendente poco ex e molto dedico all’alcool. Un direttore con le protesi al posto delle gambe perse perché si scocciava di aspettare di recuperare dopo una caduta da una teleferica. Una dipendente con un braccio mangiato da una tigre che è tornata al lavoro il giorno dopo perché che vuoi che sia mai.

Ma anche tutti gli altri che hanno decretato l’ascesa e la caduta di Joe. Il suo mentore proprietario di altri zoo in cui va in giro a dorso di elefante facendosi servire da giovani ragazze che ha trasformato in succubi schiave sessuali. Il proprietario di strip bar che non riesce ad entrare nel business degli zoo e quindi decide di fare l’informatore dell’FBI. L’ex boss della droga che vanta un passato alla Tony Montana, ma vai a capire se è vero. Un truffatore chissà come ancora a piede libero e la sua giovane moglie scambista che portano tigrotti nei trolley per incuriosire ragazze da coinvolgere in orge negli hotel di Las Vegas.

Ma, in fondo, il vero motivo del successo planetario di Tiger King è l’aver messo in primo piano gente che il famoso sogno americano non sa neanche cosa sia, ma gli sta bene lo stesso e va avanti senza lamentarsi e magari è anche felice così. Contenti comunque anche del niente che hanno. Fosse anche solo bere una birra mentre accarezzano la tigre che gli ha staccato un braccio.

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Best docuseries of 2020: The World according to Jeff Goldblum
Migliori docuserie del 2020: The World according to Jeff Goldblum – Credits: Disney+

The World according to Jeff Goldblum

Il titolo di questo articolo prometteva cinque docuserie del 2020, ma questa tecnicamente sarebbe andata in onda per la prima volta ad Ottobre 2019. Tuttavia, in Italia, è approdata solo a Marzo 2020 dopo il debutto anche nel nostro paese di Disney+. Quanto basta per non tenere fuori il guanto di sfida lanciato dalla Casa del Topo a quella Netflix che è stata finora regina incontrastata delle docuserie. Un debutto davvero convincente grazie a The World according to Jeff Goldblum. Dodici episodi della durata media di venticinque minuti per girare il mondo guidati dal più istrionico degli anfitrioni. Dodici avventure a perdifiato tra gli aspetti più pop della società moderna analizzati senza alcuna pretesa seriosa, ma anche senza una facile superficialità. Che si tratti di sneakers o gelato, barbecue o biciclette, tatuaggi o gioielli, l’approccio sarà sempre lo stesso.

Quale che sia l’argomento della sua indagine, il motore della serie resta sempre Jeff Goldblum e il desiderio irrefrenabile di capire il perché di un fenomeno. Domande apparentemente banali come chiedersi perché il gelato piaccia a tutti o i jeans siano diventati un abbigliamento universale. Ma anche quesiti più complessi come il perché tante persone decidano di trasformare il proprio corpo in una tela ambulante o gente comune spenda uno stipendio intero e anche di più solo per un paio di scarpe. Fino a storie straordinarie di oggetti comuni come le biciclette o di tradizioni radicate come il barbecue per gli americani. Indagini a cui Jeff si dedica seguendo le ispirazioni improvvise del momento e finendo per dare lezioni di filosofia anche spicciola, ma soprattutto mostrare la ricchezza che si cela dietro il quotidiano a cui non facciamo caso.

Sopratutto, The World according to Jeff Goldblum conquista grazie alla personalità irresistibile del suo protagonista. Alla sua capacità di relazionarsi con la stessa naturalezza con scienziati della NASA e tecnici di futuristiche gallerie del vento o con eccentrici venditori in mercatini sperduti o cacciatori di anticaglie a buon mercato. Magnetico è il suo atteggiamento da ragazzino che mille ne fa e mille ne pensa e che tutto vuole sapere e tutto provare. Jeff Goldblum diventa il cubetto di ghiaccio che trasforma questa docuserie in una bibita rinfrescante da bere tutta d’un sorso.

