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Marco Polo

Marco Polo: Recensione della seconda stagione

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Se vogliamo fare paragoni, questa seconda stagione di Marco Polo ha un pizzico di Game of Thrones con un tocco politico alla House of Cards. Ma siccome analizzare una serie partendo esattamente dal trovare gli show più simili ad essa potrebbe portare la stessa analisi completamente fuoristrada, proseguiamo ignorando quel paragone iniziale. Anzi, diciamo che ho dato un’indicazione molto generale per dare un’idea a tutti coloro non hanno mai visto Marco Polo su Netflix, ma che per puro caso si sono ritrovati a leggere queste righe. Marco Polo

La seconda stagione di questo telefilm potrebbe anche non chiamarsi Marco Polo. Se infatti durante i primi dieci episodi il punto di vista del ragazzo veneziano era il punto di ingresso per lo spettatore nel mondo del Khan della Mongolia, durante i successivi dieci lo pseudo protagonista si fa da parte. La forza corale dei personaggi è una delle chiavi vincenti: di Marco ad un certo punto se ne perdono le tracce, e se non fosse per qualche azione sporadica qua e là, quasi si perde l’interesse per lui nonostante una performance notevole del nostro Lorenzo Richelmy. Si tratta di un sacrificio forse anche necessario per poter concentrare maggiormente la narrazione su dei personaggi che non sono stereotipati, ma anzi fanno della loro umanità un punto di forza.

Tra tutti spicca Benedict Wong che con il suo Kublai Khan ci regala uno dei personaggi meglio riusciti della serie: potrai anche essere l’uomo più potente di un continente intero, ma ciò non ti impedirà di provare qualcosa ogni volta che togli la vita (bambino o adulto che sia) o quando vieni tradito da quelli che consideri i tuoi figli. Per non parlare dei rapporti problematici in famiglia che diventano veri e propri problemi di stato: ecco Kaidu che cerca di portare via il trono a Kublai in maniere legali e illegali allo stesso tempo, fornendo una possibilità fantastica per la serie di approfondire tutta una serie di problematiche politiche ancora oggi attuali. Il confronto verbale tra i due contendenti al trono, l’integrazione tra religioni diverse, i rapporti col mondo oltre quello delimitato sia da semplici confini geografici sia dai limiti imposti dal proprio corpo, il rispetto e l’importanza della propria tradizione contro la diversità delle altre culture: non manca davvero nulla in questa serie. I legami familiari sono quelli più importanti: il tradimento di un figlio, non è importante se di sangue puro o adottato, è il peggior crimine che possa esistere; nulla è invece più confortante che sentire ancora una volta il caldo abbraccio dell’amore quando esso sembrava essere perduto.Marco Polo

Il filo principale di questa seconda stagione è più ingarbugliato di quanto possa apparire: Ahmad per quanto abbia tutte le carte in regola per essere un “cattivo perchè si” è mosso in realtà da motivazioni talmente profonde e nate talmente tanto tempo prima di essere risvegliate del tutto, da presentarsi sulla scena con una personalità doppia che influisce anche su tutto quello che abbiamo visto di lui nel corso della prima stagione. È lui a tessere le fila per la caduta di Kublai per mano di Kaidu (alla fine a determinare il vincitore non è lo scontro verbale ma quello fisico), lui che agita la marea per tenere ancora vivi e attivi i sostenitori ribelli della dinastia Song (il tocco rivoluzionario non può mai mancare), lui stesso a generare e plasmare la sua caduta.

C’è anche un insegnamento, quasi velato, che questa seconda stagione vuole suggerire: che la Storia, quella intesa alla maniera di Erodoto, si ripete sempre. Tutto ciò che viene tramandato dal passato può essere studiato e metabolizzato quanto si vuole, ma gira e rigira gli uomini compiranno sempre gli stessi errori sempre guidati dalla stessa cosa: la sete di potere. Ecco dunque gli eserciti che si affontano in battaglia, con una guerra fatta di strategia e trovate fuori dall’ordinario (e anche un po’ spettacolari, se si pensa ai cavalli infuocati).Marco Polo

In Marco Polo non tutto deve avere necessariamente un colpo di scena per essere apprezzato: il gusto della narrazione è qui privilegiato rispetto alle scelte narrative di altre serie improntate a spiazzare lo spettatore. Tra spettacolarità e narrazione ardita (il Prete Gianni…), sullo sfondo di scenografie fantastiche e con una sceneggiatura solida, seppur non priva di qualche sbavatura, Marco Polo si propone come uno show familiare per chi si intende di serialità, ma allo stesso tempo prova a esplorare sentieri geografici e narrativi finora non battuti. Con racconti di luoghi lontani e affascinanti, dove lo storico e il mitico si confondono fino a diventare un’unica grande realtà, la serie che mostra un Oriente che gira sulle stesse motivazioni dall’Occidente che ben conosciamo, merita ampiamente una terza stagione dove si può, anzi si deve, migliorare per tentare di entrare a buon ragione tra le serie cult degli ultimi anni.

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Recensione della seconda stagione
  • Assolutamente da rinnovare
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