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Making a Murderer – e quel che resta dopo: Recensione della Seconda Stagione

Making a Murderer - Recensione della Seconda Stagione
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Non manca poi troppo alla fine di questo 2018. Inevitabili arrivano le classiche liste dei più dell’anno: i film più visti, le star più amate, le serie tv più seguite. Non si sottrae a questo gioco neanche Netflix. Il colosso dello streaming, dato il peculiare modo in cui rilascia i suoi prodotti, trova quasi ovvio fare una classifica degli show più bingewatchati. Un orrendo inglesismo intraducibile in italiano ma il cui significato ogni appassionato comprende al volo!

E, a sorpresa, tra questi compare in una prestigiosa seconda posizione quella che una serie vera e propria non è: la seconda stagione di Making a Muderer.

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Making a Murderer - Recensione della Seconda Stagione

Credits: Netflix, Making a Murderer – Recensione seconda Stagione

Making a Murder: una docuserie destinata al successo

Per quanto inatteso possa essere tale risultato, è in realtà facilmente spiegabile. Making a Murderer, infatti, non è un prodotto di fantasia. È piuttosto un documentario in dieci episodi sul caso giudiziario di Steven Avery e Brendan Dassey. Come esaurientemente mostrato nella prima stagione, i due protagonisti sono stati accusati e condannati per l’omicidio della giovane fotografa Teresa Halbach del cui cadavere sono stati trovati solo pochi resti carbonizzati.

Un caso che si è imposto all’attenzione della cronaca per i troppi lati non chiari. Perché forte è il sospetto che le prove contro Steven siano state fabbricate ad arte come punizione per la causa intentata contro la polizia. La polizia che gli aveva fatto scontare diciotto anni in carcere per una violenza sessuale. Accusa da cui era stato poi scagionato. E perché il sedicenne Brendan è stato incolpato in seguito ad una confessione che sembra essere stata estortagli approfittando del suo basso quoziente intellettivo e dei metodi non proprio limpidi degli investigatori.

La prima stagione di Making a Murderer aveva catturato l’attenzione degli spettatori proprio grazie ad un’indagine accurata. Questa aveva poi suscitato il drammatico sospetto che due innocenti fossero stati condannati all’ergastolo ingiustamente portando alla nascita di comitati spontanei che ancora chiedono giustizia. Inevitabile, quindi, che la seconda stagione fosse tanto attesa perché risponde alla più ovvia delle domande: cosa è successo dopo? Dove sono ora Steven e Brendan? Quali sviluppi ci sono stati?

Domande che nascono spontanee dopo ogni season finale, ma che stavolta sono rese ancora più pressanti dall’essere riferite a personaggi reali e non di finzione.

Un cambio di prospettiva

A fare di Making a Murderer molto più di un documentario tanto accurato quanto asettico e a renderlo perciò ancora più degno di lode è l’attenzione partecipe alle persone più che alla storia. Perché sono ovviamente di fondamentale importanza la ricerca della verità e la battaglia per la liberazione di due innocenti (o, più correttamente, due ritenuti innocenti). Ma è altrettanto interessante domandarsi che cosa resta dopo la condanna.

Le parole sicure e tranquille di Steven e i discorsi a monosillabi di Brendan sono voci distanti dal di dentro. Voci  che raccontano i giorni sempre uguali di chi può solo aspettare. Di loro restano soltanto questi suoni soffusi e le immagini fredde di mura e cancelli in riprese dall’esterno. Perché le telecamere non possono entrare in quella quotidianità repressa.

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Proprio questa impossibilità costringe ad un cambio di prospettiva. Making a Murderer diventa nella sua seconda stagione non solo la storia di Steven e Brendan, ma piuttosto quella dei personaggi che ruotano intorno a loro. Diventa la storia di Allan e Dolores, i genitori di Steven. Anche la storia di Barb e Scott, rispettivamente madre e patrigno di Brendan. La storia di Chuck e Earl, i fratelli di Steven. Diventa, nel complesso, la storia dei tanti familiari che si affacciano sulla scena, delle comparse che si intrufolano in storie non loro. Una umanità dolente che deve confrontarsi con sfide che non meritava di affrontare.

Making a Murderer - Recensione della Seconda Stagione

Credits: Netflix, Making a Murderer – Recensione seconda Stagione

Il dolore e la forza

Che Steven sia davvero innocente o tremendamente colpevole, è dopotutto irrilevante ai fini dei sentimenti di Dolores, la vera protagonista silente di questa seconda stagione di Making a Murderer.

Una donna ormai anziana che con sempre maggiore difficoltà affronta lunghi e faticosi viaggi per andare a trovare quello che resta comunque suo figlio. I suoi silenzi parlano più di mille parole; i suoi movimenti lenti raccontano più di centinaia di pagine; gli scatti di umore improvvisi ne mostrano i sentimenti più di ogni logorroico discorso. Dolores è e resta una madre che non può che amare il figlio e a questo amore si aggrappa con tutte le forze residue nella speranza che vedergli restituita una vita normale prima che la sua finisca in una disperata attesa.

