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Cinema

Mank: un capolavoro per cinefili – Recensione del film di David Fincher disponibile su Netflix

Mank: la recensione
Netflix

Titolo: Mank
Genere: biografico, drammatico
Anno: 2020
Durata: 2h 12m
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jack Fincher
Cast principale: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Tuppence Middleton, Arliss Howard, Charles Dance, Tom Burke, Monika Gossmann, Tom Pelphrey, Joseph Cross

Alle volte i numeri si incastrano formando combinazioni che hanno quasi un non so che di magico. David Fincher ha oggi 58 anni ossia quasi la stessa età che aveva suo padre Jack quando scrisse la sceneggiatura di un film che entrambi avrebbero voluto realizzare insieme. Ci sono voluti 30 anni spesi a far diventare il figlio uno dei registi più in vista ad Hollywood. Ma alla fine il sogno di padre e figlio si è avverato anche se intanto Jack è purtroppo morto. Senza poter vedere che capolavoro David ha realizzato con Mank.

Mank: la recensione
Mank: la recensione – Credits: Netflix

Tra Citizen Kane e Don Chisciotte

Nel 1940 l’allora neanche esordiente Orson Welles firmò un contratto con la RKO per dirigere, scrivere ed interpretare due film su cui avrebbe avuto il completo controllo creativo. Per la sceneggiatura di uno dei due, Welles contattò Herman J. Mankiewicz che aveva collaborato con lui per la stesura di alcune opere teatrali. Il film, inizialmente intitolato The American, sarebbe poi diventato noto come Citizen Kane (Quarto potere in Italia) finendo per essere uno dei migliori della storia del cinema. Mank (dal soprannome di Mankiewicz) è  il racconto di chi quel capolavoro lo ha scritto. La storia delle ossessioni che lo hanno portato a vincere un Oscar per quella che sarebbe stata la sua ultima sceneggiatura completa.

Fincher non si addentra nell’annosa querelle su chi tra Mank e Welles fosse il vero autore di Citizen Kane. Probabile che lo fossero entrambi con Mank responsabile della prima stesura e Welles a ritagliare ed aggiungere scene di suo pugno. Quel che interessa a Fincher è l’uomo Mank più che lo sceneggiatore. Proprio come Citizen Kane, Mank si svolge più nel passato del suo protagonista che nel presente in cui scrive la sceneggiatura, mentre è immobilizzato a letto assistito da una professionale infermiera tedesca (Monica Gossmann) e una combattiva dattilografa inglese (Lily Collins).

Il film di Fincher è il racconto di un uomo che ha attraversato il momento in cui il cinema stava scoprendo che il suo potere poteva andava oltre il semplice intrattenimento a basso costo. Un cinema che, nel passaggio dal muto al sonoro, si stava reinventando proprio mentre l’America usciva dalla crisi del Ventinove e si apprestava a diventare una potenza mondiale. Una Hollywood che era ancora guidata da produttori come Louis B. Mayer, proprietario della Metro Goldwyn Mayer, che si ergevano a padroni assoluti del destino di registi, attori e sceneggiatori. Un’industria che doveva ancora scoprire come sfruttare la sua forza. Per questo si lasciava consigliare dal mondo della carta stampata dove magnati come William Randolph Hearst potevano innalzare sugli altari o affossare nella polvere ogni personaggio pubblico.   

In questo ribollire perpetuo di opportunità e pericoli, Mank si muoveva con l’ironia distaccata di chi rifiuta di rendere onore ad un potere nascente. Un uomo che quel mondo conosce troppo bene per chiudere un occhio sui suoi difetti e sull’ipocrisia e la falsità che rischiano di essere quasi delle colonne portanti. Un personaggio che non può fare a meno di essere sincero e che non riesce a non urlare le proprie verità anche quando sarebbe meglio tacere a favore di un quieto vivere che nessuno ti rinfaccerebbe mai.

Mank finisce per essere un don Chisciotte anomalo perché consapevole che quelli contro cui va a scontrarsi sono invincibili mulini a vento. Ma parte ugualmente lancia in resta pur sapendo che non c’è speranza di vittoria e, forse, neanche motivo di dar battaglia perché di quel mondo fa parte anche lui tanto da doversi stordire con alcool e gioco d’azzardo per dimenticarsene. Fino a sublimare il suo astio verso quel William Randolph Hearst che ispirerà il personaggio di Charles Foster Kane. Colpevole non tanto di essere il magnate senza scrupoli, ma piuttosto di aver fatto capire a Mank quanto il suo essere don Chisciotte lo abbia, infine, fatto vedere come il buffone di corte.

Mank è a prima vista la storia della genesi di Citizen Kane. Soprattutto è, però, il ricordo di chi non si è mai vergognato di comportarsi come don Chisciotte.

