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Manhattan

Manhattan: Recap della Prima Stagione.

Quando si sente parlare di una serie storica (dato che parliamo di 70 anni fa, definirla ‘in costume’ forse non è propriamente corretto) c’è sempre quell’iniziale punto interrogativo: sarà all’altezza, sarà interessante, varrà il mio tempo? Nel mio caso sono domande che mi pongo alla fine e non all’inizio, perché quando sento parlare di serie ‘storica’ (le virgolette hanno un loro perché) mi si rizzano le antenne e che si parli di due, dieci, duecento anni fa potete star certi che la guarderò, non importa di cosa parli. Con Manhattan riscopriamo quel fascino un po’ retrò a cui già Masters of Sex ci aveva introdotti, l’anno scorso, e con cui Mad Man ci ha coccolato per tanti anni: i costumi, gli ambienti, i dialoghi sono tutti molto realistici e proviamo empatia verso personaggi che non avremmo mai pensato di apprezzare – una serie con formule e schemi matematici, ammettiamolo, non invoglia particolarmente il pubblico.

2cb81b40-fbdb-0131-6ddc-0aa0f90d87b4Il progetto Manhattan è stato quello che ha permesso la realizzazione della prima bomba atomica, che poi sarebbe risultata cruciale per la conclusione della Seconda Guerra Mondiale. La serie è ambientata sulla ‘Collina’, uno dei siti del progetto (Los Alamos, New Mexico), dove scienziati di ogni parte d’America  lavorarono per cercare di battere sul tempo le proprie controparti tedesche, fabbricando per primi la bomba. La teoretica collaborazione di tutti gli scienziati, tuttavia, vede procedere due progetti separati: il primo, più popolare e maggiormente finanziato, fa riferimento a Reed Ackley e cerca di sviluppare la bomba detta ‘Thin Man’; il secondo, con un budget e un gruppo di scienziati ridotto, lavora sulla teoria dell’implosione e fa riferimento a Frank Winter (ispirato, anche se in maniera molto sottile, al reale scienziato Seth Neddermeyer). E’ tuttavia quest’ultimo gruppo ad essere il vero protagonista della serie e quello che la rende interessante non sono tanto i calcoli matematici o una lotta di potere tra nerdoni – perché di questo, sostanzialmente, si tratta – ma i rapporti tra i diversi scienziati, i loro sogni, le speranze di ciascuno e la delusione nel vederli svanire o la gioia quando li vedono realizzarsi. La storia in sé è complessa ma non più di un drama qualsiasi e questo è un vantaggio: uno spettatore costretto a guardare per 40 minuti solo formule o scarabocchi su una lavagna non guarderebbe mai il secondo episodio di buon grado. Manhatan non fa questo errore, non si concentra solo sulla parte scientifica e questo costituisce un sostanziale punto in più.

7434243-ny-tv-serie-om-arbejdet-p-atombombenLo scenario che fa da sfondo alla vicenda è un ambiente desertico, lontano mille miglia da qualsiasi forma di civiltà che non siano gli indigeni locali. E’ una scelta, oltre che realistica, vincente poiché serve al tempo stesso ad isolare il campo dal mondo esterno e slegarlo dalle ‘distrazioni’ della guerra ma anche a concretizzare le vicende al suo interno, ricordandoci sempre con dolorosa concretezza che ci sono uomini che stanno morendo, giorno dopo giorno, e la costruzione della bomba è quello che potrebbe porre un definitivo freno a questo massacro. C’è però da aggiungere anche che l’altruismo si scontra, quasi ad ogni passo, con un sentimento diverso: l’orgoglio, la vanità, il desiderio di potere. Se Frank è quello che, con il suo piccolo gruppo, pensa alle vittime e cerca con tutte le sue forze di portare avanti l’idea dell’implosione, che sa essere realizzabile, dall’altra c’è Ackley che, pur non disdegnando i giovani al fronte dai propri pensieri, è più preoccupato della propria posizione prestigiosa che della buona riuscita di un progetto che, proprio come ammette lui stesso, ha delle lacune gravi e forse insormontabili.

bQUJOKiLa cura dei dettagli, in questo piccolo villaggio isolato dal mondo, è quasi maniacale. Si può osservare affascinati i telefoni d’epoca e il modo in cui la tecnologia veniva vista – in modo tanto diverso dal nostro e non così essenziale come accade al giorno d’oggi – per non parlare dei vestiti, semplici eppure curatissimi per corrispondere al carattere e alla vita di ciascuno dei personaggi, o degli ambienti domestici, che pur seguendo il concetto dei ‘balloon frame’ vengono personalizzati da dettagli e oggetti. Da ‘case’ diventano case, benché la differenza tra ‘house’ e ‘home’ sia più chiara in inglese, a tale proposito.

Chi abita queste piccole case? Arriviamo ad analizzare, infine, i personaggi della storia. Frank Winter, burbero ed inavvicinabile, è tuttavia una figura molto enigmatica e pratica che riesce proprio con quest’ultimo tratto a guadagnarsi immediatamente la simpatia del pubblico. Charlie Isaacs è tutt’altra storia. Charlie parte da genio brillante, viene poi sballottolato tra Winter e Ackley fino a non capire più nemmeno lui da che parte stia effettivamente ed, infine, proprio grazie a Frank (anche se lui questo ancora non lo sa), è nelle sue mani che approda il progetto, ormai unificato. Bellissima anche la sfumatura fornita ai personaggi di Paul Crosley e della spia Jim Meeks, 6-Manhattan_02120rispettivamente Harry Lloyd e Christopher Denham. La componente femminile, invece, ha come rappresentante degna di nota forse unicamente Liza Winter e, in parte minore, Helen Prins; la prima, inizialmente relegata a disoccupata, si batterà per ottenere un posto più rilevante nella vita della comunità di Los Alamos, fino a scoprire da sé che le radiazioni stanno mettendo in pericolo personale e non del progetto. E’ questa la figura femminile che mi piace vedere: forte, indipendente, incapace di sottostare al dictat di una società spaventata dalle sue capacità e dunque in grado di battersi per far valere sé e le proprie idee. A modo suo anche Helen, unica donna scienziato in mezzo a un mare di uomini, ha il suo appeal. Diversamente dalla moglie del buon Isaacs, Abby, che nulla è stata capace di fare per tredici episodi tranne frignare, origliare e prendere il sole.

Sulla pagella, se Manhattan ne avesse una, avrebbe tranquillamente un otto e mezzo. La serie è ben strutturata, riesce a gestire una realtà drammatica e complessa, immersa nel mondo della fisica, senza annoiare ma facendo crescere il livello di pathos di episodio in episodio. Dopo un incipit un po’ lentino, ha ingranato bene la marcia, portando il climax della tensione al limite, proprio nell’ultimo episodio, facendoci ringraziare il cielo che una seconda stagione non sia solo un miraggio ma una concreta realtà. Promossa.

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