fbpx
Cinema

Magic in the moonlight: la recensione

Torna l’inarrestabile cinepresa di uno dei maggiori registi dei nostri tempi, un mutante, capace di adattarsi alla commedia, al giallo, al thriller, un ormai più che celebre Woody Allen. Diventa in un certo senso doveroso andare a vedere i suoi nuovi film, spinti dalla curiosità di scoprire quale nuova trovata ha preparato per il suo pubblico. E dopo la caduta di stile in “To Rome With Love” e la scivolata in “Blue Jasmine”, pellicola tenuta insieme, a mio avviso, unicamente dalla bravura estrema di Cate Blanchett, decide di far calare nuovamente una calda e patinata atmosfera anni ’20 e di affidare il ruolo dello scettico razionalista al premiato Colin Firth. Una manovra astuta e ben riuscita per Allen, che più volte ha messo in scena questo carattere inflessibile e rigoroso. magicmoonlight3

Quale migliore atmosfera se non quella dei “Roaring Twenties”? Già riscoperti in “Midnight in Paris”, fungono nuovamente da sfondo, tra raffinate macchine d’epoca ed elegantissimi vestiti, ad una vicenda particolare, il cui lirismo viene annientato dalle scettiche osservazioni del protagonista. Magia e illusione, truffa e soprannaturale, due maghi e una medium con mirabili poteri: dove si nasconde il trucco? Dove va cercata la verità? Il protagonista Stanley Crawford risponde con sicurezza che crede solo a ciò che vede. Un prestigiatore della sua portata, un genio razionalista, un ampolloso pessimista come lui non può certo accettare che esista qualcosa di altro, di non controllabile con trucchetti da prestigiatore. Nulla può arrestare quell’atteggiamento sarcastico, sentenzioso e megalomane che riesce a trovare una spiegazione per ogni cosa… Eppure come fa quella donna a sapere certe cose di lui e della sua vita?

Una sfida iniziale dal suo amico e collega prestigiatore: smascherare l’ennesima “scaltra imbroglioncella”, una certa Sophie Baker che si fa passare per una sensitiva, ammaliando la ricca famiglia dei Catledge, onerosi possessori di una suntuosa villa in costa azzurra. Dal teatro di Berlino in cui Wei Ling Soo, personaggio creato protagonista, fa sparire un elefante con un’atmosfera pacchiana e orientaleggiante scandita da “La sagra della primavera” di Stravinsky, si vola in una soleggiata e splendida Costa Azzurra, dove ricche famiglie si dilettano tra passeggiate, feste, nuotate, chiacchiere e… mondo dell’occulto!

Stanley non lascia nemmeno spazio alle doverose e rispettose presentazioni, è subito schermaglia aperta contro quella ridicola messa in scena dagli espedienti più squallidi, “sento delle vibrazioni”, “sto avendo un’impressione mentale”, “i pianeti sono in allineamento” e così via… Il rigido atteggiamento un po’ pessimista con il quale si è rivestito per anni dovrà però fare i conti con lo stupore, con la sorpresa, con l’attenuarsi della propria sicurezza ferrea e dell’auto-convinzione, tipica di chi si ritiene un genio.

Tiepida e velata aria provenzale, frizzanti ritmi jazz, brillanti dialoghi in pieno stile Allen fanno da corollario alla riflessione sul rapporto tra verità e illusione, sul diverso approccio che può essere assunto. Come in ogni spettacolo di magia lo spettatore può scegliere: credere con entusiasmo, lasciarsi ammaliare ed infine stupirsi, oppure assumere a priori che tutto ciò cui assisterà è un’illusione, frutto di un trucco condotto da abili mani. Scelte estreme, dettate dalla personale visione del mondo, da quanto razionalismo e da quanto irrazionalismo abbiamo intenzione di accogliere nelle nostre vite.

magicmoonlightImmancabili sono i rimandi alla teoria nietzsciana sulla conoscenza della verità, sulla menzogna, sul velo di bugia che avvolge ogni cosa. A cosa dobbiamo affidarci? Al sentimento e ad un ottimismo che rischia di renderci ciechi o ad una ragione che ci priva di ogni tipo di emozione nello smascherare le impalcature e i meccanismi del quotidiano palcoscenico? Stanley parte da quest’ultima posizione, con una sicurezza innata che si porta dietro dall’infanzia, che lo porta persino a valutare il suo rapporto con la fidanzata come il migliore che ci possa essere, quello di due “anime gemelle” logicamente coniugate, senza il minimo accenno di romanticismo o sentimentalismo. Di colpo si rende conto che non comprendere e avere potenzialmente sotto controllo i meccanismi di ogni cosa può essere anche piacevole, intrigante: è una bizzarra scoperta che lo spinge a guardarsi il mondo con occhi nuovi, come se vedesse e sentisse il mondo per la prima volta. Quando il suo buonsenso tornerà a farsi sentire, rimarrà il dubbio, il dubbio se preferire la fredda conoscenza o il leggero senso di trasporto. Cosa è meglio scegliere? Ciò che è logico o ciò che è assurdo? Le parole della zia di Stanley sono significative: “Il mondo può essere del tutto privo di scopo, ma non del tutto privo di magia”.

Una commedia vagamente filosofica affidata al talento incontestabile di Colin Firth e alla simpatica Emma Stone, una coppia che rievoca un po’ Larry David e Evan Rachel Wood di “Basta che funzioni” nel contrasto caratteriale. Pur rimanendo una commedia minore in confronto al ricco repertorio anche recente di Allen, concede un’ora e mezza di svago dal mondo frenetico che attende il pubblico fuori dal cinema, con un clima un po’ retrò e vacanziero, con una vis comica non esilarante, ma al contempo rasserenante.

Comments
To Top