I protagonisti della seconda stagione: le famiglie

Con forza emerge anche la caparbia ostinazione del vecchio patriarca il cui apparente disinteresse per il figlio incarcerato è solo la conseguenza nefasta di chi vede crollare a pezzi anche il resto della sua famiglia e tutto ciò che ha creato. Perché la condanna di Steven ha inevitabilmente destinato Dolores ad una sofferenza quotidiana e Chuck e Earl ad una inutile lotta giornaliera contro il fallimento dell’attività che il padre ha costruito in tanti anni di lavoro e che ora si avvia alla chiusura perché nessuno vuole avere a che fare con chi è stato appestato da una reputazione macchiata.

Ancora più difficile è poi la giornata di Barb che deve districarsi tra la ferrea convinzione che il figlio Brendan sia un quasi ritardato condannato solo per l’incapacità di difendersi e i continui sospetti che chi gli sta accanto (il marito Scott e il figlio Bobby) siano invece i veri colpevoli. Una battaglia che deve condurre da sola perché anche l’appoggio del resto della famiglia potrebbe venirle meno dato che l’assoluzione del fratello Steven potrebbe essere pagata con la condanna di altre persone a lei care. E quindi Barb deve vivere costantemente tra l’incudine e il martello prendendo colpi da ogni direzione senza mai perdere la certezza che alla fine, in un modo o nell’altro, la verità arriverà a premiare i suoi sforzi.

Un approccio alla CSI

È abbastanza semplice capire perché Making a Murderer invogli lo spettatore ad un selvaggio binge watch. Questo merito va ascritto alla sua componente più da detective story. Perché alla fine la domanda resta sempre quella: Steven e Brendan sono colpevoli o innocenti?

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A provare a far pendere la bilancia verso la seconda opzione è Katleen Zellner, l’avvocatessa di Steven, che fa ricorso a ricostruzioni ed indagini in puro stile CSI per dimostrare quanto artefatte o infondate siano le prove contro il suo assistito. Soprattutto, Katleen trasforma Making a Murderer in un procedurale tv adattandosi perfettamente al ruolo di donna di successo a cui interessa solo vincere la causa legale aggiungendo un altro successo alla sua lunga lista.

E lo fa usando ogni mezzo possibile consapevole dell’aura mediatica che avvolge il caso. Arrivando persino ad usare anche i social per costruire il proprio personaggio. Non è casuale il modo in cui guarda in camera, mantenendo sempre l’espressione fredda e sicura di sé. Espressione di chi sa di essere un vincente che si immischia negli affari di poveri derelitti solo perché non ce la farebbero senza di lei.

Making a Murderer - Recensione della Seconda Stagione

Credits: Netflix, Making a Murderer – Recensione seconda Stagione

L’empatia di chi ci crede

Nettamente differente è invece l’approccio di Laura Nirider. Si tratta della giovane avvocatessa che si incarica di rappresentare Brendan. Lo fa a nome di un’associazione che si occupa appunto di difendere i minorenni abusati dal sistema legale. Il tono sempre squillante della sua voce, la vitalità nel reagire alle sconfitte, l’emotività con cui accogliere i pochi successi mostrano una persona che non è lì per aggiungere una vittoria al suo curriculum. Si tratta piuttosto un’amica che sinceramente crede di dover raddrizzare un torto. Un approccio magari non privo di errori, ma che diventa lodevole per la sincerità dell’impegno.

Making a Murderer in questa sua seconda stagione resta anche una descrizione tanto asettica quanto cruda del circo mediatico che vive intorno ad un caso divenuto ancora più popolare proprio a causa della prima stagione. Da qui i rally per Brendan, le fidanzate di Steven che appaiono il tempo di guadagnarsi i quindici minuti di celebrità. Solo per poi abbandonarlo di nuovo. Oppure la fama da sfruttare per chiunque sia stato citato nella prima stagione. Si vede l’irrigidirsi dei procuratori e dei giudici, che non possono ammettere pubblicamente di aver sbagliato. Risalta per contrappasso il silenzio della famiglia di Teresa, che rifiuta ogni partecipazione a Making a Murderer perché vuole solo andare avanti e non dover ritornare ancora e ancora a quella tragedia.

Making a Murderer, come spero sia chiaro in questa recensione della seconda stagione, è un nuovo modo di fare tv: mostrare la verità. Che sia quella delle aule di giustizia o quella di chi resta dopo che i riflettori si sono spenti.

Guarda la prima e la seconda stagione di Making a Murderer su Netflix

Making a Murderer - Seconda stagione
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