Best docuseries of 2020: The Last Dance
Migliori docuserie del 2020: The Last Dance – Credits: Netflix

The Last Dance

Distribuito da Netflix, The Last Dance deve il suo titolo al tema che Phil Jackson, leggendario allenatore dei Chicago Bulls, diede alla sua ultima stagione. Un ultimo ballo che doveva essere un gran gala d’onore da terminare così come era cominciato otto anni prima. Perché quella non era solo una squadra di campioni ineguagliabili. Era il team in cui giocava Michael Jordan. Non il miglior giocatore di basket, ma il basket. Ad orientare la freccia del tempo sono i ricordi che intrecciano l’ultima danza con le precedenti. Uno scorrere di immagini di repertorio in cui cambiano compagni, divise, avversari, sfide, ma dove in campo c’è sempre lui con l’immutabile ferrea volontà di vincere. The Last Dance è il ritratto di un campione che conosceva la parola sconfitta solo come una clava da usare contro gli avversari. E contro i suoi stessi compagni se non volevano fare altrettanto.

The Last Dance ci restituisce il ritratto sincero di un Michael Jordan tirannico che da ai suoi compagni più del massimo, ma pretende da loro niente meno del doppio di quello che potrebbero dare. Un fratello maggiore che ti insegna ad andare in bici smontando le rotelle e poi spingendoti giù su una discesa ripida che finisce contro un muro. E, se vai a sbattere, ti dice che è colpa tua e non vali niente. La vera forza di The Last Dance è, tuttavia, lo sguardo inedito su ciò che Michael era quando non era Air Jordan. Scene che spesso lasciano intendere come il campione in campo e l’uomo fuori dal campo volessero comunque e sempre solo vincere. Che si trattasse di una finale NBA o di una partita di golf. Di una medaglia alle Olimpiadi o di una sfida a battimuro. Un campione che si era condannato alla vittoria.

The Last Dance, però, mostra anche l’altro Michael. Quello che può essere il vincitore inarrestabile solo finché il suo sguardo trova a bordo campo il padre quasi onnipresente. Una figura talmente indispensabile che la sua tragica morte porterà Michael a lasciare il basket quando è ancora al top solo perché i suoi occhi avrebbero cercato invano quella figura in prima fila.  The Last Dance mostra quanto quel punto di equilibrio fosse indispensabile per Michael. Che, infatti, tornerà al basket solo quando sarà sicuro di averne trovato uno nuovo nel volto dell’anziano capo della security personale a cui la dirigenza lo aveva affidato. The Last Dance ci mostra il campione Jordan che si specchia nell’uomo Michael, ma ci fa guardare anche cosa c’era dietro lo specchio. Un approccio che rende la serie un nuovo punto di riferimento per i documentari sportivi. A dimostrazione che anche le leggende bisogna saperle raccontare.

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Best docuseries of 2020: Home Game
Migliori docuserie del 2020: Home Game – Credits: Netflix

Home Game

Home Game va a riempire una casella fin qui vuota nel catalogo delle docuserie Netflix. Gli otto episodi di questa insolita serie sono dedicati ognuno ad uno sport talmente poco conosciuto che anche solo il nome fatica ad uscire dalla regione dove è praticato. Home Game fa quello che i documentari dovrebbero fare sempre: aprire finestre su mondi sconosciuti. Dimostrare che il mondo, banalmente, è bello perché è vario. E in quel vario ci può essere anche lo sport inteso nel suo significato più profondo. Una competizione dove si mette alla prova prima di tutto sé stessi e dove l’altro è uguale a te. Non un avversario da sconfiggere, ma un amico appena incontrato che sta vivendo la tua stessa esperienza. Per preservare sport che sono tanto sconosciuti quanto preziosi da conservare.

Il calcio storico fiorentino e l’apnea profonda sono forse le uniche due eccezioni. Il Pehlwani indiano ha molti punti in comune con la lotta greco – romana, ma con un proprio significato mistico – religioso. Difficile che qualcuno abbia mai assistito ad una partita di Kok Boru se non vive in Kyrgyzstan o ad un incontro di Catch Fétiche se non è stato a Kinshasa in Congo. Ad Austin in Texas non si va certo per una gara di Texas Roller Derby con le sue ragazze che si menano sui pattini. Né i giochi delle Highlands sono il primo pensiero di chi si fa un giro in Scozia. E nessuno penserebbe di andare a Bali e perdersi nel fango per assistere al Makepung Lampit dove fantini si tengono in equilibrio sul vomere di un aratro trainato da bufali lanciati a tutta velocità nell’acqua delle risaie allagate.

