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Messiah: la luce nelle tenebre – la recensione della serie tv di Netflix

Messiah: la recensione
Netflix

Adottando un punto di vista puramente filologico – letterario che esula da ogni discorso fideistico, è interessante osservare come gli stessi versetti messianici possano essere tradotti in diversi modi. Incipit insolito per una recensione di una serie TV? Sicuramente. Ma è la serie TV in questione a volerlo e addirittura richiederlo. Perché il nuovo anno di Netflix si apre con un prodotto originale che ha il significativo nome di Messiah. Ed allora le parole del versetto 5 del Vangelo secondo Giovanni diventano un buon filo conduttore per parlare di un inizio anno davvero convincente.

Messiah: la recensione
Messiah: la recensione – Credits: Netflix

La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta

È questa la traduzione adottata nella prima versione ufficiale del testo evangelico approvata dalla CEI. Ed è questo il primo messaggio che Messiah comunica agli spettatori. Comparso in maniera improvvisa in una Damasco assediata da un ISIS redivivo in un immaginario futuro molto prossimo, un misterioso predicatore si guadagna rapidamente l’oneroso soprannome di Al Masih, il Messia. La sua fama locale diventa globale quando guida un gruppo di esuli al confine con Israele attraverso il deserto per poi ricomparire in Texas dove salva la piccola chiesa locale e la figlia del pastore da un tornado che rade al suolo l’intera cittadina. Che sia davvero il Messia atteso dalle tre grandi religioni monoteiste?

È questa la domanda cruciale a cui la serie intelligentemente non da una risposta univoca. Al contrario, la serie ideata da Michael Petroni e diretta da James McTeigue e Rachel Woods è abile a seminare indizi contrastanti di modo che, proprio come accade ai protagonisti, sia chi guarda a dover dare la sua personale risposta. Ogni scena che indichi una risposta nettamente positiva è, infatti, immediatamente bilanciata da una caterva di prove a discredito. Esemplare da questo punto di vista il finale del sesto episodio che sembra proclamare la natura divina di Al Masih, mentre il settimo inizia negando nettamente questa opzione. Anche il season – finale adotta lo stesso schema con un episodio costruito per far rispondere no e una chiusura che fa propendere per il si.

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E, tuttavia, quello che è maggiormente interessante è sottolineare quanto la risposta a questa domanda sia dopotutto quasi superflua. Che Al Masih sia o no meno il messia profetizzato non cambia di una virgola il suo messaggio. Che è un invito ecumenico a superare ogni divisone tra popoli e fedi diverse. Un messaggio per trovare noi stessi nell’altro in modo da raggiungere una pace costruita sul rifiuto della diversità. Parole che possono sembrare fin troppo semplici e generiche, ma che funzionano se messe in pratica credendoci fermamente come dimostra il percorso seguito dal giovane Jibril.

Ma che si scontrano con la realtà della geopolitica che rifiuta di sottomettersi ad esse. Che non può accettare che ci sia un noi con voi invece di un noi contro voi. E reagisce provando a zittire quelle parole con il fragore delle bombe. Screditando chi le ha pronunciate con fango diffuso ad arte. E solo un tragico caso riporta all’attenzione della cronaca di queste ore proprio quello che non credere ad Al Masih comporta.

Perché, se davvero la luce venisse nel mondo, il mondo di oggi la accoglierebbe? 

Messiah: la recensione
Messiah: la recensione – Credits: Netflix

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta

Ha un significato decisamente più incoraggiante la traduzione presente nella versione riveduta nel 1994 dalla Società Biblica di Ginevra. Ed è una frase che, in fondo, si presta bene anche a interpretare l’altro modo a cui si può guardare la storia raccontata nei dieci episodi di Messiah. Perché, anche se il mondo sembra rifiutare le parole di Al Masih, il suo messaggio ha comunque cambiato le persone con cui è venuto in contatto. Un cambiamento diverso da quello che loro stesse si aspettavano. Ma coerente con quel suo avvertire “chi cerca conforto non lo troverà”. Al Masih non è venuto, infatti, a dire che tutto andrà bene o che raggiungere quella pace che va predicando sarà un facile cammino su un tappeto di petali. Piuttosto è un andare a piedi nudi su un roveto di spine.

