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Cinema

Maleficent: la recensione

Una Malefica come non l’avete mai vista. Sì, i bisbigli sul nuovo film nato dalla penna Walt Disney in uscita nelle sale il 28 Maggio lasciava presagire con un misto di agitazione ed impazienza che, ancora una volta, la ormai quasi centenaria casa cinematografica americana non ci avrebbe deluso. 

Questa volta, la Walt Disney ci fa dono di una storia che perde il suo carattere scontato e prevedibile per divenire mezzo indiscusso di riflessione agli occhi di un pubblico fatto di nostalgici bambini dell’era VHS e adulti precipitatisi ad osannare pregiudizievolmente la Jolie, lontana dal grande schermo oramai da anni. Maleficent1

Come era già successo per il lungometraggio “Biancaneve e il cacciatore”, gli sceneggiatori non mancano di inventiva e creatività, ma qui la storia viene girata e rigirata come una frittella ai fini di produrre uno pseudo-classico antitetico che, lungi dal narrare la storia della bella addormentata nel bosco, assume saldamente come figura principale la strega Malefica. I capisaldi della fiaba classica vengono a cadere uno a uno nel momento in cui lo spettatore si ritrova l’antagonista per eccellenza nei panni della protagonista.

Quasi a ricalcare una sorta di prequel, il film parte mostrandoci la vita felice e spensierata della piccola fata malefica nella Brughiera, un regno incantato al confine con quello degli umani. Già dalle prime immagini, lo spettatore ha bisogno di stropicciarsi gli occhi più volte, di fronte ad una Malefica molto lontana dalla malvagità con la quale l’avevamo conosciuta: cortese verso gli altri esseri fatati, sorridente e serena, addirittura misericordiosa nei confronti di un piccolo ragazzino intrufolatosi nella brughiera per rubare delle gemme. Il ragazzino si scopre essere Stefano –futuro re-, e con lui la fata instaurerà un timido rapporto di amicizia che si trasformerà in un tenero amore. Ma questo rapporto era destinato a finire già dall’inizio: non tanto per la diversità che contraddistingueva i due amici, l’una fata, l’altro umano, ma perché a differenza di Malefica, Stefano, con l’avanzare degli anni, viene risucchiato sempre di più dai vanesi e avidi giochi di potere a corte.

L’allora re decide di portare la guerra nella Brughiera, pronto ad uccidere la fata di cui tanto aveva sentito parlare, ma il suo tentativo fallisce miseramente; ferito a morte, ordina ai suoi dignitari di portargli la testa della fata: chiunque riuscirà a compiere tale dovere e a riscattarlo, sarà ricompensato con la corona. Stefano dunque, fiero e consapevole di avere un ignobile vantaggio di nome fiducia, dopo tanti anni passati separati si ripresenta da Malefica; la fata, ignara in cosa Stefano si sia trasformato, lo perdona per la sua lunga assenza. Durante la notte, però, Stefano le somministra una pozione. Incapace di ucciderla nel sonno, le taglia via le ali, autoconvincendosi di averlo fatto per il bene di lei e per permetterle di continuare a vivere.

Privata della sua maggiore fonte di potere, Malefica si chiude in se stessa, diventando cupa e triste. Ma dolore ed amarezza si trasformano in una furente rabbia nel momento in cui viene a sapere che Stefano le ha tagliato le ali per impadronirsi della corona. Al suo deficit fisico, la perdita delle ali, Malefica decide volontariamente di affiancare un deficit sentimentale: dura, fredda, anaffettiva, la fata si propone come unico scopo quello di tormentare Stefano e di recargli la stessa gratuita sofferenza che lui aveva procurato a lei e da qui la storia sembra riprendere da dove l’avevamo lasciata nel lontano 1959. L’occasione si presenta durante la grande festa per la nascita della figlia di Stefano, Aurora: Malefica appare all’improvviso e beh, sappiamo già come va a finire. Ma, con il tempo, Malefica si scopre incapace di riversare sulla piccola innocente Aurora la cattiveria destinata, invece, a Stefano: una cattiveria che ha conosciuto a causa sua e che si scoprirà non essere capace di provare mai. Contrariamente da come ci si sarebbe aspettati, Malefica tiene d’occhio Aurora più di quanto sono capaci le tre piccole fate: suo malgrado, pur non volendo ammetterlo, prova nei suoi confronti un amore che avrebbe volentieri donato a Stefano, se solo glielo avesse concesso. Il legame che unisce Malefica e Aurora, le quali hanno la possibilità di conoscersi meglio durante gli anni, la porta persino a tentare di interrompere il maleficio, cosa che però non le riesce. Nonostante Filippo le scocchi il bacio del vero amore (un’inutile comparsa che, a mio avviso, hanno inserito solo per la troppa lealtà alla storia originale), la piccola principessa non riesce a svegliarsi dall’incantesimo. Ma, ancora una volta, è Malefica la chiave di volta della storia: è lei che, con il suo amore sconfinato, riuscirà a risvegliare la piccola Aurora.