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Mank: la recensione
Mank: la recensione – Credits: Netflix

Un omaggio al cinema degli anni 40

Con Mank David Fincher rinuncia alla sua cifra stilistica pur mantenendo il perfezionismo che l’ha reso famoso. Questa dote viene qui messa completamente al servizio della sceneggiatura. Non solo come omaggio postumo al lavoro del padre. Ma soprattutto perché una storia così profondamente radicata nel cinema degli anni 40 non poteva che essere messa in scena esattamente come se di quel cinema facesse parte. Da qui la scelta di un bianco e nero autentico e spogliato anche di quella patina artistica che c’era in Roma di Alfonso Cuaron. Mank adotta le stesse soluzioni stilistiche, un identico uso della musica e degli effetti sonori, un uguale transire da un periodo temporale all’altro. Un film è girato oggi, ma è solo la data di rilascio a impedire che lo si confonda con un film di ottanta anni fa.

Mank è anche un continuo portare sullo schermo personaggi che hanno scritto la storia del cinema. Molto spazio è dedicato a Louis B. Mayer il cui dispotismo mascherato da modi affabili emerge qui molto più che nel cameo visto in Judy. Minor minutaggio è riservato a William Randolph Hearst, ma solo perché la sua è una presenza costante che si impone ancora di più perché il suo nome e il suo potere si esercitano anche nell’assenza. Severo è il ritratto di Irving Thalberg dipinto come un opportunista privo di scrupoli lasciando da parte i successi che lo hanno portato a meritarsi un nome nell’olimpo del cinema.

Più affettuoso è, invece, il ritratto della corte che girava intorno a Mank il cui membro più famoso diventerà il fratello Joe, vincitore di due Oscar come regista e due come sceneggiatore. Bonario appare John Houseman che provò a mediare tra Mank e Orson Welles che è descritto, invece, come fin troppo sicuro di sé stesso fino a diventare arrogante.

Gran parte del merito per la riuscita caratterizzazione di questa vasta coorte di personaggi va a un cast impeccabile. Ma ad emergere sono soprattutto Gary Oldman e Amanda Seyfried. Il talento gigioneggiante dell’attore britannico si sposa perfettamente con la descrizione del carattere del vero Mank. Ne risulta una adesione perfetta tra attore e personaggio lasciando facilmente prevedere una candidatura all’Oscar per Oldman. Come pienamente meritata sarebbe la nomination per Amanda Seyfried. La bellezza levigata dell’attrice statunitense rende naturale identificarla con la vera Marion Davies, moglie di Hearst e attrice raffinata. Lei va comunque oltre riuscendo a mettere in evidenza le note salienti di una persona che mascherava la propria intelligenza per meglio apparire come diva inarrivabile.

Mank è l’omaggio a un cinema che scopriva la propria grandezza, ma è anche un regalo di Fincher ai cinefili di ogni epoca.

Mank: la recensione
Mank: la recensione – Credits: Netflix

Una lunga attesa finita nel momento giusto

Mank arriva con trent’anni di ritardo rispetto a quanto Jack e David Fincher avrebbero voluto. Un’attesa inevitabile perché Jack non aveva firmato prima altre sceneggiature e David non era ancora un nome capace di attirare gli spettatori a prescindere. E di questo c’era assolutamente bisogno perché Mank è un film in bianco e nero su un personaggio poco noto al grande pubblico. Confezionato per di più in uno stile distante anni luce dal cinema moderno. Una scommessa resa possibile da Netflix che, nella sua ormai ossessiva caccia all’Oscar, lascia spesso il pieno controllo creativo a registi che vogliano puntare alla qualità artistica anche a scapito del successo di pubblico.

Eppure, paradossalmente, Mank arriva al momento giusto. Impossibile, infatti, non paragonare i cinegiornali artefatti di Mayer e gli articoli scandalistici dei giornali controllati da Hearst per affossare la candidatura di Upton Sinclair a governatore della California alle fake news che oggi vengono diffuse ad hoc per danneggiare questo o quel personaggio sgradito ad un certo establishment. Una storia di ottanta anni fa che dimostra come il vento malsano delle fake news non sia iniziato a soffiare da quando esistono i social e la rete, ma da molto prima.

Con Mank David Fincher realizza un film perfetto in ogni suo aspetto. Regia, fotografia, sceneggiatura, recitazione. Niente è fuori posto o imperfetto. Un gioiello destinato a brillare nella già ricca corona che il regista può indossare. Ma anche un’opera che può risultare ostica e respingente per un pubblico generalista, per spettatori che poco conoscono ciò di cui si parla e che sono comprensibilmente estranei ad uno stile volutamente retrò.

Ma qui siamo su un sito di critica cinematografica. A dettare legge qui deve essere solo la qualità dell’opera e non se voglia o meno piacere allo spettatore. E Mank è un film che fa della qualità la sua bandiera. Proprio ciò che ci vuole per un dieci e lode.

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Mank: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
5

Giudizio complessivo

Un film fatto troppo bene per non meritare l’appellativo di capolavoro nonostante sia un’opera che può essere apprezzata a pieno solo da cinefili e cultori del cinema delle origini

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