Home Game si concentra su sport che permettono di alternare il piacere della curiosità all’importanza del significato per dimostrare che anche il più strano degli sport può essere molto più di un gioco. Così mischiare wrestling americano e finti riti voodoo è il modo in cui il Catch Fétiche riuscì a continuare ad offrire ad un popolo oppresso da una dittatura lo spettacolo che amava. Liberarsi dalle catene delle convenzioni sociali attrae le donne verso il Texas Roller Derby e il Pehlwani. Calcio storico fiorentino, Kok Boru, Giochi delle Highlands, Makepung Lampit sono un modo di proclamare l’orgoglio per quelle tradizioni che sottolineano l’unicità di chi le condivide. Per questo Home Game segue i diversi contendenti prima e dopo la gara per mostrare come ogni sfida finisca sempre con il sorriso. Il sorriso di chi sa di aver tenuto vivo ancora un po’ uno sport tanto inusuale quanto importante.

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Best docuseries of 2020: Marvel 616
Migliori docuserie del 2020: Marvel 616 – Credits: Disney+

Marvel 616

Arrivata da poco su Disney +, Marvel 616 è il regalo che la Casa del Topo fa ai fan della Casa delle Idee. Un dono che è, in realtà, un omaggio alla Marvel stessa. In più di un episodio, la docuserie finisce, infatti, per incensare proprio l’argomento di cui parla. Un prodotto che assomiglia molto a quei componenti celebrativi che i mecenati rinascimentali chiedevano ai poeti di corte. Nonostante ciò, Marvel 616 resta un prodotto imperdibile per gli appassionati di un marchio che non è più solo l’editore di fumetti di successo, ma un brand che ha cambiato il modo di intendere l’intrattenimento unendo media diversi in un unico racconto globale. Proprio questa capacità di catturare un pubblico trasversale che coinvolge divoratori di fumetti, innamorati del cinema, patiti delle serie tv assicura a Marvel 616 una platea di spettatori ampia e variegata.

Gli otto episodi della docuserie mostrano come ciò che nasce dentro la Casa delle Idee invade e conquista ogni mercato. Adattandosi al pubblico locale fino a cambiare pelle se necessario. Come avviene per lo Spider-Man giapponese così diverso da quello classico che la Marvel vietò che venisse trasmesso fuori dal Giappone. Perché un Uomo Ragno che combatte con mostri in stile Power Rangers e pilotando un robot in stile Mazinga davvero niente ha dell’amichevole Spider-Man di quartiere newyorchese. Il risultato di un processo creativo che nasce dalle menti di abili artigiani reclutati in tutto il mondo. Anticipando anche l’accettazione delle donne in ambienti maschilisti come era quello del fumetto. Sfidando il conservatorismo con personaggi come la Ms Marvel islamica e il Miles Morales portoricano di colore. E fa niente se alle volte si sbaglia inventando personaggi fallimentari a cui guardare anni dopo con divertita autoironia.

Marvel 616 esplora anche ovviamente quei fenomeni pop che questa invasione ha generato. Lo fa viaggiando nella comunità dei cosplayers esaltandone ammirata la bravura nel realizzare i costumi, sorridendo dell’approssimazione di chi vuole solo divertirsi. Ma anche riflettendo velatamente su come come voler fare sempre meglio possa sfociare in una mania ossessiva. Né manca uno sguardo al mercato delle action figure e dei gadget diventati in poco tempo oggetti da collezione dimenticando la loro originale missione di giocattoli per bambini. Derive, forse, criticabili, ma che si fanno perdonare quando si pensi anche al progetto che porta nelle scuole piccole recite teatrali da far interpretare ai ragazzini. Sogni che diventano realtà e motivo di orgoglio e motivazione per piccoli che riescono a trovare la forza di reagire al bullismo o superare le proprie insicurezze. Perché è questo il motivo per cui la Marvel ha un successo planetario: regala sogni.

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