E, d’altra parte, lo stesso Gesù ammoniva “sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera”. Che è poi quello che accade in Messiah dove il diverso modo di rapportarsi ad Al Masih cambia e sconvolge relazioni fino a quel momento consolidate. Come per Felix, pastore in crisi della chiesa salvata dal tornado, e sua moglie Anne, figlia di un predicatore televisivo. Uniti fino a quel momento, ma divisi dalla convinzione del primo di essere il prescelto da Dio per servire il nuovo messia. E divisi anche da come relazionarsi con la figlia Rebecca che a sua volta si ritiene la prescelta per qualcosa che neanche a lei è chiara.

O come tra Staci e il marito Jonah con la prima che vuole affidarsi ad Al Masih per salvare la figlia Rhea piuttosto che ad una chemioterapia invasiva ma necessaria. Ma anche lo stesso Jibril e l’amico Samir che si troveranno dai lati opposti di un conflitto eterno perché hanno o non hanno dato fiducia fino in fondo ad Al Masih.

Messiah è, quindi, una serie che approfitta della sua storyline principale per dipanarla in tanti rivoli diversi che, incredibilmente, raggiungono tutti una propria conclusione. Aspetto non secondario vista la mole di serie tv che sono incapaci di fare altrettanto. 

Messiah: la recensione
Messiah: la recensione – Credits: Netflix

La luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa

La versione in uso presso la Chiesa Cristiana Evangelica fornisce una interpretazione ulteriore della scrittura dell’apostolo prediletto da Gesù. Una traduzione che non casualmente (data la stessa fonte di riferimento) assomiglia alla prima che abbiamo riportato. E che riconduce il discorso su Messiah su un binario parallelo al precedente. Parallelo, ma non identico. Perché non si tratta solo di accogliere Al Masih, ma anche di comprendere la sua vicenda e il perché della sua venuta.

Messiah illustra questa differenza tra accogliere e comprendere attraverso le figure di due agenti segreti, l’americana Eva Geller e l’israeliano Aviram Dahan, da un lato e l’agente FBI Will Mathers dall’altro. Tutti sono incaricati di indagare su Al Masih la cui venuta è quindi un dato di fatto. In questo senso, Eva, Will, Aviram accolgono Al Masih, ne accettano la presenza, ne ascoltano il messaggio. Ma è nettamente diverso il modo in cui lo recepiscono. In cui lo comprendono.

Conseguenza anche, se non soprattutto, del loro passato. Eva è una donna che ha appreso da un padre distante un atteggiamento pragmatico e razionale. La tragica fine del rapporto con il marito e l’impossibilità di essere madre l’hanno fatta aggrappare ancora di più ad un lavoro in cui proprio pragmatismo e razionalità sono bussole che garantiscono un sicuro successo. Per lei Al Masih non può essere altro che un impostore e a dimostrare questo assunto si dedica con la stessa fede acritica che i suoi seguaci mettono nell’adorarlo. Simile discorso per Aviram a cui il passato ha insegnato come la religione sia solo una menzogna dietro cui nascondere la crudeltà di azioni che portano la morte. Al Masih non può che essere l’ennesimo paravento dietro cui si muovono forze il cui fine ultimo non può che essere un dramma da scongiurare.

Sia Eva che Aviram accolgono, quindi, Al Masih, ma senza comprenderlo. Perché non si fermano ad ascoltarlo come fa invece Will che trasforma accogliere in comprendere. Perché, in fondo, è questa la lezione che Messiah vuole dare ai suoi spettatori. Non importa chi sia a portare un messaggio di pace, se il messia inviato da un dio misericordioso o un folle abile a ingannare le masse. Un messaggio non va solo accolto o meno, ma soprattutto compreso.

Ed è questo lo sforzo che bisognerebbe fare. Sempre.

Messiah: la recensione
3.8

Giudizio complessivo

Una serie che sa mantenere l’attenzione dello spettatore invitandolo a riflettere sul cosa invece che concentrarsi sul come

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