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Masters of Sex

Masters of Sex: recensione episodio 4.01 – Freefall

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Master of Sex riparte dopo una stagione sgangherata, forse la più sgangherata della recente storia della serialità televisiva di qualità. Sì, perché Masters of Sex è (era) un prodotto di qualità, iniziato con una grandissima prima stagione, il cui livello è stato replicato, a tratti, nella seconda, ma successivamente sprofondato al terzo anno.

Curioso, quasi autoironico, che il primo episodio di quest’anno si intitoli Freefall. Spostato dalla stagione estiva alla stagione autunnale, quella che conta con i prezzi più alti per le inserzioni pubblicitarie, Masters of Sex è ora chiamato alla prova da non sbagliare. Una prova che il team di Michelle Ashford decide di affrontare con un primo episodio molto semplice, cucito bene, ma nello stesso anche un po’ banale. Dopo master of sexaver distrutto il Dr. Master sul finale della scorsa stagione, colpendolo dal punto di vista sentimentale, lavorativo, reputazionale, Freefall non poteva che iniziare con il classico dubbio di “chi sono io?”. Bill ce lo dice chiaramente: non è più un dottore, non è un ginecologo, non è un padre, un marito o un amante. Eppure, in questo suo vagabondare alla ricerca e alla non ricerca di sé stesso  (a parte bere non è che faccia poi molto), Bill ha ancora ben saldo un appiglio su cui contare per tornare in sella: è un uomo di scienza e, come gli ricorda Betty, bravissimo a risolvere quegli enigmi intricati che spesso si rivelano essere i pazienti, le persone che hanno bisogno di lui.

Dopo aver tratteggiato (in una bozza) la caduta di Bill, non ci vuole molto per riabilitare il personaggio, rimettendolo subito in sella. Due i finali tragici che vengono proiettati di fronte al cammino di William: ubriacone e barbone, la seconda opzione è più che sufficiente per capire di essere caduto troppo in basso (ah, sì?), di aver raschiato il barile (quando?) e di essere pronto per risalire, rasando via la barba e spezzando al contempo i cuori di milioni di fan. Nel suo continuamente essere ripetuta, la metafora del paracadute e dell’abbandono alla fede, risulta essere non poco irritante, facilotta e, soprattutto, molto convenzionale. Roba da elementari della sceneggiatura, quelle robe che, se le senti in una fiction italiana, ti strappi i vestiti  prima che ti parta l’embolo. Ma essendo un prodotto americano, gli si perdona pure questa.

D’altra parte, a Virginia, non è che vada molto meglio. Scaricata dal marito a Las Vegas dopo un matrimonio lampo, si Master of sexprende una ciucca che la porta senza troppi giri di pensiero a trovare un surrogato sotto le lenzuola. Quale sarà il percorso di Gini quest’anno è subito chiaro: la realizzazione personale di sé stessa, come donna di successo, in un mondo dove solo gli uomini raggiungono i traguardi più importanti. In realtà sarebbe un po’ un tema diffuso lungo tutta la serie, ma con Freefall diventa per la donna ancor più pressante. La segretaria di Hefner la descrive come una via di mezzo fra una coniglietta e una studiosa. Lasciando da parte ogni immagine sessuale, anche per Gini vale il discorso di non sapere chi sia in realtà. Proverbiali come sempre le parole dell’oca Boris in Balto: “Non è cane, non è lupo, sa solo quello che non è”. Nonostante riesca a smascherare l’impostore, venendo attorniata da un nugolo di fan, come le ricorda Hugh Hefner, Gini non è niente senza Bill, senza un uomo accanto. Tutto attorno a sé Gini non fa che trovarsi persone di successo: il leader della stampa maschile, il più grande ricercatore e ginecologo americano, il magnate del settore dei profumi, come se il personaggio di Lizzy Caplan esistesse solo  di riflesso ad un altro protagonista.

E’ la condizione sociale che le femministe tentano di ribaltare togliendosi i reggiseni e nella quale rimane mastercoinvolta fin da subito Libby, tornata versione snob, irritante come all’inizio della serie, prima della classe e con un odio profondo per l’ex marito. Donne che puntano ad essere considerate alla pari degli uomini, non più solo per il loro corpo, ma per quello che hanno da dire, per la loro testa, per la loro preparazione accademica. Donne che puntano ad esistere in società indipendentemente dai mariti, non più “signora Master” o “la moglie di”, ma singoli individui di una società paritaria.

E mentre davanti alla televisione molte donne sono lì che ancora aspettano la benedetta parità, entra in scena Hugh Hefner, nel ruolo di psicologo terapeuta di copppia e deus ex machina: sarà il suo intervento a ripristinare, di punto in bianco, la coppia scoppiata, che a questo punto, durante la stagione, dovrà dimostrare di essere in grado di rimanere insieme (visto che il lavoro più difficile l’ha già fatto qualcun altro per loro).

La puntata si chiude con Bill che inizia a scontare la propria condanna ai servizi sociali, parlando alla classe scolastica di San Giuseppe. Due le dicotomie della scena: Bill che parla della figura del padre più famoso al mondo, lui che, a fare il padre, non è mai stato capace, e il dottore esperto di sesso costretto a frequentare la scuola bigotta religiosa. Ma Bill è contemporaneamente anche il figlio, Gesù, che un padre vero non l’ha mai avuto ed è chiamato a portare la luce della billconoscenza nel mondo, e Giuseppe, cornificato da qualcosa al di fuori della propria comprensione (ad altri il compito di polemizzare su tali paragoni). C’è una regola non scritta in sceneggiatura che recita più o meno così: “Fai un bel finale e la gente si ricorderà di te. Deludili alla fine e per te non ci sarà speranza”. (Si parlerebbe anche di sorpresa, ma soprassediamo) Freefall è questo. Una puntata scarsamente originale che porta in gioco concetti mille volte visti e rivisti, messi in scena con una velocità eccessiva. E poi arriva il finale, un bel finale, che costringe Bill a confrontarsi con quello che non capisce e non accetta, scendere a compromessi (era sempre stato contrario al coinvolgimento di Playboy), smettere di essere il duro e puro e continuare il suo processo di umanizzazione (ma senza barba).

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4.01 – Freefall
  • fai un bel finale
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