Maleficent3Malefica sembra infatti incarnare l’ormai radicato ed incrollabile dualismo della madre severa e amorevole allo stesso tempo: causa della sofferenza di Aurora, ma anche l’unica capace di porvi fine. La storia ci punzecchia su quel famoso principio dinamico secondo il quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e ci mette sull’attenti: ogni azione è il frutto di un’altra azione precedentemente ricevuta. Malefica, ignara del male del mondo, è costretta a farci i conti, adattarsi e controbattere alla pari. In questo caso, però, si tratta di un’azione sconsiderata: il maleficio su di Aurora. Questa rabbia che Malefica prova, anzi, finge di provare per darsi contegno e mostrarsi forte, infatti si dissipa lentamente nel corso degli anni, lasciando spazio all’unico vero sentimento capace di provare, l’amore; al contrario invece Stefano, quel ragazzino di umili origini che non aveva esitato a mostrare il suo affetto alla fata sin dall’inizio, viene divorato da una sete di inamovibile vendetta nei confronti di Malefica. La questione ormai non riguarda più la sua piccola e dolce figliola, alla quale l’assatanato re rivolge un gelido e vacuo sguardo quando la vede la prima volta dopo sedici anni, ma l’orgoglio di aver subito un torto nonostante fosse stato lui a compierne uno per primo, diventa il fulcro della sua esistenza. Di fronte alla morte, ancora una volta i personaggi incarnano due ruoli significativamente diversi: l’occhio esperto riconosce l’indulgenza nel gesto di Malefica di risparmiare la vita di Stefano nonostante il male arrecatole, mentre Stefano è la brutale determinazione di un uomo insensibile a qualsiasi cosa che lo conduce alla morte. Il cattivo diventa il buono ed il buono il cattivo: sulla scia della dicotomia che ha contraddistinto l’intero film, come suggerisce alla fine la voce fuori campo di Aurora, nessuno può essere etichettato per quello che è o non è: si può essere, al contempo stesso, buoni e cattivi senza lasciare alle nostre azioni la possibilità di definirci.

Il film si presenta come un moderno capolavoro grazie alla fusione di riferimenti al vecchio e l’enorme spazio lasciato al nuovo: il nero corvo gracchiante che, con una genialata un po’ scontata, diventa l’umano Fosco; la storia narrata dal punto di vista di Aurora, che in origine era la protagonista; il modo in cui le vite di Malefica e Stefano s’incrociano, nel tentativo di far sembrare ragionevole e motivato il gesto di Malefica e così via. Ma la qualità del film s’innalza di gran lunga grazie alla strepitosa performance della Jolie. Il ruolo, fatto di amari sorrisi di rancore, ammiccamenti di malvagità ed espressioni imbronciate sembra essere stato scritto apposta per lei, fatto risaltare soprattutto dall’accurata scelta di un cast d’attori piuttosto anonimo. Un copione fatto di pochi dialoghi, che parla con le espressioni del volto e su questo, alla Jolie, non si può dire niente.

Ma ciò che si può dire è che la Disney ha sfornato un altro bel bimbo degno della lode. Nella speranza che, in futuro, siano tutti così!

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